Nessun argine alla «valanga» che
rapidamente precipita. Il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, si
appella all'«ottimismo» e «agli uomini liberi e forti, affinchè
cooperino per il bene del paese senza pregiudizi o preconcetti». Più
prosaicamente, e laicamente, la cosa si può dire in questi termini: la
crisi del paese - che in Italia è crisi al quadrato, dove quella
internazionale precipita su una domanda stagnante da tempo - non è che
agli inizi (lo dicono i dati sull'aumento delle richieste di cig,
l'andamento dei consumi...) e le misure che il governo si appresta a
varare nel consiglio dei ministri di venerdì, e che ieri ha presentato
alle parti sociali, sono del tutto insufficienti. La finanziaria è
blindata («ne va della credibilità della Repubblica italiana», dice
Tremonti) e le scelte del governo rispondono alla logica assistenziale
e caritatevole del dare pochi spiccioli ai 'poverissimi', quando tutte
le statistiche (da ultimo, l'annuario Istat) concorrono nell'indicare
l'emergenza dei 'nuovi poveri', di chi cioè non riesce più a campare
del proprio lavoro. Troppo poco per fare revocare lo sciopero generale
(del 12 dicembre) alla maggiore confederazione sindacale, la Cgil,
ieri sera convocata dal governo insieme a Cisl, Uil, banche e imprese.
«Non daremo che i titoli delle diverse misure», annunciavano nel
pomeriggio dallo staff del ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, «si
sta ancora raschiando il fondo del barile per definire i singoli
interventi». Complessivamente l'impatto immediato delle misure (per
famiglie, imprese e banche) dovrebbe essere di circa 4 miliardi, ma
nell'incontro di ieri non è stato fatto numero alcuno. Nessuna
detassazione della tredicesima mensilità del salario (come chiedeva la
Cgil), il governo tira dritto invece e destina una parte consistente
delle risorse alla proroga della detassazione di straordinari e premi
aziendali. Provvedimento quantomeno 'curioso' in tempi in cui le
imprese pensano alla riduzione dei volumi produttivi, costato finora 1
miliardo di euro circa, e che il governo è intenzionato a prorogare
per tutto il 2009, allargandone anche la platea dei beneficiari:
facendo i conti della serva, 3 miliardi di euro almeno.
Un piatto di lenticchie
Della mancia natalizia una tantum (tra i 150 e i 700 euro,
pare, entro la fine dell'anno) per i più bisognosi beneficieranno solo
i nuclei familiari molto numerosi e pensionati a più basso reddito. Il
tetto di reddito annuo per accedervi dovrebbe essere di circa 20 mila
euro (ma solo per una coppia con almeno 4 figli a carico), 17 mila
(per una coppia con almeno un figlio a carico) e di 12 mila euro
all'anno (per una coppia senza figli). Noccioline per i più poveri
insomma, mentre nulla viene previsto per i più: chi per esempio
dispone di uno (o due) stipendi medi (1200 euro al mese) che ormai,
con il peso di un affitto o di un mutuo (per non dire di quelli
falcidiati da settimane, quando non mesi, di cassa integrazione), non
arriva più neppure alla terza settimana del mese. Lo spirito è quello
della cosiddetta social card per i pensionati con reddito annuale
sotto i 6 mila euro (ora estesa anche ai neonati fino a tre anni), già
varata con la finanziaria, 120 euro a dicembre - e poi di nuovo 40
euro al mese - per fare la spesa. Il resto - il blocco delle tariffe
di luce, gas, autostrade e ferrovie, come anche il taglio temporaneo
di un punto sulle accise sui carburanti - sono poco più che cure
palliative per un malato grave.
Cara casa...
Per aiutare le famiglie in difficoltà con il pagamento delle rate del
mutuo sembra certa la proroga della convenzione Abi-governo: una
partita di giro, neppure tanto conveniente, per alleviare
nell'immediato il peso della rata, e da restituire con un allungamento
della durata del mutuo stesso (interessi compresi). Allo studio c'è
anche un fondo di garanzia, istituito presso la Cassa depositi e
prestiti, che interverrebbe eccezionalmente anticipando alcune rate
del prestito (3 pare), da restituire anche in questo caso con gli
interessi.
Ammortizzatori sociali
Il governo pensa ad aumentare il fondo per gli ammortizzatori
sociali in deroga (quelli previsti per quei settori che, a norma di
legge, non ne avrebbero diritti), con l'ipotesi di utilizzare a tal
fine il Fondo sociale europeo: da 600 milioni di euro si dovrebbe
arrivare a una cifra compresa tra gli 800 milioni e 1 miliardo. Di
questi dovrebbero usufruire anche i precari (contrattisti a termine,
interinali, apprendisti e collaboratori in monocommittenza). Una
«valanga» di persone, 400 mila secondo la Cgil, che rischiano di
perdere il posto di lavoro di qui alla fine dell'anno. Ma i precari a
vario titolo sono molti di più e le risorse messe a disposizione dal
governo paiono al confronto una manciata di noccioline. Senza contare
l'odiosa norma passata nei giorni scorsi all'approvazione del senato
insieme al decreto infrastrutture, che prevede l'annullamento della «clausula
sociale» per le aziende in amministrazione straordinaria che, in
crisi, decidano di cedere rami aziendali (e i cui lavoratori perdono
di conseguenza il diritto al mantenimento dei livelli contrattuali e
retributivi).
Imprese e infrastrutture
Confermate le misure a favore delle imprese: detrazioni di una quota
Irap attraverso Ires e Irpef; pagamento Iva al momento di emissione
della fattura; sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione;
intervento, infine, per evitare la restrizione del credito dalle
banche alle imprese (di un osservatorio istituito presso le
prefetture, ha parlato ieri Tremonti). Si può dire che dei tanto
sbandierati 80 miliardi per fare fronte alla crisi, di reale c'è solo
lo sblocco dei fondi per le infrastrutture (la logica resta quella
delle cosiddette grandi opere), 16 miliardi di euro in gran parte
sottratti al Fondo per le aree sottosviluppate. Sottratti, in altre
parole, al mezzogiorno. «il vero volto
delle leggi
sui precari»
«L'annunciato taglio di centinaia di migliaia di posti di lavoro
precari, nell'industria e nei servizi, mostra il vero significato
delle leggi sulla flessibilità del rapporto di lavoro varate
nell'ultimo decennio». Lo afferma Giorgio Cremaschi, esponente della
Rete 28 aprile e segretario nazionale della Fiom, secondo cui «esse
non sono servite a creare nuovi posti di lavoro, ma a rendere più
facili i licenziamenti di massa durante le crisi». Una volta, aggiunge
Cremaschi, «si parlava di un milione di posti di lavoro, adesso c'è il
rischio di un milione di licenziamenti. È chiaro allora che tutte le
leggi sul lavoro dovranno essere profondamente riviste per combattere
la precarietà e rendere meno facili i licenziamenti. Se davvero si
vogliono mettere regole ai mercati finanziari, sarà necessario
definire nuove regole anche per il mercato del lavoro».