L’idea della Carta sociale
replica, come è stato ricordato da chi l’ha proposta, il modello del
food stamp, il voucher finalizzato all’acquisto di generi alimentari,
in uso negli Stati Uniti già a partire dagli anni trenta e riproposto
più recentemente, dopo un lungo periodo di eclisse, a metà degli anni
Sessanta, nell’ambito della lotta contro la povertà intrapresa dalla
presidenza Johnson. “Uno strumento vecchio, che è anacronistico
riproporre nel duemila”, ha commentato Guglielmo Epifani a chi gli
ricordava i lontani natali della Carta. Probabilmente sarebbe
sufficiente fermarsi qui, a questo giudizio che invita a riflettere
sulla difficoltà di riproporre come fossero nuovi gli arnesi
appartenenti a un armamentario che ha fatto il suo tempo, nonostante
la veste digitale e l’anonimato che ne vorrebbero testimoniare la
modernità e la neutralità. Non è però inutile richiamare gli argomenti
che sembrano o essere sfuggiti o non essere stati tenuti nel dovuto
conto da chi della social card ha voluto fare il punto più
qualificante, perché più visibile, della sua strategia di contrasto
contro la crisi e l’impoverimento.
La prima questione riguarda i destinatari della carta
e soprattutto i criteri per individuarli: anziani e famiglie con
bambini con Isee non superiore a 6.000 euro, dice il provvedimento
annunciato dal governo. “Gli ultimi degli ultimi”, ha spiegato il
ministro Sacconi, “quelli di cui – ha aggiunto – non si era mai
occupato nessuno”. Il fatto è che individuare, e in un lasso di tempo
così breve, chi siano gli ultimi i cui tratti rientrino nel profilo
disegnato dal “riccometro”, non è una operazione agevole come le
numerose analisi sugli effetti equitativi dell’applicazione di questo
misuratore (introdotto dal primo governo Prodi) hanno ampiamente
dimostrato. Il rischio, denunciato da molti amministratori e
funzionari degli assessorati sociali degli enti locali che hanno
adottato il sistema, è di ammettere al godimento del beneficio chi non
ne ha bisogno: chi dichiara dati di reddito e di patrimonio non
veritieri, ma anche chi – ne chiarisce il perché Raffaele Tangorra in
uno dei saggi sul decennale della commissione Onofri (La riforma del
Welfare, Il Mulino, 2008) – per il gioco delle franchigie sul
patrimonio e per il meccanismo delle esenzioni si vede attribuiti
valori Isee inferiori all’effettiva consistenza della sua situazione
economica. Bisogna stare attenti. Quando si erogano prestazioni
sociali universali e selettive, di qualunque tipo esse siano, senza
che a queste si accompagni una qualche forma di controprestazione che
motivi, o legittimi, la meritevolezza di chi le riceve, l’effetto che
si consegue è contrario a quello che si vuole: si punta alla coesione
sociale e si ottiene la frantumazione delle comunità; si cerca di
innescare meccanismi di solidarietà e si determinano invidia e
astiosità sociale. Per superare l’obiezione è pertanto indispensabile
l’esercizio di un controllo attento sul possesso dei requisiti che
rinvia a un apparato amministrativo (e a un costo) da predisporre con
una cura che, stando alle informazioni di cui disponiamo, non pare sia
quella dimostrata nell’occasione dal governo.
