Ricordare, non celebrare!
Il governo di centro- destra celebra in grande stile la vittoria nella grande guerra, con il beneplacet del Quirinale, che riprende un vecchio progetto caro anche a Ciampi! Ma abbiamo motivo di celebrare?

..e il fante andò alla guerra..
Il ventiquattro maggio, il Piave, la vittoria, il quattro novembre; la storia che è diventata mito. La prima guerra mondiale fu un momento cruciale nella storia non solo militare, ma anche sociale e politica dell’Italia.

I pescecani
Chi in Italia ci ha guadagnato veramente nel conflitto mondiale del 1915-18?

 

testi tratti da  http://isole.ecn.org/reds/

 

Ricordare, non celebrare!
Il governo di centro- destra celebra in grande stile la vittoria nella grande guerra, con il beneplacet del quirinale, che riprende un vecchio progetto caro anche a Ciampi! Ma abbiamo motivo di celebrare? Di Maurizio Attanasi Reds – Novembre 2008.


8.538.315 morti tra tutte le nazioni partecipanti al conflitto !
650.000 morti e mezzo milione di mutilati tra gli italiani!

“Da 200 milioni, il disavanzo era salito a 23 miliardi, l’inflazione galoppava, il costo della vita era quadruplicato”.
Questo il contesto in cui, in quel quattro novembre di 90 anni fa si diffondevano le parole del famoso proclama del generalissimo Cadorna, della vittoria alata e delle truppe austriache che prima baldanzose e poi bastonate risalivano le strade.

L’Italia e il mondo intero erano stati trasformati profondamente da quella che una retorica italica definì la grande guerra!

La guerra era stata diversa da quella che sino a quel momento gli uomini avevano conosciuto.
Era stata una guerra che aveva coinvolto milioni di uomini, usati come carne da macello e come cavie in combattimenti che, a differenza dei precedenti, avevano coinvolto pesantemente e ampiamente le popolazioni civili.

La grande guerra sperimentò i progressi della tecnica: dalla artiglieria pesante alla terribile guerra chimica!
In Italia, rappresentò forse il primo vero momento di unità nazionale, con uomini che da tutto il paese si concentrarono nella zona di guerra, il nordest del paese, in un mescolarsi di dialetti, usi e costumi, confronto tra uomini e situazioni sconosciute fino al giorno prima.

La grande guerra fu la guerra del contadino soldato!
Fu la guerra delle decimazione, dei processi sommari!
Di uomini e donne strappati alla loro vita in nome di altisonanti parole e meschini interessi!
La grande guerra fu la guerra dei pescecani; di capitalisti integerrimi che fecero le proprie fortune sulla sciagura collettiva, creando a volte le premesse per un solido impero industriale!

Questo oggi a 90 anni di distanza vogliamo e dobbiamo ricordare.
Uomini strappati alle proprie famiglie, dove spesso erano risorse economiche indispensabili, per essere sbattuti a combattere in posti e luoghi sconosciuti!

Celebrare la Vittoria, la grande guerra rientra nel progetto di ripristino di valori nazionalistici e miti guerrieri propri di una destra che è sempre fedele a se stessa, e che approfitta dello smarrimento e dell’assenza di una vera opposizione per effettuare un decisa e definitiva riscrittura della storia, della cultura e dei valori della nostra Italia.

In questo celebrare armi, vittorie e sacrari voglio ricordare gli uomini e le donne morte per l’egoismo e gli interessi di altri uomini, strappati alle loro famiglie e al loro lavoro quotidiano.

Voglio e devo ricordare quanti furono mandati allo sbando a morire per conquistare un pezzo di terra che chiamavano sacro suolo, o quelli che furono fucilati perché non accettavano l’ottusa disciplina di generali incompetenti e vili!
Voglio ricordare chi fu ucciso dall’iprite mentre dormiva in una trincia fangosa, o chi è stato ucciso nel sonno tra le fredde cime di terre sconosciute!

E mentre si esalta il tricolore e inutili parole vengono sparse per tutta la penisola, vorrei consigliare di vedere dei film come “la grande guerra” o “uomini contro”, oppure leggere le poesie di ungaretti o il bel libro di emilio lussu “un anno sull’altipiano”.

Non si devono dimenticare gli orrori di quella guerra mondiale, che si ritrovano in tutte le guerre fino ai nostri giorni.

 

 

..e il fante andò alla guerra..
Il ventiquattro maggio, il Piave, la vittoria, il quattro novembre; la storia che è diventata mito. La prima guerra mondiale fu un momento cruciale nella storia non solo militare, ma anche sociale e politica dell’Italia. Di Maurizio Attanasi. Reds - Novembre 2008


La guerra del 14-18 fu una terribile “novità” non solo per il mondo politico e militare italiano, ma per tutti gli uomini di governo e per i militari di tutta l’Europa. Il sentore che qualcosa stava cambiando nel mondo militare c’era stato nei conflitti che c’erano stati nel primo decennio del nuovo secolo come ad esempio stata per l’Italia la guerra libica del 1911.
I comandi militari e i politici erano cresciuti nel mito del risorgimento, con le battaglia tra poche migliaia di uomini, con grandi manovre, codici cavallereschi, tintinnio di sciabole, cariche della cavalleria con la banda al seguito. Le battaglie avevano sempre interessato marginalmente le popolazioni civili nelle guerre ottocentesche.
Il conflitto del 1914 rompe questi schemi, queste consuetudini facendo tremare le certezza di una classe militare che si era formata di manuali di guerra che già dopo i primi mesi di guerra sembravano obsoleti.
L’ingresso “ritardato” dell’Italia non aveva avvantaggiato l’esercito sabaudo che commise gli stessi errori e non trasse nessun giovamento dall’esperienza degli altri eserciti, che combattevano gia da quasi un anno.

La nuova guerra si presentava come una guerra totale, una guerra di massa contrapposta alla guerra “d’elite” del secolo precedente.
Il numero di uomini mobilitati era estremamente superiore rispetto al passato, milioni di uomini furono vestiti di grigio verde e inviati a combattere in posti che non avevano mai visto, e contro un nemico che era stato sempre dipinto dalla stampa nazionale come “l’orco cattivo” che voleva conquistare e invadere la patria.

E proprio questa mobilitazione di milioni di uomini fu un grosso sconvolgimento nelle vite degli italiani. Contadini, soprattutto, uomini di ogni regione di Italia venivano trasferiti in lembi di stato di cui non avevano mai sentito parlare e si trovarono a vivere, morire e combattere insieme ad altri uomini che parlavano spesso un dialetto per loro incomprensibile.
Il fante del Salento si trovò a combattere con il contadino veneto, con l’artigiano siciliano, con il toscano ecc… Era forse la prima occasione in cui fatta l’Italia” si stavano facendo gli italiani, venendosi a creare per forza di cosa, per la necessità una comunanza di pensieri, tradizioni, una mescolanza di suoni, parole culture che nessun politico italiano aveva non solo voluto ma neanche pensato.

