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La manifestazione milanese del 29
novembre, è stata davvero un azzardo. Ora che è passata abbiamo la
possibilità di rendercene conto, e tirare un sospiro di sollievo.
Innanzitutto essa si collocava in una fase di discesa fisiologica delle
energie del popolo della scuola, in mobilitazione permanente dall'inizio
di settembre. Poi, il giorno scelto, un sabato pomeriggio, dava la
possibilità di partecipare ai genitori, ma era un po' problematica e fuori
dall'ordinario per tutti gli altri. Poi, i mass media hanno decretato da
tempo che la scuola non fa più notizia (con la meritevole eccezione de Il
Manifesto). Poi, era stata convocata "a freddo": non c'era alcuna scadenza
particolare (decreti in approvazione, scioperi, ecc.). Inoltre la
formazione di tre cortei che convergevano da tre punti diversi della città
verso il centro si prestava ad una certa dispersione delle forze e ad un
effetto visivo poco d'impatto se ci fossimo trovati in pochi.
Ma: abbiamo vinto la scommessa. In Piazza Duomo sono giunti in 30.000 ed è
davvero un successo. Alla controparte si è chiaramente mostrato che il
popolo della scuola, anche dopo l'approvazione del decreto Gelmini (oggi
legge 169), non si arrende. I problemi del governo a gestire i tagli in
una "piazza" come quella milanese, si moltiplicano. Ma farsi i complimenti
da soli adesso non serve. Dobbiamo approfittare della "fotografia" di
questa manifestazione per capire chi siamo e dove possiamo andare.
Alcuni hanno confrontato i 30.000 di oggi coi 250.000 del 30 e i 50.000
del 17. I tre eventi però non sono paragonabili. Il 17 e il 30 la gente
"scioperava" e dai propri posti di lavoro arrivava in manifestazione.
Tutte le manifestazioni con sciopero riescono meglio di quelle senza,
ovviamente. Però è vero che quella del 29 è stata una manifestazione
"diversa". Sarebbe un errore non accorgersene.
Chiedendo un po' in giro non si faceva fatica a capire che la grandissima
parte di quelli che formavano i tre cortei erano "attivisti". Attivisti di
ogni quartiere, scuola, comune: erano arrivati quelli che normalmente
reggono il lavoro "militante", quelli che partecipano alle riunioni dei
comitati. Mancava la "massa", quella che normalmente troviamo nelle
iniziative di scuola (merende e feste di protesta, ecc.) o negli scioperi
(studenti e prof) e che di solito partecipa solo ad attività saltuarie,
non continuative. Non è un caso che le tre manifestazioni di oggi fossero
estremamente vivaci: non c'era un solo pezzo di corteo dove non si
gridassero slogan o cantassero canzoni, dove non vi fossero striscioni di
scuola o bandiere. Erano tre cortei "militanti", senza quei "vuoti" sonori
che sono tipici delle occasioni in cui partecipano anche larghe fasce di
popolazione che normalmente sta a casa. Questa nuova fase è cominciata da
un po' di tempo in tutti i settori dell'onda. Tra gli studenti medi
suscita un qualche sconcerto ritrovarsi nelle ultime tre settimane con
manifestazioni di centiaia invece che di migliaia di persone. E anche gli
universitari non possono più permettersi uscite "di massa". Su questo
occorre ragionare con freddezza.
L'assenza della massa ha "indispettito" alcuni. Ho sentito un po' di gente
che meditava terrificanti vendette nei confronti dei colleghi che non
erano presenti. A mio avviso invece la cosa va vista da un altro punto di
vista. Il fatto straordinario che ci racconta la manifestazione di oggi è
che il numero di "attivisti" è gigantesco. Quello che abbiamo potuto
"ammirare" nella manifestazione del 29 è che il lavoro certosino, faticoso
che abbiamo cominciato a settembre per dare gambe, corpo, struttura a
questo movimento, per dargli una "organizzazione" senza gerarchia,
radicata sul territorio e dedita al lavoro di base, beh, è terribilmente
riuscito. L'area dei militanti, dato che in manifestazione c'erano quasi
solo quelli, è semplicemente enorme. In un periodo storico in cui le
cellule organizzative di partiti e sindacati si vaporizzano, noi in due
mesi abbiamo messo in piedi una rete capillare che ormai copre ogni più
sperduto comune e quartiere della provincia e che "a freddo" è capace di
scendere in piazza compatta. E ogni comitato o collettivo è formato da
gente cosciente, competente, in grado di organizzare, parlare, prendere
iniziative, informarsi. Ovunque ci si girasse, oggi, c'erano persone che
sapevano perfettamente cos'è la 133, quali sono i punti che osteggiamo,
cosa ci proponiamo, cosa faremo adesso che ci sono le preiscizioni, ecc.
ecc.