La seconda questione, di cui si è parlato (da
segnalare l’efficacissima e bruciante indignazione di Massimo
Gramellini su La Stampa) ma su cui è utile tornare più distesamente,
è quella che possiamo definire dello stigma sociale
connesso all’utilizzazione della Carta; ciò che essa comporta in
termini di rappresentazione sociale di se stessi e della propria
esistenza ogni qual volta se ne faccia esibizione ed uso, in un
supermercato per acquistare un pacco di pasta o in un ufficio postale
per pagare la bolletta elettrica o del gas. È come se ogni volta,
hanno notato da sempre i sociologi attenti a implicazioni di tale
natura, quest’atto di ostentazione della propria povertà si
accompagnasse a un’ammissione di sconfitta, all’esplicita
dichiarazione di una propria insufficienza, sollecitando il temuto,
pubblico, riecheggiamento del rancoroso rimbrotto di Pinocchio al
gatto e alla volpe “se siete poveri ve lo meritate”. Lo stigma,
appunto, che gli studiosi americani hanno osservato nell’esperienza
del food stamp, e che è un elemento da non trascurare quando si
intenda valutare con serietà e senza pregiudizi ideologici l’efficacia
del mezzo prescelto e la sua congruità rispetto agli obiettivi che ci
si propone di raggiungere. Negli Stati Uniti (lo rileva uno studio del
2002, citato da Luca Beltrametti nel suo essenziale Vouchers.
Presupposti, usi, abusi, Il Mulino, 2004) “il tasso medio di
partecipazione”, e cioè il rapporto tra numero dei beneficiari del
programma e numero dei potenziali aventi diritto era a fine 2000 pari
al 59%, con valori oscillanti tra Stato e Stato compresi tra il 50 e
il 70%. C’è dunque chi rifiuta lo stigma, pur essendo povero
(fenomeno, del resto, già noto nel medioevo dove forse pudori di tal
fatta erano meno sollecitati dal contesto sociale) ed è disposto a
pagare un prezzo al rispetto che ha il diritto di pretendere dagli
altri.
La terza questione riguarda, infine, l’utilizzabilità di una card
elettronica in un paese dove è ancora assai profondo il
digital divide, un gap che tocca, nemmeno a farlo apposta, soprattutto
gli anziani dei mille paesi montani di cui è fatta l’Italia dove se è
difficoltoso trovare un bancomat figuriamoci se possa essere semplice
incontrare un emporio connesso a un sistema di pagamenti online. A
meno che, per la bisogna, non si voglia ricorrere agli uffici postali
(nei piccoli centri dove ancora non siano stati chiusi), anche per
vendere pasta e pane. Insomma, qualche riflessione in più sarebbe
stata utile. Una ricognizione meno affrettata degli studi compiuti
sulle prove condotte dagli altri avrebbe portato a soppesare meglio il
significato complessivo della scelta, a esaminare con maggior serietà
i suoi riflessi sociali e la ricaduta sul senso di sé più profondo
delle persone coinvolte, individuando magari altre, più generose
soluzioni (non ci si riferisce solo alle quantità monetarie).
Non si può tuttavia eludere, in conclusione, una domanda.
Se questa, proposta dal governo, non è la risposta giusta, per i
poveri veri, per le persone alle quali – come dice il ministro del
Lavoro – nessuno si rivolge, cosa si può fare? Ammesso senza
ipocrisia, come affermano tutti gli studiosi, che c’è una fascia dura
di emarginazione che sembra insensibile a ogni terapia disponibile, e
che per gli anziani la risposta onesta sarebbe stata quella di un
aumento della pensione minima, occorre ricordare che per tutti gli
altri, i meno refrattari, qualcosa si era provato e ottenuto con il
reddito minimo di inserimento. E che questa misura, fondata sullo
scambio erogazione monetaria – accettazione di un programma di
reinserimento sociale, nonostante il costo assolutamente sopportabile
della sua generalizzazione e gli esiti largamente positivi di una
pluriennale sperimentazione, testimoniati – lo ricorda Ranci Ortigosa
nel numero di novembre di Prospettive sociali e sanitarie - dagli
istituti di ricerca incaricati dell’analisi, è stata cancellata dal
governo di centrodestra di cinque anni fa, non è stata riproposta,
sebbene si fosse annunciato il contrario, dal successivo e breve
governo di centrosinistra, è tornata definitivamente nell’inferno
della damnatio memoriae con i governanti di oggi. È più semplice
inventarsi una card, senza assunzioni di responsabilità e il dovere di
impegnative verifiche da parte di nessuno, che confrontarsi con le
mille e dure facce della povertà dei nostri giorni e dei nostri
poveri.