La guerra totale del 15-18 fu tale, anche perché, interessò in maniera devastante le popolazioni civili; non solo le popolazioni del Veneto, che videro le proprie province teatro di guerra e che vissero gli sfondamenti del 16 e la rotta del 17, lasciando paesi e abbandonando case; ma fu tutta la nazione a provare e vivere sulla propria pelle lo sforzo bellico, con i problemi e le difficoltà che questo comportava. I viveri in città scarseggiavano in continuazione, con episodi nel corso del conflitto di città che rischiarono insurrezione perché prive di cibo, e in campagna , dove viveva la maggioranza della popolazione italiana, che continuavano a vivere nella miseria cronica, aggravata dalla partenza per il fronte degli uomini che ne costituivano il principale sostegno. La partenza dei contadini per il fronte privava le campagne delle braccia necessarie per il raccolto e si assistette dunque ad una diminuzione della produzione agricola in coincidenza con lo sforzo militare.

I congiunti dei richiamati alle armi, riconosciuti bisognosi da speciali commissioni comunali, ricevettero un sussidio giornaliero nella misura di lire 0,60 per la moglie e di 0,30 per ciascun figlio sotto i dodici anni. I figli dei soldati che avevano superato tale età potevano essere ammessi al lavoro, anche senza il prescritto grado di istruzione, in deroga alle norme di legge sulla protezione del lavoro del fanciullo. Misure economiche del governo insufficienti a integrare il reddito della famiglia il cui membro era partito per il fronte.
Spesso era la burocrazia militare che frapponeva inutili stralci alle sollecite distribuzione di materiali giacenti nei magazzini. A volte il materiale distribuito risultava scadente, perché fornito da produttori disonesti e a volte insufficiente, perché saccheggiata da una certa camorra soldatesca.

Il progresso tecnologico aveva, d’altra parte, fatto far passi da gigante alle armi con conseguente modifica delle tecniche di battaglia. Gas velenosi, fucili più potenti e precisi di quelli del passato, la nascita dell’artiglieria leggera, lo sviluppo e il potenziamento di quella pesante cambiarono i piani di battaglia che i generali e gli stati maggiori avevano preparato nel corso degli anni precedenti il 1914.

In alcuni casi fu necessaria la dura esperienza del campo per far capire che i tempi erano cambiati; interi reggimenti di cavalleria falciati dalla mitragliatrice, armate schierate di tutto punto pronte a
farsi massacrare dall’artiglieria, generali (pochi per la verità) che si mettevano alla testa delle loro armate, con le uniformi sgargianti e con le loro medaglie appuntate per farsi uccidere da un colpo di fucile senza neppure vedere il nemico, Esempio significativo di come fu sconvolgente il nuovo conflitto su vecchie concezioni fu il dibattito che ci fu in Francia sulla necessità di cambiare il colore delle uniformi dell’esercito passando dal rosso sgargiante delle truppe di Parigi a colori tipo grigio o verde molto meno facili da individuare.

Di fronte al nuovo modo di vivere la guerra, un modo totale e devastante per civili e militari, la legislazione militare era tremendamente in ritardo.
Il codice militare in vigore in Italia era della fine dell’ottocento ma ricalcava di fatto il codice penale militare dell’esercito sardo (!).
Tale arretratezza era facilmente individuabile nella configurazioni di fattispecie di reati che erano ipotizzabili nelle vecchie battaglie, quando non venivano coinvolte un numero di persone cosi ampie come accadeva invece nel veneto nel 1915.

Ad esempio, il reato di rivolta armata è codificato per un numero di agenti di quattro o più. Ora trascurando il particolare per compiere questo reato che può prevedere la pena di morte è sufficiente “prendere le armi” e non usarle, la stessa previsione di quattro o più soldati sottolinea come il codice normasse comportamento “per un piccolo esercito, nel quale un atto compiuto da quattro militare implica ripercussioni di qualche entità e in cui il rapporto gerarchico è più stretto, più personale e come tale maggiormente passibile di essere scosso anche per una minima infrazione collettiva”. (A Monticone, Italiani in uniforme, Bari 1968, pg 196)

Abbiamo gia detto che le dimensioni dell’esercito in occasione del conflitto mondiale erano notevolmente più ampie rispetto al regio esercito in tempo di pace, ma anche rispetto ai precedenti sforzi bellici i soldati coinvolti furono notevolmente dio più.

L’esercito si presentava come un grosso corpo, (in totale nel corso del conflitto furono mobilitati più di tre milioni e settecentomila uomini) la fanteria, quella che diventò la “carne da macello” fu rappresentata in gran parte dai contadini.
“Al principio della guerra fu possibile trovare tra i fanti anche degli operai, degli studenti, degli impiegati, ma quasi subito gli uffici, i comandi e le diverse specialità dell’esercito prelevarono dai reggimenti in linea fino all’ultimo specialista del ferro, dell’ago, della lesina e della calligrafia. “chi è rimasto?- si domando il Marpicati- il modesto artista della zappa, lo sterratore siciliano, calabrese,lombardo, il lavoratore troppo sovente analfabeta, tornato dalle americhe o da altre regioni lontane, docile al richiamo del paese, che si è ricordato di lui forse solo perché ne aveva bisogno” (P Melograni, Storia politica della grande guerra, pg 92)
Al disopra, ai sommi vertici vi era la casta militare, formata in gran parte da aristocratici militari di famiglia (esempio sintomatico il comandante supremo Cadorna figlio del generale Raffaele che era entrato con i bersaglieri a Porta Pia), formati alla scuola militare di tradizione tedesca e a metà tra il mito risorgimentale dell’anti-austriacità e l’alleanza con la Germania di Guglielmo II e con la “antica nemica Austria” nella triplice alleanza dalla fine dell’ottocento.
Il corpo ufficiale fu integrato allo scoppio della guerra per adeguarsi alle necessità della nuova guerra. Vennero formati dei corsi che in fretta e furia cercarono di trasformare dei giovani civili in esperti uomini d’armi. I primi scontri sanguinari ridussero ancora di più il corpo e la necessità fece accorciare ancora di più i tempi di formazione per i nuovi ufficiali e, quindi, vennero inviati al fronte ancora più inesperti uomini a comandare le truppe.
L’esercito nel corpo intermedio ebbe cosi ad avere due gruppi: uno formato da ufficiali di professione (quelli in sap – servizio attivo permanente) e quelli di complemento che erano giovani civili che vestirono l’uniforme per chiamata e non per scelta.
Nel corso degli anni si creò non solo un solco abissale tra gli ufficiali e la truppa, ma anche all’interno degli ufficiali si creò una profonda frattura tra chi il militare lo riteneva una missione e un lavoro e chi invece era stato trascinato dagli avvenimenti. Gli ufficiali di complemento ritennero i colleghi “di professione” degli avventurieri che per carriera o per compiacere i propri superiori non esitarono a comandare attacchi inutili, all’arma bianca, sanguinossimi solo per avere un encomio, una promozione.