Ora, facciamo il confronto con quello che questo insieme era fino a due
mesi fa: nulla. Non che molti di noi non avessero i propri impegni e non
cercassero alla buona di tenersi informati, ma ognuno con idee
diversissime, comportamenti disomogenei, stati d'animo improntati al
disorientamento. E soprattutto: non c'eravamo come "attivisti", non
eravamo organizzati tra noi, salvo qualche decina di sopravvissuti ai
movimenti precedenti (riuniti per lo più intorno a retescuole) e a qualche
decina di delegati sindacali volenterosi. E c'è un sacco di gente
completamente "nuova" che per la prima volta è parte attiva di un
movimento. Tutti questi attivisti sono anche omogenei sul piano del
linguaggio, delle cose da fare, ecc. lo si vedeva dai cartelloni, dagli
slogan...
Questo straordinario processo di autorganizzazione non ha riguardato solo
il mondo delle elementari. Nelle superiori si sono costituiti in questi
due mesi tantissimi collettivi studenteschi, che è il corrispettivo dei
comitati nelle elementari; all'università funzionano le assemblee di
facoltà che hanno superato vecchie divisioni. Il tumultuoso processo di
autorganizzazione è terminato, c'è una rete in piedi, forte, cosciente.
Rimangono fuori per adesso i docenti e gli ata delle superiori dove solo
ora si cominciano a costituire i comitati, a volte insieme agli studenti.
Era scontato tutto questo? No. Avremmo potuto scegliere altre strade. Per
esempio non preoccuparci troppo di costruire strutture alla base. Avremmo
potuto promuovere grandi assemblee cittadine, indire un po' di
manifestazioni, assecondare la fiammata andando in giro a tenere le
assemblee. E non preoccuparci troppo di costituire comitati, collettivi,
assemblee, metterli in collegamento, incoraggiarne l'autorganizzazione. Se
non l'avessimo fatto, il 29 sarebbe stato un flop, e la fine del
movimento.
E' questa diffusione capillare dell'autorganizzazione che ha permesso una
straordinaria unità alla base. Una unità orizzontale perché basata su una
regola molto semplice: tutti quelli che condividono gli obiettivi (ritiro
133 e 169) fanno parte dello stesso movimento, per il resto ognuno faccia
quel che vuole. Per questo i comitati, o gruppi di comitati, prendono
iniziative di segno e stile anche molto diverso tra loro. Poi, quando ci
si ritrova, si fa insieme solo quello sul quale tutti son d'accordo. Al
minimo disaccordo l'iniziativa si fa lo stesso, ma sottoscritta solo da
chi l'approva. Non si vota nelle assemblee che riuniscono i comitati,
altrimenti entreremmo in un meccanismo di rappresentanza che disperderebbe
energie in dibattiti defatiganti (chi vota in una assemblea? un delegato
per comitato? ma i comitati grandi devono contare quanto i piccoli? ecc.
ecc. meglio lasciar perdere).
La stessa unità dal basso si sta registrando per le diverse componenti
sociali. Tra i medi e il movimento di insegnanti e genitori c'è una
relazione fondata sulla rispettiva autonomia. Se su una cosa si converge,
bene, altrimenti, ognuno per conto suo. Ma anni di lavoro comune
(risalenti a precedenti reti in lotta contro la Moratti) condotto non su
tavoli negoziali, ma sempre nel vivo della lotta, hanno consolidato un
clima di grossa fiducia reciproca, che s'è vista abbastanza raramente,
trattandosi di generazioni diverse e di soggetti sociali spesso
quotidianamente ed "esistenzialmente" in conflitto (genitori/figli,
prof/alunni, ecc.). L'università è entrata da poco in questa logica di
unità dal basso, ma sta accadendo: le relazioni e gli scambi si stanno
infittendo, e anche la manifestazione del 29 è stata una occasione di
unità, molto generosa da parte degli universitari, dato che la
manifestazione era soprattutto caratterizzata sul terreno della scuola.
I tre cortei inoltre sono stati completamente autorganizzati. Mentre il 17
e il 30 erano manifestazioni relativamente semplici e lasciate parecchio
all'improvvisazione o delegate agli attivisti di retescuole, questa volta
invece la gestione se la sono presa in mano completamente i comitati.
Questo ha accelerato un processo di relazione dal basso che ha "costretto"
i comitati di una stessa zona a coordinarsi dal basso, e lo stesso nei
comuni. Ci sono decine di persone che non avevano la più pallida idea di
come si organizzasse un corteo, e che oggi invece lo sanno fare. E tutto
questo ha un risvolto immediatamente positivo: sarà più difficile in
futuro che si deleghino a qualcuno cose che si sanno fare da soli.
