I DUE PORTABORSE

Loris Campetti


 

Governo e Confindustria insieme a Cisl e Uil hanno rispolverato una vecchia pratica politica che Enrico Berlinguer, parlando dell'atteggiamento della Dc verso il Pci, aveva chiamato conventio ad excludendum. Esclusa preventivamente dal «gioco», in questo caso, è la Cgil, contro cui padroni, governo e sindacati di riferimento stanno tentando di alzare un muro con tanto di filo spinato sopra. È difficile pensare ai 5 milioni e mezzo di lavoratori e pensionati della Cgil come a un esercito di estremisti irresponsabili, guidati da un segretario che non merita di partecipare a incontri tra gente perbene. Perbene sarebbero i presidenti Berlusconi e Marcegaglia, ospiti graditi Bonanni e Angeletti. L'incontro di martedì a palazzo Grazioli, da cui è stato escluso il segretario del più forte sindacato italiano, rappresenta un vulnus nella storia delle relazioni sociali italiane. È una rottura formale - e la forma in questi casi conta - e sostanziale. È qualcosa di più di un'offesa a un dirigente sindacale, è la testimonianza del disprezzo per le persone in carne e ossa, chi lavora e vive del suo magro salario e sceglie da chi farsi rappresentare, con chi tutelare i propri diritti. Cisl e Uil, al contrario, cercano e trovano la legittimazione nel rapporto con padroni e governo, non più con la propria base a cui sempre meno rendono conto.
C'era da aspettarsela, la conventio ad excludendum
Berlusconi e compagnia l'hanno già praticata (ma non solo loro) nei confronti dei sindacati di base in mille occasioni, accontentandosi della firma di quelli consenzienti, a prescindere dalla loro rappresentanza reale. Ora non fanno che alzare il tiro. E i padroni hanno già siglato accordi e protocolli senza e contro la Cgil, persino su questioni generali come la riforma del sistema contrattuale. C'era da aspettarsi anche la disponibilità di Cisl e Uil a incontri esclusivi, da tempo si esercitano in accordi separati, fino ad annullare la partecipazione a scioperi unitari 24 ore prima che le piazze si riempiano di lavoratori. Così è stato nel pubblico impiego, appena tre ore dopo aver chiamato alla lotta e all'unità da una piazza del Popolo incapace di contenere tutta la protesta contro la politica governativa sulla scuola: parole di fuoco gridate dal palco da Bonanni e Angeletti, seguite dall'abbraccio con Brunetta ai danni dei lavoratori pubblici. Così è risuccesso ieri, quando i soliti due noti hanno ritirato la partecipazione allo sciopero dell'università e della ricerca di domani, evidentemente il primo effetto del vis-a-vis con Berlusconi e Marcegaglia.
Ieri la Cgil ha proclamato lo sciopero generale per il 12 dicembre, la stessa data che i metalmeccanici della Fiom e i pubblici dipendenti della Fp-Cgil avevano scelto per il loro sciopero generale con una manifestazione unitaria - prima volta nella storia - a Roma. E' una scelta importante, quella della Cgil, e incoraggiante, un'iniezione di fiducia per chi non si rassegna al pensiero unico, per chi ha ancora un po' di rispetto per la gente che lavora e paga il conto della crisi, per la nostra traballante democrazia. E' una scelta che naturalmente non dipende dall'offesa di palazzo Grazioli. Però un merito alla va riconosciuto: ha contribuito a svelare le vere intenzioni di chi ci governa (Berlusconi), di chi pretende di comandarci (la Confindustria) e di chi è disposto per quattro danari a sacrificare gli interessi di chi gli ha dato, immeritatamente, fiducia. Adesso la parola passa alla politica, a chi, come il Partito democratico, dichiara la propria equidistanza tra capitale e lavoro e tra le confederazioni sindacali.
Il messaggio che viene dalla giornata di ieri dice che l'unità sindacale è una conquista importante e faticosa, ma non può trasformarsi in una gabbia. La scelta della Cgil è coraggiosa e anche obbligata: meglio separarsi da Cisl e Uil, che dalla propria gente.