Gli ufficiali, d’altra parte, furono tenuti sotto controllo con la minaccia di siluramenti, cosi come constatò la commissione di inchiesta su Caporetto. Chiunque dissentisse dalla linea dei superiori o esprimesse dubbi era esonerato dal comando (fino a Caporetto gli esoneri furono 87 fonte Monticone op. cit.). L’ufficiale che era ritenuto “colpevole” veniva destituito senza nessun tipo di “processo”, riceveva soltanto la comunicazione della decisione del comando, senza nessuna possibilità di difendersi o spiegare il perché delle sue affermazioni e del suo comportamento.
Spesso gli ufficiali di complemento solidarizzarono con la truppa, non condividendo gli atteggiamenti dei colleghi professionisti o dei generaloni e gli alti comandi che erano ad Udine, lontani dai campi di battaglie, dalle trincee con i loro problemi, con le lotte che vivevano gli uomini di tutti i giorni.
Della truppa abbiamo detto che era formata soprattutto da contadini (il fante contadino di cui tanta storiografia ha parlato) e che per molti rappresentò un momento cruciale nella propria vita con l’allontanamento dalla propria famiglia, dal proprio luogo di nascita e dove erano vissuti, con gli inevitabili disagi economici per se e per la propria famiglia.

Lo stato maggiore ritenne da subito che un ruolo importante doveva essere data alla giustizia militare di guerra, come ulteriore strumento di disciplina e quindi con un ruolo di educatrice e dissuatrice di comportamenti.
L’azione del comando supremo si svolse in diverse direzioni: da un lato faceva pressioni sui collegi giudicanti perché non si discostassero dalle richieste che avanza l’avvocatura militare (quando si rese conto che in alcuni casi i collegi non erano molto sensibili all’invito che proveniva dal comando supremo perché era preponderante il numero dei giudici erano formati da ufficiali di complemento che venivano quindi dalla vita borghese spinse perché nei collegi giudicanti l’elemento di militari di professione fosse la maggioranza); d’altra parte invitavano gli ufficiai presenti nella trincea ad usare le estreme misure per punire codardi e vigliacchi; altra misura fu rappresentata dall’invito alla costituzione di tribunali speciali che avevano la possibilità di poter operare in modo più veloce rispetto alle giurisdizioni militari cosiddette ordinarie (ci fu il caso della brigata Barletta un cui soldato fu processato e condannato a morte con sentenza eseguita immediatamente, poiché furono trovati dei cartellini sugli alberi con minacce di morte se la brigata non fosse stata mandata a riposo e il soldato condannato a morte nei giorni precedenti aveva esortato alla rivolta per ottenere il riposo).
Ulteriore linea seguita da Cadorna fu quella di fare pressioni verso il mondo politico (senza particolare successo) perché mettesse mano a riforme normative per rendere ulteriormente più dure le punizioni e colpire i disfatti all’interno dell’esercito e quelli presenti nel paese.
Ma come si comportarono alcuni pacifisti, quelli che venivano accusati di essere disfattisti dal comando supremo come i socialisti?
I socialisti una volta dichiarata la guerra partirono tranquillamente per il fronte, seguendo la linea del partito che seppur formalmente era né aderire né sabotare di fatto con il passare dei mesi si spinse sempre di più su posizione di adesione allo sforzo bellico, con il gruppo parlamentare che in un occasione offri anche il proprio appoggio al governo e con adempio sindaci come quello di Bologna che esposero il tricolore sul palazzo comunale fino alla gloriosa vittoria della patria italiana.
Significativa, però, del clima con cui comunque vennero trattati i rapporti con i socialisti fu una sentenza degli inizi del 1918 in cui si condannava all’ergastolo per tradimento a un soldato perché propagandista dell’Avanti e che raccoglieva fondi per il quotidiano socialista.

“ Le denunzie all’autorità giudiziarie militare dalla dichiarazione di guerra (24 maggio 1915) alla data dell’amnistia (2 settembre 1919) furono complessivamente 870 mila delle quali 470 mila per mancata alla chiamata e 400 mila per diserzione o per altri reati commessi sotto le armi” (Monticone, op cit, pg 207).
Al 2 settembre 1919 rimanevano in corso di istruzione 50 mila processi, mentre erano stati definiti 350 mila.
Il 6% delle nostre truppe fu oggetto di denunzia ai tribunali militare.
Nel 1919 venne emanata dal governo Nitti una amnistia, criticata ferocemente dalle forze nazionaliste in quanto premiante per i “disfattisti e gli elementi sovversivi”, verso i soldati della grande guerra; in realtà era il cercare di porre fine ad una situazione di caccia alla streghe e di una assurda disciplina militare che aveva visto spesso nel fante un oggetto meno importanti delle armi che erano in trincea.
“ Il principio di tutta l’azione dell’ufficio giustizia, ossia del comando supremo, fu quello della “giustizia punitrice” rapida, severa ed esemplare, sostegno e complemento della disciplina “ (Monticone, op cit, pg 251).
Le condanne comminate dai tribunali furono più di 170 mila su 262 mila denunziati; la maggior parte dei reati fu pronunciata per diserzione, con una crescita progressiva dei casi.
Il secondo reato in ordine di importanza fu l’indisciplina: in questo caso è bene precisare che soldati vennero processati in procedimenti penali svolti contro ufficiali denunziati dai propri sottoposti, per violenze e abusi di potere; negli stessi procedimenti venivano però processati anche i soldati che avevano avuto il coraggio di denunziare comportamenti arbitrali dei propri superiori, finendo alla fine loro stessi condannati per rifiuto di obbedienza, con la corte ovviamente sempre ben disposta verso gli ufficiali.

Altro reato tra i più diffusi e particolari fu costituito dall’autolesionismo che vide 10000 condanne su 15 mila denunzie; questa tipologia di reato ebbe una impennata notevole nel corso del secondo anno di guerra per poi diminuire lievemente negli anni successivi.
A spiegare la riduzione del numero dei reati fu anche la modifica della normativa. Se nei primi anni chi si feriva, anche volontariamente, era comunque allontanato dalla prima linea con l’invio al carcere militare, successivamente fu disposto che, anche condannati, i soldati appena guariti sarebbero ritornati subito in prima linea, facendo così perdere l’incentivo all’allontanamento dal fronte.
Le mutilazioni autoprodottesi (ascessi con sostanze infette, ferite da arma da fuoco, congiuntiviti e dermatiti) in molti casi per la imperizia di chi commetteva tale reato andarono a produrre effetti permanente sul soldato, provocando mutilazioni permanenti come la perdita della vista, l’inutilizzo di arti e casi ancora più gravi.