Dunque la domanda sulla quale si deve cominciare a ragionare è la
seguente: che deve fare ora questo insieme di attivisti enorme e radicato
sul territorio? Boh. Credo però che si debba rifuggire da alcune
tentazioni.
La prima. Vi è chi dice: dato che c'è un calo fisiologico del movimento
dobbiamo realizzare azioni più eclatanti così i media saranno costretti a
prenderci in considerazione. Mi pare la strada che gli universitari hanno
tentato in qualche città: il 28 doveva essere per loro una giornata di
mobilitazioni, ma è diventata una giornata di blitz per interrompere
convegni e altre grottesche riunioni. Mi pare un ripiego facile e in
ultima analisi autolesionista: si riconosce così che si è in pochi, e che
non si è in grado di far valere più la forza dei numeri, e allora ci si
affida allo show confidando nella benevolenza dei media. Ma così si
aumenta il distacco dalla "massa". Per riconnettersi alla "massa" bisogna
saperla "ascoltare", dobbiamo capire quando è il caso di lasciarla
"riposare", oppure trovare nuovi modi di coinvolgerla. Questa massa non ci
ha abbandonato, semplicemente è entrata in una fase in cui "delega" a noi
attivisti la protesta di strada. Dobbiamo essere rispettosi di quei tempi,
non trasformarci in aristocratici della mobilitazione, perché il passo
successivo è il disprezzo della massa, e il nostro disimpegno "perché non
val la pena farsi il culo per quella gente lì". I 30.000 devono continuare
a parlare ai 250.000 e gestire creativamente le fisiologiche fasi di
flusso e riflusso. E lavorare instancabilmente per ridurre le distanze e
per allargare i confini sia degli uni che degli altri. Perché la "massa"
può ragigungere proporzioni superiori a quelle del 30, e non vi è un
limite all'aumento degli attivisti.
La seconda tentazione è quella di cercare di delegare ad altri la nostra
salvezza. Gli "altri" possono essere nuovi soggetti sociali o vecchie
organizzazioni. Sento dire spesso ad esempio che ci salverà il rapporto
con la classe lavoratrice. Ma il popolo della scuola fa già parte in larga
misura di quel mondo e quindi dovremmo sapere molto bene, per "vita
vissuta", che si tratta di una classe che già fa fatica a badare a se
stessa, coi tempi che corrono, figuriamoci a noi. Sento al contrario un
sacco di lavoratori e sindacalisti che dicono: per fortuna che ci siete
voi della scuola, ci state dando la spinta per muoverci anche noi. Ma da
qui ad attendersi la salvezza da chi deve lottare tutti i giorni per
salario e posto di lavoro, ce ne corre. Certo, è giusto che non si lasci
alcuna occasione per mettersi in relazione con quel mondo, e una di queste
occasioni è lo sciopero del 12. Epperò trovo contraddittorio che proprio
chi preme per il collegamento coi lavoratori, sia rassegnato a costruire
un corteo separato da quello dove si suppone la gran parte dei lavoratori
andranno.
La terza tentazione è quella di chi sostiene che se non c'è la
manifestazione "classica" allora non c'è il movimento. E si candida a
indire instancabilmente manifestazioni anche se vi partecipa sempre meno
gente. Il movimento c'è anche se si fanno altre cose. Organizzare
manifestazioni "a freddo" e di successo, l'abbiamo visto: siamo capaci, ed
è una carta dunque che abbiamo sempre in mano. Ora però occorre anche
pensare a forme di lotta che siano alla portata della massa e non solo
degli attivisti, e la campagna sulle preiscrizioni, per quanto riguarda i
comitati, è la prossima, già in corso.
Infine non dobbiamo sottovalutare la richiesta che ci viene dalla scuola e
dall'università. La proposta dell'autoformazione contiene in sé l'idea che
sia possibile qui ed ora senza aspettare le riforme dei ministri o le loro
sconfitte, una scuola e una università diverse. Non è un'idea campata per
aria. Pensiamo alla forza trascinante che ha la scuola del tempo pieno,
una sorta di "territorio liberato" in una istituzione, la scuola, che
troppo spesso è anche repressiva, pesante, ingiusta, perché non è certo
per difendere la scuola così com'è oggi che siamo scesi in piazza: i tagli
impedirebbero fisicamente la possibilità di un cambiamento positivo, per
questo ci muoviamo. Liberare e collegare la buona scuola che c'è,
stimolare esperienze innovative, è anche un altro terreno sul quale la
massa degli attivisti scesi in piazza il 29 può confrontarsi.
Michele Corsi
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