Il vuoto del diritto
di GIUSEPPE D'AVANZO
COME per Bolzaneto, la sentenza del
processo per i pestaggi nella scuola Diaz è una sentenza pessima, quali
saranno le motivazioni che la sosterranno. È soprattutto una sentenza
imprudente e pericolosa. Vengono condannati soltanto i "picchiatori" del
Reparto Mobile di Roma, il comandante, il suo vice, i capisquadra.
Con loro, condannati i due poliziotti che s'inventarono, trasportandole
nella scuola, le due bottiglie molotov che avrebbero dovuto giustificare
la "perquisizione" diventata massacro di 93 persone sorprese nel sonno.
Come per Bolzaneto, questa sentenza avrebbe dovuto spiegare come, perché,
con la responsabilità di chi, nasce in una democrazia un "vuoto di
diritto" che liquida le regole del diritto penale e le garanzie
costituzionali e consegna la nuda vita delle persone, spogliata di ogni
dignità e diritto, a una violenza arbitraria, indiscriminata, assassina.
La risposta del tribunale è stata, più o meno, questa: c'è stato un gruppo
di esaltati che è andato oltre il lecito, tutto qui, e due disgraziati che
per metterci una pezza, a frittata fatta, hanno manipolato una prova.
L'intera catena di comando, a cominciare dal capo della polizia (nel 2001,
Gianni De Gennaro) si è fatta prendere la mano e ingannare come l'ultimo
del più sprovveduto dei gonzi. Così il Dipartimento della pubblica
sicurezza è stato convinto a stilare un comunicato in cui non c'è una
frase che non risulti falsa o controversa.
E' fuor di dubbio che la ricostruzione dell'accusa ne esca a pezzi.
L'assoluzione dei "vertici apicali" della polizia (Giovanni Luperi e
Francesco Gratteri) smentisce il lavoro dei pubblici ministeri. Avevano
sostenuto che l'"operazione Diaz" fu "decisa, pianificata e organizzata
dal vertice del Dipartimento della pubblica sicurezza"; che "l'iniziativa
era diretta al riscatto dell'immagine delle forze di polizia gravemente
compromessa dall'inefficace azione di contrasto alle violenze e
degenerazioni dell'ordine pubblico durante le manifestazioni di protesta
contro il vertice del G8".
Al contrario, per il tribunale non c'è stata alcuna pianificazione del
Dipartimento e le violenze brutali, i fermi e gli arresti illegali sono
farina del sacco di un pugno di subalterni che non sono riusciti a
controllare il loro odio. L'esito minimalista del processo non spiega
troppe cose (le perquisizioni arbitrarie, la costruzione di false prove,
"la totale inosservanza delle regole del diritto", quella notte e nei
giorni successivi) e soprattutto non "chiude" lo strappo creato tra le
istituzioni e una generazione che, in quei giorni, si riaffacciava sulla
scena politica dopo un lungo letargo.
Quale che siano le motivazioni della discutibile sentenza, è su questo
vulnus tra lo Stato e la società che bisogna riflettere perché i pestaggi
della Diaz e le torture di Bolzaneto pongono questioni che sarebbe
dissennato accantonare o anche soltanto trascurare. Qual è il mestiere
delle polizie in questa congiuntura politica? E quali sono le garanzie che
venga svolto in modo corretto?
In uno "Stato legislativo", dove quel che conta è la legalità e chi
esercita il potere agisce "in nome della legge", le burocrazie sono
"neutrali", uno strumento puramente tecnico che serve orientamenti
politici diversi e anche opposti, e le polizie hanno una funzione
meramente amministrativa di esecuzione del diritto. Questo governo, in
carica anche nel 2001, ha inaugurato la sua stagione "riformatrice" con
ben altre convinzioni. Non vuole essere l'anonimo esecutore di leggi e
norme. Non intende governare in nome della legge, ma in nome della
"necessità concreta". Pretende che si muova dietro le "emergenze"
(autentiche o artefatte, che siano), dietro le "situazioni" che ritiene
prioritarie. Berlusconi s'immagina alla guida di uno "Stato governativo"
che si definisce per la qualità decisiva che riconosce al comando
concreto, applicabile subito, assolutamente necessario e virtualmente
temporaneo, sempre conflittuale perché esclude e differenzia.
In questo scorcio di legislatura si sta creando così un paradigma
istituzionale "duale" che affianca alla Costituzione una prassi di governo
che vive di decreti con immediata forza di legge e trasforma il comando in
un ininterrotto "caso d'eccezione" (immigrazione; sicurezza; Alitalia;
rifiuti di Napoli; riforma della scuola).