Facendo una analisi complessiva dell’attività che i 117 tribunali diffusi in tutto il regno alla fine della guerra (dato ricavato da B. Bianchi, La follia e la fuga, Bulzoni 2001, pg 221) possiamo vedere che gran parte delle condanne si conclusero con pene detentive (reclusione militare o il carcere) le condanne a morte comminate furono 1006 di cui 729 eseguite e 277 non eseguite, dato incompleto perché non considerava l’opera del maggiore statistico in materia il Mortara, le condanne in contumacia (circa 3000).

La giustizia militare seguì gli avvenimenti bellici e così una delle conseguenza della strafeexpedition “ fu un netto balzo in avanti nella recrudescenza dell’azione penale e disciplinare: il maggio-giugno 1916 porta cosi ad una prima svolta di un certo rilievo rispetto ai primi dodici mesi di attività della giustizia militare. (Bianchi, op cit, pg 271)

La disparità di trattamento della giustizia militare nei confronti della truppa e degli ufficiali è un dato innegabile dei processi compiuti nella prima guerra mondiali. Attenuanti rifiutate per i soldati, furono considerate elementi fondamentali nel procedimento verso gli ufficiali; spesso gravissimi motivi familiari (lutti gravissimi che colpivano i soldati, o situazione di estrema indigenza dei familiari che erano rimasti al paese) non entrarono mai nel parametro di giudizio delle corti per attenuare gravi sentenza verso i soldati. La classe sociale, la giovane età i “presunti valori morali” costituirono sempre motivo per attenuare reati più gravi e concedere sempre generose attenuanti.

Altro strumento di giustizia penale largamente incoraggiato dai comandi superiori fu la decimazione e l’esecuzioni sommarie, di cui però, proprio per la natura dello strumento, abbiamo solo dati incompleti.
La circolare 3525 del comando supremo affermava “ deve ogni soldato essere certo di trovare, all’occorrenza nel superiore il fratello o il padre , ma deve essere convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi” (tratta da Monticone, op cit, pg pg 224).
“L’aspetto più aberrante della giustizia penale in periodo di guerra fu .. quello delle esecuzioni sommarie, attuate sul campo senza alcuna procedura o dopo una breve inchiesta indiziaria , talora per colpire forme anche lievi di indisciplina. (G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Editori Riuniti 1993, p 24).
Casi accertati di decimazione brigata Ravenna, brigata Catanzaro, episodio della compagnia presso il monte Mosciagh nel 1916.
Nel 1917 alcuni soldati dell’89 reggimento di fanteria furono fucilati dopo un sorteggio. “Dei fatti accaduti resta una dichiarazione del deputato Michele Gortani di Tolmezzo: in seguito ad un attacco, alcuni nostri feriti erano rimasti fra le linee nostre e quelle austriache. Dopo due giorni passati senza che questi feriti potessero essere soccorsi, visto che le difficoltà del terreno non permettevano di soccorrerli da parte nostra, si consiglio dalle nostre linee che essi cercassero di muoversi verso quelle austriache. Ebbene, coloro che erano indiziati di aver dato questo consiglio, furono rinviati a processo. La conclusione fu l’ordine di una decimazione sommaria del reparto indiziato. Furono fucilati. Ma la sentenza pare che sia sparita.” (Bianchi, op cit, pg 176).
“All’esecuzione sommaria infatti non fece ricorso soltanto in situazioni estreme, ma anche per riaffermare i rapporti gerarchici. Che l’esecuzione sommaria di soldati durante il combattimento fosse considerata una prassi lecita, lo confermano le dichiarazioni che alcuni ufficiali fecero con disinvoltura nel corso di conversazioni informali”. (Bianchi, op cit, pg 178)
I tribunali, quando furono istruiti dei processi, tennero in considerazioni tutte le attenuanti possibili per giustificare il comportamento dei comandanti in tali situazioni.

Con l’abbandono del comando supremo da parte di Cadorna e la successione di Diaz le cose fondamentalmente non mutarono per quel che attiene la giustizia militare, il nuovo comandate continuò a concepire la giustizia come uno strumento per ottenere la disciplina dalle sue truppe; ma è innegabile che ci furono miglioramenti nelle condizioni di vita da parte dei soldati.

Molti furono gli italiani che tornarono dall’estero per vestire la divisa grigio-verde e restarono profondamente delusi dall’atteggiamento che in patria li aspetto. A differenza dei compatrioti, che per esempio erano rimasti negli stati uniti ed erano entrati a far parte dell’esercito di quel paese (che ricevevano una paga migliore e il governo aveva pensato anche una assicurazione sulla vita), l’emigrante italiano ritornato in Italia aveva un trattamento economico pessimo, nessuna forma assicurativa, nessuna comprensione da parte della gerarchia militare in tema di licene e permessi. Molti in realtà erano stati spinti al ritorno in patria dal timore che il non prestare servizio militare avesse impedito in futuro un ricongiungimento con la famiglia di origine.

Un grosso problema per lo stato maggiore fu rappresentato dalla prima licenza invernale di guerra (1915/1916). I soldati che andarono in licenza furono in qualche modo controllati nei propri paesi di provenienza per evitare che descrivessero uno scenario negativo al paese di quel fronte e di quei fanti che il corriere della domenica dipingeva amabili quadri sulle proprie pagine.
I soldati al ritorno a casa in alcuni casi evitavano di raccontare il dramma che vivevano in prima linea soprattutto per non angosciare i familiari, ma molti non potevano fare a meno di constatare quanto in alcuni casi il paese fosse lontano dal fronte ed estraneo alla guerra. “la licenza produceva, come scrive il monticone, una inevitabile interruzione del processo di adattamento alla guerra. Il soldato si scopre ancora uomo, padre e marito con una sensibilità e un senso dell’umanità che la bruttura della guerra gli facevano perdere.
Molti ritennero che fu proprio l’effetto licenza a creare i presupposti per gli insuccessi del 1916 dell’esercito italiano, tant’è che il generalissimo arrivò a minacciare una stop alle licenza misura non eseguita poi in realtà.
La licenza costituì, per molti militari , l’occasione per abbandonare anche definitivamente il fronte. Furono moltissimi i casi di soldati che arrivati a casa rientravano in ritardo (rischiando moltissimo, perché con il passare del tempo il margine per il ritardo dalla licenza era stato diminuito, e trascorso tale tempo si incorreva nel reato di diserzione).
“ Margini tanto ridotti esponevano alla pena di morte anche chi, tornando dalla licenza, avesse presentato un ritardo involontario, non inconsueto nel caso di lunghi viaggi sulle tradotte militari in un paese con grandi difficoltà di comunicazione e con una rete ferroviaria assai ridotta, in particolare nel mezzogiorno e nelle isole” (Bianchi, op cit,pg170)
Dalle dichiarazioni che tanti soldati-contadini fecero agli ufficiali istruttori emerse che essi non avrebbero mai disobbedito se non fosse stato per la famiglia, ma di fronte ai campi abbandonati, alla perseveranza, laboriosità miseria dei propri cari non ebbero dubbi sulla priorità dei loro doveri. “Molti avevano certamente affrontato la vita di guerra sostenuti dai valori della cultura contadina:perseveranza, laboriosità, rispetto dei valori gerarchici. I rapporti interni alla comunità contadina, imperniata sulla subordinazione all’autorità della famiglia per la soddisfazione dei bisogni collettivi, avevano favorito l’adattamento alla disciplina. Fu la mancanza di rispetto per questi valori a provocare la ribellione, la rottura dei legami dei soggetti all’autorità”. (Bianchi 246)
I disertori erano ben accolti dalla popolazione, che spesso venivano aiutati da questa perché spesso lavoravano nei campi sostituendosi agli uomini al fronte. Spesso si creava una rete introno ai disertori per proteggerli dalle ricerche dei carabinieri, e in alcuni casi si arrivò da parte dei civili a scontrarsi con pattuglie di carabinieri. La diserzione era stata in molti casi l’estrema ratio perchè comportava conseguenze negative per i familiari, che venivano spesso privati dei loro beni con procedimenti di confisca e sequestro e del sussidio, e inoltre additati a cattivo esempio alla comunità in cui vivevano.
Spesso il fante disertava perché i superiori che avevano promesso licenze a chi si fosse offerto volontario per missione rischiose; promesse spessissimo mai mantenute.

