L'unità sindacale non c'è più.
In questi giorni ne è giunta la prova provata: la sottoscrizione da
parte di Cisl e Uil di importanti contratti collettivi separati: il
Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) del Commercio, quello
dei dipendenti statali; la probabile sottoscrizione di Cisl, Uil di un
intesa-quadro sul «come fare» i futuri contratti che sarebbe quindi
«la madre di tutti gli accordi separati».
Come è stato evidenziato nell'interessante iniziativa promossa
dall'«Associazione di politiche sociali» affiliata al Crs e in
collaborazione con il manifesto per comprendere la gravità del
problema è bene porsi la domanda: «perché tanto scandalo e tanto
allarme per gli accordi separati?». «Perché un sindacato, di
minoranza, non potrebbe firmare un accordo per sé, anche se gli altri
sindacati vorrebbero qualcosa di diverso?». Stante l'inattuazione
dell'art. 39 Cost. infatti, gli attuali contratti riguardano solo gli
iscritti ai sindacati stipulanti, con la conseguenza che i sindacati
dissenzienti restano liberi di fare il «loro» contratto per i loro
iscritti. La risposta è che queste sono solo finzioni giuridiche e che
quella del contratto collettivo applicabile solo agli iscritti al
sindacato stipulante è un'ipocrisia, perché non è mai accaduto che un
datore o un'organizzazione datoriale abbia firmato più di un contratto
collettivo. La parte datoriale firma un solo contratto e poi lo
applica in concreto a tutti i lavoratori. Quindi il primo sindacato
che accetta di stipulare un contratto «al ribasso» «fa legge» per
tutti i lavoratori di quel settore, anche iscritti a altri sindacati o
non iscritti. Essi senza mai esser interpellati si ritrovano applicato
quel contratto e finiscono con rassegnarsi a ricevere un beneficio
irrisorio, che è, rispetto al nulla, il meno peggio. In realtà è la
stessa parte datoriale a scegliere l'interlocutore sindacale più
accomodante e fa passare il «rinnovo» contrattuale che più le
conviene. E' una situazione sfacciatamente antidemocratica alla quale
è stato posto un rimedio solo per il settore pubblico con il principio
della rappresentatività maggioritaria (misurata sugli iscritti e sui
risultati elettorali delle Rsu) per la validità del contratto
collettivo. Nel settore privato siamo all'«anno zero», e il problema è
emerso con gli accordi separati sopra ricordati. Così il contratto
collettivo del commercio ha previsto, a fronte del mediocrissimo
aumento salariale di 150 euro lordi in tre anni, la mano libera sugli
orari e tempi di lavoro, a cominciare dalla introduzione massiccia del
lavoro domenicale, che viene imposto a tutti i lavoratori anche se i
sindacati firmatari ne rappresentano una minoranza. L'intesa separata
annunciata sul modello contrattuale si presenta come un sistema di
contrattazione su due livelli, nazionale di categoria e decentrato
(aziendale o territoriale). Ma si tratta della scomparsa stessa della
contrattazione collettiva. L'unica funzione economica che dovrebbe
avere il contratto nazionale sarebbe quello di adeguare i salari non
all'inflazione vera, bensì a un tasso convenzionale, perché «depurata»
dagli aumenti dei costi energetici e delle materie prime. Il che
significa programmare la discesa costante dei salari reali. Quanto
alla contrattazione di secondo livello, nessun meccanismo esigibile è
previsto, nell'ipotesi di intesa, per estenderla a quella parte
maggioritaria (70 per cento) di lavoratori occupati in piccole e medie
imprese che oggi non ne fruisce. Per questi viene introdotta una sorta
di «indennità di mancata contrattazione» che è un inganno: essa non
scatta se il lavoratore gode già di un superminimo individuale,
concesso dal datore. Così la contrattazione collettiva muore. Quanto
al restante 30 per cento di imprese, dove la contrattazione aziendale
si è fatta, gli aumenti non dovrebbero mai consistere in superminimi
collettivi, ma solo in premi e gratifiche collegati alla redditività
dell'impresa, oltre che a incrementi di produttività di dubbia
misurazione. Altri contenuti economici e normativi il contratto di
secondo livello non potrebbe averne, se non negli stretti limiti
eventualmente autorizzati dal contratto nazionale, con una sanzione
sconvolgente: eventuali «debordi» rivendicativi darebbero luogo a
illiceità giuridica della rivendicazione e del relativo sciopero, così
come il mancato rispetto di lunghi periodi «di tregua» dopo la
presentazione delle piattaforme. Solo sindacati subalterni alla
controparte possono accettare di entrare in una «gabbia» del genere.
Ma il tentativo è quello di farvi entrare tutti i lavoratori, visto
che quello sarebbe l'unico accordo firmato da Confindustria in tema di
modello contrattuale. Riteniamo, però, che il gioco sia andato troppo
oltre e che la contraddizione tra applicabilità del contratto
collettivo limitata ai soggetti stipulanti, ma generale nel concreto,
stia per rivoltarsi contro chi l'ha messa a frutto con gli accordi
separati. Quando gli svantaggi superano i benefici ben possono i
lavoratori prendere le distanze e dichiarare che quegli accordi non li
riguardano perché non iscritti ai sindacati stipulanti, e senza
sacrificare alcunché. Ad es. il vecchio Ccnl del commercio conteneva
una clausola di ultrattività per cui continuava a applicarsi fino al
rinnovo, e quindi esso continua a applicarsi agli iscritti alla
Filcams-Cgil non firmataria, e anche ai non iscritti a alcun sindacato
che l'avevano recepito nei loro contratti individuali. Questi
lavoratori dichiarandosi estranei al nuovo contratto potranno
rifiutarsi di eseguire il lavoro domenicale di nuova introduzione o di
sottoporsi a altre gravose «flessibilità», e non dovranno rifiutare il
(piccolo) aumento salariale perché potranno dichiarare che lo
trattengono in quanto adeguamento loro dovuto ai sensi dell'art. 36
Cost., che protegge il valore reale della retribuzione. Riguardo poi
all'accordo separato sul sistema contrattuale, ben potrebbero i
lavoratori non iscritti alle organizzazioni firmatarie Cisl e Uil
prendere le distanze da tale accordo e conservare, loro e i loro
sindacati, completa libertà di rivendicazioni a livello nazionale e
aziendale, al di fuori di tutte le strettoie previste da quell'intesa:
nella «gabbia» entrerebbero solo i lavoratori Cisl e Uil (salvo poi
poterne uscire, uscendo anche da tali sindacati firmatari).
E' divenuto indispensabile, dunque, garantire nell'ambito dei rapporti
di lavoro la democrazia rappresentativa e quella diretta, oggi
entrambe negate. E stabilire legislativamente che la conclusione di
validi contratti collettivi sia collegata alla rappresentatività
maggioritaria dei sindacati stipulanti, e andando anche al di là
introducendo la ratifica referendaria dei lavoratori interessati. E'
questa la «manutenzione» più urgente di cui abbisogna la nostra
democrazia.