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di Luciana Castellina
ROMPERE IL SILENZIO
Appena lanciato un appello che denuncia il massacro di Gaza- quello
promosso a caldo da Acli,Arci, Lega Ambiente - le adesioni sono
arrivate subito e a migliaia. Così già avviene per il documento più
elaborato proposto ora dalla Tavola della Pace (che aggrega un arco di
associazioni anche più esteso, con la convocazione di una appuntamento
ad Assisi il prossimo 17) e che invita all'azione e ad una riflessione
strategica. Vuol dire che la gente ha voglia di schierarsi, di
esprimere il proprio sdegno, di fare qualche cosa almeno per far
cessare il fuoco e ottenere il ritiro delle truppe israeliane dalla
Striscia. E infatti una serie di iniziative locali stanno partendo un
po'ovunque.
E tuttavia non possiamo non rilevare che fino ad oggi la risposta
dell'Italia democratica è stata del tutto inadeguata rispetto
all'enormità dell'attacco. Tanto più stridente in Italia, il paese
dove la protesta è stata finora più limitata, e dove invece
tradizionalmente la questione palestinese era stata sempre molto
sentita da un'opinione pubblica assai vasta. Questa volta sono stati
invece soprattutto i direttamente colpiti - i palestinesi e gli arabi
immigrati - ad animare le manifestazioni, in una dolorosa solitudine,
accompagnati da qualche insensato incendio di bandiere.
Non possiamo non chiederci seriamente perché. Ancora fino a pochi anni
fa, quando l'Iraq fu aggredito, la reazione fu vasta e forte,
coordinata a livello mondiale. Non è così oggi.
E' troppo facile rispondere che dipende dal fatto che i movimenti non
ci sono più, che le forze messe in moto dai Forum sociali sono ormai
cosa del passato, inghiottite dal berlusconismo. Certo, un
indebolimento indubbio c'è stato, anche una vera involuzione
politico-culturale. Ma se oggi nessuno scende in piazza come prima è
soprattutto perché da molto tempo il movimento non solo non vince, ma
non ottiene alcun riscontro politico. Non dal governo, e - che è
ancora più grave - nemmeno dalle forze che dovrebbero essere di
opposizione. Il senso di inutilità della lotta produce inesorabilmente
paralisi, disimpegno. Rassegnazione e casomai solo la rabbia
dell'impotenza, o sfogo nell'agorà virtuale del web che certo ha un
suo peso, ma non è, non può essere, sostitutiva della mobilitazione
fisica.
Che fare, allora? Il segnale che viene da queste giornate di relativo
silenzio è preoccupante ben al di là della vicenda di Gaza. Indica
ancora una volta quanto profonda sia oramai la crisi politica, la
sfiducia nella politica. Quanto forte sia ormai l'antipolitica.
Pensare di risolvere il dramma mediorientale ormai incancrenito con
qualche corteo in effetti appare a tal punto irreale che si capisce
come non si abbia voglia nemmeno più di provarci. L'atonia delle forze
politiche crea un vuoto che fa passare a tutti la voglia di scuoterle.
E tuttavia bisogna reagire. Vi sembrerà patetico questo richiamo al
volontarismo e forse lo è. E però ci sono alcune fondamentali ragioni
per cui occorre farlo: perché se lasciamo i palestinesi soli, e con
loro chi condivide quel disgraziato territorio mediorientale, non
faremo che accendere ancor più la tentazione di atti disperati, una
tendenza del resto già sempre più diffusa; perché lo dobbiamo anche a
quel drappello di coraggiosi israeliani che si stanno ribellando alla
politica del loro governo e che sarebbe tragico se lasciassimo senza
eco.
E perché anche se non saranno le nostre manifestazioni a sciogliere
il nodo israelo-palestinese, dichiararsi a priori impotenti equivale a
far passare la tendenza più pericolosa: quella che consiste nel
sostenere che non c'è ormai più soluzione.
So che le parole appaiono ormai tutte vane. Ma per difficile che sia
occorre continuare a dire almeno una cosa: che con questa politica
Israele si condanna a una prospettiva senza pace, perché ogni vittoria
strappata con il sopruso della forza militare verrà pagata duramente
con l'insicurezza permanente, perchè la diffusione del terrorismo sarà
incontenibile e così l'odio di coloro che abitano la stessa regione
nella quale il popolo israeliano ha deciso di vivere. Serve a spingere
gli stessi palestinesi, di cui pure è comprensibile una politica
spesso dettata dalla disperazione, a ricercare strade più efficaci per
la propria liberazione. Serve a noi - la sinistra- per ricostruire la
nostra soggettività, ridare senso ai nostri valori, per non sentirci
vermi che strisciano a terra schiacciati dai potenti. Vorrei
aggiungere: a non doverci vergognare.
Nel frattempo al Tg1 Gaza è già passata terza notizia, preceduta dal
dramma dei milanesi con la neve e degli europei minacciati di dover
ridurre il riscaldamento. È naturale: il dramma dei palestinesi è
ormai minore, camion delle Nazioni unite possono infatti transitare
per tre ore per andare a soccorrere i sopravvissuti (pochi)
dell'ultimo bombardamento che dell'Onu ha distrutto una scuola. Allo
scadere del termine, non un minuto di più, le bombe ricominceranno a
cadere, ma domani - state tranquilli - potrà passare nuovamente chi va
a raccogliere i feriti e i cadaveri che nel frattempo quelle bombe
hanno mietuto.
8 gennaio 2009
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