Nello "stato d'eccezione", le polizie hanno un ruolo essenziale.
Berlusconi evoca con regolarità un "diritto di polizia" e un uso della
violenza o minaccia poliziesca quando i suoi obiettivi appaiono non
condivisi o in pericolo (contro gli immigrati, contro i napoletani
incivili, contro le proteste negli aeroporti, contro le manifestazioni
degli studenti). Chi, nelle burocrazie, non sta al gioco, va a casa. Come
è accaduto ieri al prefetto di Roma, Carlo Mosca, custode di una
concezione di burocrazia professionale che, alla decisione politica
(impronte per i bambini rom), oppone il rispetto della legge e della
Costituzione.
Mosca è stato "licenziato" perché Berlusconi chiede - al contrario - che
le burocrazie condividano la capacità di assumersi il suo stesso rischio
politico, come fossero un'élite politica e non istituzionale e non
neutrale. E' una novità di cui bisogna tener conto. E' quel che
esplicitamente chiede alle polizie Francesco Cossiga con la sua "ricetta
democratica".
Cossiga ha spiegato come distruggere l'Onda, il movimento degli studenti:
"Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e
lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi,
diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché,
forti del consenso popolare, le forze dell'ordine non dovrebbero avere
pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i
magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare
a sangue anche quei docenti che li fomentano".
Cossiga (un uomo che sarebbe sciagurato considerare soltanto uno
spericolato irresponsabile) dice quel che altri, nella destra di governo,
pensano soltanto. Le polizie, nello "Stato governativo" preteso dalla
destra, non dovrebbero più avere soltanto una funzione di mera esecuzione
del diritto, ma farsi agenti attivi della sovranità del governo, muoversi
in quell'area indifferenziata tra violenza e diritto che sempre definisce,
nel caso d'eccezione, il comando del sovrano e il potere delle polizie.
Ora quel che si paventa per il domani è già accaduto ieri, a Genova,
durante i giorni del G8. E' accaduto proprio nelle forme augurate oggi da
Cossiga. Black Bloc che distruggono la città senza alcun contrasto. Black
Bloc che si allontanano indisturbati mentre appare la polizia che si
avventa contro i manifestanti inermi, pacifici, a braccia alzate e, nella
notte, contro i 93 ospiti della scuola Diaz che si preparano al sonno o
nel garage Olimpo di Bolzaneto dove vennero ancora umiliati e torturati.
Con il risultato che una generazione che, per la prima volta, scopriva la
dimensione politica fu consegnata alla paura, alla solitudine, alla
disillusione.
Dopo sette anni, la situazione non è diversa. Il governo è lo stesso, solo
più lucido, determinato e coeso intorno alla figura del leader
carismatico. Nelle strade c'è un nuovo movimento di giovani che rifiuta un
progetto di ordine sociale che annuncia esclusioni e differenze, che si
oppone alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza. Che cosa faranno le
burocrazie dello Stato? Che cosa faranno le polizie sospinte nello spazio
stretto tra la politica e il diritto, tra la violenza e la legge? Il
processo di Genova ci dice che in uno Stato che si presenta come
questurino c'è chi è disponibile a un'illegalità criminale quando il
dissidente diventa un "nemico" da annientare.
Sono buone ragioni per non accontentarsi di una sentenza, per non chiudere
il "caso Genova" nel perimetro di un'aula giudiziaria. In un tempo di
aspri conflitti sociali, già inquinati da un estremismo fascista che
minaccia l'informazione, il sindacato dei lavoratori, le proteste sociali
e le forme di dissenso, il Paese deve sapere se può contare su una polizia
fedele alla Costituzione o dovrà fare i conti anche con una burocrazia
della sicurezza gregaria di un governo che prevede il rischio assoluto, il
conflitto continuo, lo "sfondamento", una polizia sottomessa a un ordine
capace di riservare all'interno del Paese la stessa ostilità che si
riserva a un minaccioso "nemico" esterno.
Anche ora che la sentenza di Genova circoscrive le responsabilità a pochi
"fuori di testa", dalle forze dell'ordine dovrebbero giungere all'opinione
pubblica limpide e inequivoche rassicurazioni. Chi ha a cuore la
Costituzione, nelle istituzioni, nella società, nella politica, dovrebbe
invocarle. Perché le sentenze per la Diaz e Bolzaneto più che rasserenare,
inquietano. Più che medicare le ferite, le fanno ancora sanguinare.
(14
novembre 2008)
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