Non era previsto allo scoppio della guerra nessun elemento di distrazione per i soldati, a differenza per quanto accadeva per altri eserciti; nessuno spettacolo, nessun divertimento secondo lo stato maggiore non era idoneo all’ambiente bellico e allo sforzo che i soldati dovevano sostenere.
L’unica eccezione fu rappresentato dalla prostituzione, le case di tolleranza furono sotto il controllo delle autorità militari .
“La maggior parte degli ufficiali e dei soldati si lamentavano … che il riposo non potesse mai diventare tale, proprio perché non dava occasione di incontrare essere umani o animali che non fossero i soliti uomini in grigio verde o i soliti mali. Per distrarsi e dimenticarono restarono a disposizione le bevande alcoliche che facevano parte della razione quotidiana del soldato”. (Melograni, op cit, pg 243).
Era abitudine distribuire grandi quantità di alcol prima della battaglia.

L’usanza di andare a raccogliere i feriti dopo gli scontri non si accordava con le caratteristiche della guerra totale; ma i “comandi temevano che le truppe delle due parti trovassero occasione ed eventualmente fraternizzare” (Melograni, op cit, pg 256)

In tutti gli eserciti furono presenti episodi in cui truppe apposta a cosi pochi metri l’una dalle altre finissero per “fraternizzare” come dissero sentenze dei tribunali militari e copiosa letteratura di guerra. In realtà, tranne sporadici casi, in cui in effetti soldati, anche con alcuni graduati, si incontravano nella terra di nessuno, solitamente la “fraternizzazione” consistette nello scambio di qualche battuta,di sigarette, pane e altri miseri beni, e in non dichiarate tregue che permettevano di alleviare la difficile vita di trincea.
I comandi reagirono ovviamente malissimo, e in alcuni casi invitarono la propria artiglieria a colpire le proprie truppe, le proprie trincee per evitare i contattati tra soldati che man mano che i mesi passavano capivano che i nemici non erano i mostri descritti dalla stampa, ma erano poveracci come loro, che passano le stesse pene.
Un episodio significativo è dato da una condanna a un caporale e due soldati che avevano inviato un cane con un bigliettino con scritte che esprimevano la stanchezza per la guerra. Per l’autore del biglietto fu richiesta la pena di morte per fucilazione (ai sensi dell’art. 72) a cui fortunatamente furono riconosciute le attenuanti. (l’episodio è citato in Monticone, op cit).

Il soldato italiano, che non aveva partecipato alle radiose giornate di maggio si trovò sbattuto a combattere una guerra non sua, in condizioni critiche tali da modificare il suo animo. Le condizioni di una guerra che ebbe molti episodi di autentica carneficina, spinsero questi uomini a tentare le vie più disperate per lasciare quell’inferno: la fuga, la diserzione, l’autolesionismo, il suicidio furono modi, tentativi per fuggire dall’orribile esperienza della guerra. Uno stato gendarme, superiori insensibili, spesso pazzi sanguinari costituivano ulteriore elemento per distruggere la psichiche e l’anima di quegli uomini.
Uomini che pur al fronte continuavano a pensare alle disastrate case, in cui i propri congiunti morivano di fame, con soldati che affrontarono la corte marziale per stare accanto ai figli morenti, o per cercare una sistemazione per quelli rimasti orfani (le condizioni di abbandono in cui vivevano i fanciulli trova un drammatico riscontro nella mortalità infantile , la più alta tra tutti i paesi belligeranti).

Questi fatti, le innumerevoli sentenza ci tramandano un soldato italiano, mandato al fronte a fare il proprio dovere, ma che non accettò di ridursi a strumento di una incomprensibile e ingiusta guerra e che cercò di manifestarlo come poté.

Bibliografia di riferimento
da internet Materiali di storia n 19, Al muro di Cesare Alberto Loverre;
A.V, Era come a mietere, 1982
G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Editori Riuniti 1993
B. Bianchi, La follia e la fuga, Bulzoni 2001
A Monticone, Italiani in uniforme, Bari 1968
P Melograni, Storia politica della grande guerra ;
Mario Isnenghi – Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, La nuova Italia 2000

 

 

I pescecani
Chi in Italia ci ha guadagnato veramente nel conflitto mondiale del 1915-18? Di Maurizio Attanasi. Reds - Novembre 2008


La situazione economica italiana vive un momento di depressione legato ad un quadro mondiale negativo nel 1904 -1905. Questa situazione si aggrava per l’Italia nel 1907 con il terribile terremoto che scuote Reggio Calabria e Messina e che dissesta ulteriormente il già provato bilancio dello stato italiano (distruzione in una notte di non meno di 4 miliardi di ricchezza privata fonte Cabaita in G. Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale).

In un panorama così provato il regno d’Italia si imbarca in guerra coloniale per conquistare la quarta sponda. Nell’1911-12 l’Italia combatte contro l’impero ottomano per Tripoli e la Libia. La guerra sarà un piccolo laboratorio di quello che accadrà, poi, in misura molto più ampia con la prima guerra mondiale, con l’affacciarsi nell’affaire guerra di industrie che grazie allo sforzo bellico vedranno crescere i propri profitti, la propria potenza politico-economica; il deficit dello stato si aggraverà di circa due miliardi di lire.

Lo scoppio della guerra nel giugno 1914 assesta in un primo momento un colpo gravissimo all’economia; si verificano subito problemi con le importazioni e poi arrivano le misure restrittive al commercio imposte dal governo, successivamente attenuate, per cui c’è una limitazione anche alle esportazioni. Ma successivamente la situazione migliora e l’Italia inizia a trarre qualche minimo beneficio dalla sua posizione di neutralità.

