Governo e Confindustria insieme
a Cisl e Uil hanno rispolverato una vecchia pratica politica che
Enrico Berlinguer, parlando dell'atteggiamento della Dc verso il Pci,
aveva chiamato conventio ad excludendum. Esclusa preventivamente dal
«gioco», in questo caso, è la Cgil, contro cui padroni, governo e
sindacati di riferimento stanno tentando di alzare un muro con tanto
di filo spinato sopra. È difficile pensare ai 5 milioni e mezzo di
lavoratori e pensionati della Cgil come a un esercito di estremisti
irresponsabili, guidati da un segretario che non merita di partecipare
a incontri tra gente perbene. Perbene sarebbero i presidenti
Berlusconi e Marcegaglia, ospiti graditi Bonanni e Angeletti.
L'incontro di martedì a palazzo Grazioli, da cui è stato escluso il
segretario del più forte sindacato italiano, rappresenta un vulnus
nella storia delle relazioni sociali italiane. È una rottura formale -
e la forma in questi casi conta - e sostanziale. È qualcosa di più di
un'offesa a un dirigente sindacale, è la testimonianza del disprezzo
per le persone in carne e ossa, chi lavora e vive del suo magro
salario e sceglie da chi farsi rappresentare, con chi tutelare i
propri diritti. Cisl e Uil, al contrario, cercano e trovano la
legittimazione nel rapporto con padroni e governo, non più con la
propria base a cui sempre meno rendono conto.
C'era da aspettarsela, la conventio ad excludendum.
Berlusconi e compagnia l'hanno già praticata (ma non solo loro) nei
confronti dei sindacati di base in mille occasioni, accontentandosi
della firma di quelli consenzienti, a prescindere dalla loro
rappresentanza reale. Ora non fanno che alzare il tiro. E i padroni
hanno già siglato accordi e protocolli senza e contro la Cgil, persino
su questioni generali come la riforma del sistema contrattuale. C'era
da aspettarsi anche la disponibilità di Cisl e Uil a incontri
esclusivi, da tempo si esercitano in accordi separati, fino ad
annullare la partecipazione a scioperi unitari 24 ore prima che le
piazze si riempiano di lavoratori. Così è stato nel pubblico impiego,
appena tre ore dopo aver chiamato alla lotta e all'unità da una piazza
del Popolo incapace di contenere tutta la protesta contro la politica
governativa sulla scuola: parole di fuoco gridate dal palco da Bonanni
e Angeletti, seguite dall'abbraccio con Brunetta ai danni dei
lavoratori pubblici. Così è risuccesso ieri, quando i soliti due noti
hanno ritirato la partecipazione allo sciopero dell'università e della
ricerca di domani, evidentemente il primo effetto del vis-a-vis con
Berlusconi e Marcegaglia.
Ieri la Cgil ha proclamato lo sciopero generale per il 12 dicembre, la
stessa data che i metalmeccanici della Fiom e i pubblici dipendenti
della Fp-Cgil avevano scelto per il loro sciopero generale con una
manifestazione unitaria - prima volta nella storia - a Roma. E' una
scelta importante, quella della Cgil, e incoraggiante, un'iniezione di
fiducia per chi non si rassegna al pensiero unico, per chi ha ancora
un po' di rispetto per la gente che lavora e paga il conto della
crisi, per la nostra traballante democrazia. E' una scelta che
naturalmente non dipende dall'offesa di palazzo Grazioli. Però un
merito alla va riconosciuto: ha contribuito a svelare le vere
intenzioni di chi ci governa (Berlusconi), di chi pretende di
comandarci (la Confindustria) e di chi è disposto per quattro danari a
sacrificare gli interessi di chi gli ha dato, immeritatamente,
fiducia. Adesso la parola passa alla politica, a chi, come il Partito
democratico, dichiara la propria equidistanza tra capitale e lavoro e
tra le confederazioni sindacali.
Il messaggio che viene dalla giornata di ieri dice che l'unità
sindacale è una conquista importante e faticosa, ma non può
trasformarsi in una gabbia. La scelta della Cgil è coraggiosa e anche
obbligata: meglio separarsi da Cisl e Uil, che dalla propria gente.