Ma il movimento intenso, dietro le quinte, degli stati già coinvolti nel conflitto (soprattutto Francia e Germania) che cercano di tirare l’Italia nell’uno o nell’altro campo raggiunge il suo scopo quando nel 1915 l’Italia dopo le radiose giornate di maggio dichiara guerra all’Austria per quella che viene presentata come la quarta guerra di indipendenza.

L’Italia allo scoppio della guerra è fondamentalmente un paese agricolo, con una industria ancora poco competitiva e con alcuni suoi settori chiave dominati da capitali stranieri (notevole, ad esempio, la presenza di capitale tedesco nel settore delle energia e della nascente chimica).
Il governò italiano si trova a confrontarsi con realtà che hanno una diversa forza economica e industriale.
Nel 1913 la produzione di acciaio era di 900 mila tonnellate contro i 17 milioni e 600 mila della Germania, i 7 milioni e 800 della Gran Bretagna e i 4 milioni e 600 della Francia cifra analoga a quella prodotta dalla Russia.
Nella produzione di ghisa il divario era ancora maggiore con l’Italia che produceva circa 427 mila tonnellate un quinto di quanto prodotto dall’Austria –Ungheria, un decimo di quello che produceva la Russia zarista.

Arriva, comunque, il maggio del 1915 e l’Italia è in guerra.

Lo stato si trova a doversi organizzare in maniera nuova per adeguare il proprio esercito alle esigenze dello sforzo bellico. In quest’ottica i controlli della pubblica amministrazione nei confronti delle aziende fornitrici vengono ad essere molto più labili che in situazioni di pace; in alcuni momenti cruciali del conflitto questo “controllo” viene quasi a sparire del tutto.
Lo stato nell’organizzarsi per razionalizzare lo sforzo produttivo nel periodo bellico arriverà a creare nel 1915 il ministero delle armi e munizioni; ministero che oltre al gabinetto del sottosegretario, ha due uffici per le ispezioni e per le richieste, tre ripartizioni (servizi generali, mobilitazione industriale, servizio tecnico armi e munizioni) e tre direzioni (artiglieria, del genio e aeronautica).

La ripartizione che incideva maggiormente nella programmazione dell’attività bellica dello stato e, in cui, più stretti erano i rapporti con i privati era quella per la mobilitazione industriale. Ad essa compete “di determinare gli stabilimenti da considerare “ausiliari”, di agevolare il coordinamento delle attività di questi con l’attività degli opifici militari, di intervenire nelle controversie economiche e salariali fra dirigenti e personale, autorizzare “le dimissioni, i licenziamenti ed i passaggi di personale fra l’uno e l’altro stabilimento, sorvegliare il lavoro delle maestranze minorili e femminili, nonché occuparsi delle scuole, del tirocinio dei nuovi operai, delle garanzie igienico sanitarie sul lavoro”. (pg 127 G. Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)
In questi comitati un ruolo importante verrà assunto dagli industriali che con questi contatti riusciranno a stringere accordi e posizioni migliori per le proprie industrie.

La grande mobilitazione richiesta per la guerra non fu solo in termini umani con la richiesta di migliaia di combattenti per diventare la “carne da macello” che verrà sacrificata nelle trincee, ma fu anche mobilitazione dell’economia. Lo stato, non solo in Italia, ma in tutta Europa vedrà crescere il proprio ruolo in maniera esponenziale, assumendo dovunque una deriva autoritaria con la limitazione o sospensione delle pratiche e delle prassi della democrazia borghese-parlamentare.
Per dare un senso della crescita delle competenze e degli impegni dello stato in Italia il numero dei dipendenti della pubblica amministrazione passò da 339 a 519mila unità.

Intervento “totalizzante” ,quindi, dello stato che gestiva ora più direttamente la vita dei cittadini: chiede agli italiani di sottoscrivere diversi prestiti obbligazionari per sostenere la guerra, rastrella i risparmi del pubblico. “Nel settore dell’agricoltura, il governo interviene con calmieri, requisizioni, incoraggiamenti, obblighi di lavoro e di produzione , tesseramenti, minacce di confische. Per accrescere la produzione promette ai contadini somme in denaro proporzionate all’entità dei raccolti, si impegna a pagare contributi a coloro che dissodano terre, bandisce concorsi a premi a favore di quei proprietari che effettuano semine primaverili. Per tutta la durata della guerra promuove ed organizza ed impone coltivazione di terre e trasformazioni colturali e nei periodi di più intenso lavoro nelle campagne disciplina gli esoneri e la concessione di manodopera militare.” (Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)

Ma il campo dove la prima guerra mondiale produsse una situazione molto particolare fu l’industria.
Abbiamo detto che l’Italia era un paese arretrato non solo nei confronti dei principali paesi ostili (Austria-Ungheria e impero tedesco) ma era lontana anche dai paesi alleati (Usa, Francia e Gran Bretagna). Lo stato perciò decise di intervenire in maniera consistente in questo settore non solo come era accaduto per l’agricoltura con prezzi calmierati o con limitazioni alle importazioni ed esportazioni ma volle intervenire direttamente nella produzione e nella programmazione di svariate attività (materiale bellico, cantieristica, trasporti e più in generale nella siderurgia e nella metallurgia) creando in alcuni casi direttamente impianti.
Quando l’approvvigionamento delle materie prime per le industrie si rivela scarso e difficile, assoggettata a controllo il relativo commercio, “rende obbligatoria la denuncia della disponibilità, fissa i prezzi d’imperio, acquista direttamente dall’estero (o requisisce all’Interno) i materiali necessari, privilegia il consumo bellico con divieti di vendita non autorizzata dalle amministrazioni militari. Per il carbone importa direttamente da paesi stranieri, adotta provvedimenti tendenti a stimolare la produzione di quello nazionale e promuove economie di consumo.” (Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)

A tal scopo si individuano industrie che vennero definite “ausiliare”, su cui lo stato esercita un controllo maggiore, anche nei confronti degli operai ma che beneficiavano in maniera privilegiata nell’approvvigionamento di materie prime, fattore non trascurabile man mano che il conflitto renderà più difficile reperire tali risorse, e avevano più facilità nell’aggiudicarsi le commesse dello stato.
Gli stabilimenti industriali coinvolti e dichiarati “ausiliari” erano 125 nel 1915 con 115 mila operai; 1976 nel 1918 con oltre 900 mila operai (inclusi una sessantina di stabilimenti militari).
La prima guerra mondiale rappresenta, quindi, l’occasione per l’industria italiana di fare il balzo e in molti casi di emanciparsi dalle ingerenze stranieri presenti nella penisola. La “grande guerra” vedrà (e la nostra attenzione si focalizzerà sui maggiori gruppi industriali) un aumento di capitale per le maggiori industrie costante dal 1914 fino a dopo la fine del conflitto, una crescita della produzione, del numero della forza lavoro, delle dimensioni stesse delle aziende che vedranno il moltiplicarsi degli stabilimenti.

Le profonde trasformazioni non riguardano solo l’attività degli imprenditori. La guerra muta profondamente anche il proletariato italiano.
L’Italia già dal 1914, ma la situazione peggiora notevolmente con l’entrata in guerra e sarà una costante degli anni di guerra, assiste ad una forte svalutazione della moneta e quindi ad una forte perdita del potere di acquisto del salario. Questa diminuita capacità di acquisto viene aggravata dalla penuria di mezzi che nel corso di quegli anni sarà sempre maggiore.
La classe operaia sarà profondamente trasformata.

Se è vero che gran parte della “carne da cannone” che percorrerà le trincee sarà formata da contadini, anche il proletariato industrializzato darà un contributo fondamentale all’esercito.
Le esenzioni dall’andare al fronte, prevista dallo stato per alcune figure professionali dell’industria, spingerà molti commercianti e piccoli borghesi a cercare un lavoro in una industria al fine “di imboscarsi”. E alcuni giornali socialisti dell’epoca non mancheranno di sottolineare la peculiarità della nuova classe operaia e stigmatizzare la volontà del piccolo borghese a “diventare operaio”.

Lo stato promulga una “speciale legislazione di guerra” che va a modificare le norme regolatrici dei turni di lavoro domenicali e del riposo, permettendo agli industriali di reclutare decine di migliaia di donne “senza le usuali garanzie; di concentrarle in stabilimenti spesso inadatti e improvvisati, di occuparle molte ore al giorno e della notte in dispregio alle norme consuete; di moltiplicare ed di generalizzare ore di lavoro supplementari; di adottare misure di estrema gravità per evitare le assenze collettive e individuali dalle fabbriche, i rifiuti di obbedienza, le minacce; di comminare pene severe anche a donne e bambini” (Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)

SI vennero a creare quattro “figure giuridiche” di operaio: gli “operai militarmente comandati” a disposizione del comando territoriale; gli operai militari, in virtù di mansioni speciali che svolgono; gli operai “borghesi” senza obblighi militari; le donne e i ragazzi (Vittorio Castronovo, Giovanni Agnelli).

E sono proprio questi due soggetti che contribuiscono a modificare ulteriormente la classe operaia; con un lavoro minorile quantitativamente in forte aumento (il limite dei 15 anni non viene mai rispettato) mentre la presenza femminile arriverà a toccare alla fine della guerra le 180 mila unità.
La presenza delle donne è massiccia soprattutto nelle industria pesante, dove vengono dirottate le operaie già impiegate negli stabilimenti tessili.
“La manodopera negli stabilimenti militari venne militarizzata, quella degli stabilimenti ausiliari venne assoggettata a un pesante regime disciplinare (sospensione di tutte le conquiste sindacali a cominciare dal diritto di sciopero) orari e cottimo in funzione dell’emergenza, multe e licenziamenti per donne e ragazzi, disciplina militare per gli uomini (prigione, processi e invio al fronte). Da questo punto di vista soltanto gli operai austriaci vennero trattati come gli italiani, negli altri paesi la disciplina di fabbrica venne mantenuta senza militarizzazione.” (Mario Isnenghi – Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, La nuova Italia 2000)

La legislazione adottata dal governo durante la guerra porta alla soppressione di norme che tutelavano la sicurezza degli operai; “Alcuni comitati regionali segnalavano ben presto l’aumento degli infortuni, imputandolo non solo al deterioramento dei macchinari e alla inesperienza, ma anche all’esaurimento degli operai”.( Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)

Le rivendicazioni operaie si faranno sentire nel 1917 quando con il crollo di Caporetto e con quello che sembra imminente dello stato, le privazioni, le sofferenze patite per tanti anni faranno esplodere il malcontento (in quei giorni alcune città rimangono prive di viveri per carenze di approvvigionamenti).
Gli scioperi del 1917-18 che si verificarono in Italia furono meno consistenti di quelli avuti in Germania o in Gran Bretagna (qui l’attività sindacale non venne mai bloccate dalla guerra).

Già dai primi anni di guerra si scatenano voci su gli enormi profitti che le grandi industrie vanno accumulando in quelle circostanze, in cui, sacrifici e privazioni vengono imposte a tutti. Tale questione sarà sollevata sia da parte socialista (l’ordine nuovo di Torino parlerà di pescecani che si aggirano tra i banchi del parlamento) ma anche da parte dei giolittiani (anche se queste critiche saranno interessate in quanto i seguaci dell’ex presidente del consiglio attaccheranno in particolare la Fiat che era passata da posizioni neutraliste ad un atteggiamento più dichiaratamente bellico –il vicepresidente era nel consiglio di direzione dell’Idea nazionale, noto quotidiano interventista) e da parte di esponenti liberali sottolineavano come la discrepanza economico-sociale nel paese stava aumentando in misura rischiosa per la stessa sopravvivenza dello stato.
“Nelle industrie belliche a produttività crescente, la forte lavorazione ha permesso la formazione di facili e poderosi profitti, derivanti non meno che dall’aumento dei prezzi, dalla diminuzione dei costi a mano che la produzione in serie aumentava. Di tali giganteschi guadagni si sono avvantaggiati, più ancora che le società industriali, i singoli dirigenti , i commercianti , gli intermediari, con le loro partecipazioni, talora modeste ma diffuse su una larga massa di unità fabbricate o vendute.” (Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)

Di questo si occuperanno anche saltuariamente le autorità dello stato che apriranno inchieste su singole aziende; una indagine complessiva dell’intera condotta dell’industria e più in generale del mondo imprenditoriale nel corso del conflitto mondiale sarà effettuata dal parlamento nel 1923 (Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta per le spese di guerra 6 febbraio).

“Abolito ogni calcolo di costi ci si gettò alla moltiplicazione del prodotto, sotto lo stimolo degli alti prezzi garantiti dalle forniture belliche. I profitti medie delle anonime, che erano del 4,26% alla vigilia del conflitto, balzano nel 1917 al 7,75%; e ancor più significativi gli incrementi nei settori più direttamente impegnati nella produzione bellica. Così i profitti siderurgici salgono al 6,30 % al 16,55%; quelli dell’industria automobilistica dall’8,20% al 30,51%; gli utili dei fabbricanti di pellami e calzature dal 9,31 al 30,51%; quelli dei lanieri dal 5,18% al 18,74%; quelli dei cotonieri, che ancora alla vigilia del conflitto si dibattevano in una gravissima crisi, da -0,94 al 12,27%; quelli dei chimici dallo 8,02 al 15,39%; quelli dell’industria della gomma dall’8,57% al 14,95%.” (Rosario Romeo, Breve Storia della grande industria in Italia 1861-1961, Cappelli).

“Il settore metalmeccanico si sviluppa in una sorta di forzato isolamento autarchico, con effetti positivi in termini di maturazione di autonome conoscenze tecnologiche da un lato e negativi dall’altro , per quanto concerne l’attenzione al controllo dei costi , che non è certo al centro delle preoccupazioni degli imprenditori in quel momento .Altro elemento caratterizzante l’evoluzione dell’economia italiana è il processo di concentrazione oligopolista che vede emergere alcune società oltre all’Ansaldo, particolarmente l’Ilva e la fiat, che diversificando la loro produzione abbracciavano nuovi campi di attività.” (Pg 100 Doria, Ansaldo l’impresa e lo stato, Franco Angeli Editore)

Vediamo quindi alcuni dei principali soggetti di quegli anni che hanno dominato la scena economica e sono stati tra i maggiori soggetti coinvolti con le commesse dello stato.

Agli inizi del 1914 la Fiat era al 30° posto tra le aziende italiane e rappresentava il 50% del contingente autovetture nazionale. Legata agli ambienti giolittiani era su posizioni neutralista. La crisi del 1907 aveva portato un rafforzamento delle banche (banca commerciale in testa).Nel 1914 perde le commesse della marina tedesca, in seguito al mutato clima internazionale. La situazione è grave; la posizione neutralista viene modificata dall’atteggiamento assunto dal vicepresidente Ferraris che si avvicina agli ambienti nazionalisti del quotidiano l’Idea Nazionale; posizione che irrita gli ambienti della banca commerciale. Il Ferraris in seguito all’atteggiamento della Commerciale si allontanerà dal quotidiano nazionalista. Nel 1914 non riesce la collocazione sul mercato di un prestito obbligazionario per la Fiat San Giorgio (società deòg ruppo) e il prestito viene assunto in toto direttamente dalla casa madre.

La Fiat aveva già collaborato con lo Stato in occasione della guerra libica; nel 1915 oltre che con il miglioramento dei mezzi di autotrasporto, la Fiat raggiunge una grande specializzazione nella produzione delle mitragliatrici e di esplosivi. Tra il 14 gennaio e il 31 agosto del 1915 una nuova ingente massa di ordinazioni militari per circa 55 milioni si era riversata sulle controllate del gruppo.

La legislazione speciale introdotta dopo la proclamazione della guerra farà si che tutto il personale addetto agli stabilimenti sarà soggetto alla giurisdizione militare, con gli operai sorvegliati dai militari e dai carabinieri.
“Entrando alla Fiat - scriveva l’Avanti del 22 marzo 1916- gli operai devono dimenticare in modo più assoluto di essere uomini per rassegnarsi ad essere considerati come utensili” (pg 81 Vittorio Castronovo, Giovanni Agnelli, Einaudi 1977), garantendo con questo sfruttamento l’incremento senza precedenti del rendimento della manodopera.

Nel 1916 viene stipulato tra l’azienda e il sindacato un concordato a cui, però, erano contrari i lavoratori a causa dei ritmi di lavoro ritenuti da questi micidiali e alle manipolazioni coercitive. La situazione si aggrava ancora di più quando in seguito alla strafexpidetion del maggio la perdita di tanto materiale, e quindi la sua sostituzione chiese un ulteriore sforzo di produzione.

Nel 1917 avvengono le manifestazioni operaie a Torino in cui si chiede la pace che ponga fine alle restrizioni e alle privazioni che il proletariato vive; in seguito a questi episodi, su pressioni anche della casa Torinese, il governo proclama Torino zona di guerra riducendo libertà e diritti dei sudditi italiani.
Nello stesso anno avviene l’incorporazione nella Fiat di diverse società (società ferriere piemontesi, società industrie metallurgiche).

Nel 1916 ci furono voci di scalata all’azienda ad opera dei fratelli Perrone del gruppo Ansaldo, anche se successivamente ci furono esperienze di collaborazione tecnica tra le imprese. Il tentativo di scalata aveva portato la Fiat ad un aumento del capitale sociale nella Fiat San Giorgio da 5 milioni e 500 mila a 22 milioni e questo aveva di fatto impedito ai Perrone di entrare nella controllata Fiat.
Questo era avvenuto alla luce di un accordo per cui l’Ansaldo si sarebbe occupato di “cose di mare”, mentre la Fiat si sarebbe occupata di autotrasporti e ferrovie. Ma l’acquisto di Fiat di altre aziende metallurgiche aveva fatto saltare tutto.

Nel 1916 Fiat esportava 4000 motori in Inghilterra e Francia.
A giugno del 1918 Agnelli chiede un aumento di capitale trovando l’obiezione da parte di alcuni azionisti di minoranza. I Perrone approfittando degli attriti avevano con l’appoggio della Bis rastrellato numerose azioni. Ad ottobre del 1918 ci fu l’aumento di capitale.
Nel 1918 la Fiat effettua insieme con il finanziere Gualino la scalata al credito italiano (istituto che aveva già cooperato con la Fiat) per rispondere al tentativo di scalata, fallito grazie a mosse interne, alla banca Commerciale da parte dei Perrone e della Bis che avevano elaborato questa mossa per mettere in crisi l’istituto di piazza della scala che era il maggiore finanziatore dell’azienda di Torino.

Il nuovo tentativo fu bloccato nel 1919 con l’appoggio dell’Ilva di Max Bondi che contributi a recuperare azioni in mano alla Bis. Fiat e Ilva firmarono un patto di sindacato con in pegno reciproco scambio di azioni; con questo accordo inoltre veniva allontanata la Bis dal sindacato della Comit. Tuttavia l’accordo con l’Ilva durò solo pochi mesi sufficienti per far fallire il secondo tentativo dei Perrone.

La Fiat subì già negli anni del conflitto l’attacco degli antichi referenti politici giolittiani venendo accusata di accumulare eccessivi profitti, in un momento difficile per il paese. L’avvocato Giovanni Torelli, azionista di minoranza della Fiat, pubblica sulla stampa nel marzo del 1916 un articolo in cui affermava “I singoli direttori.. percepiscono centinaia di migliaia di lire ciascuno. Ora nemmeno il comandante delle armate d’Italia, nemmeno il presidente del consiglio dei ministri ha questi favolosi stipendi … Questa guerra lascerà un mondo sanguinante per molte rovine. Non è equo che persone privilegiate nella vita sociale diano esempio di avidi, improvvisi, colossali lucri quand’assistiamo ad una fioritura meravigliosa di rinunzie e di sacrifici da parte degli umili e dei meno abbienti.” (p10 Vittorio Castronovo, Giovanni Agnelli, Einaudi 1977)

I guadagni della fiat nel 1915 ammontavano a quasi il 90% rispetto al capitale azionario.
“Due aumenti di capitale … erano serviti a porre al riparo da ogni eventuale provvedimento fiscale di indole corretti a, i cospicui profitti accumulati dalla fiat nei primi sei mesi di guerra … Il decreto luogotenenziale del 7 febbraio 1916 …. Aveva inteso limitare, a partire dall’esercizio del 1915 per le società anteriori al conflitto, il dividendo massimo all’8% del capitale, salvo che nell’ultimo triennio esso avesse superato tale limite, nel qual caso (cosi per la Fiat la cui media era stata dell’11% il nuovo dividendo poteva pareggiare il livello triennale.” (pg 90 p10 Vittorio Castronovo, Giovanni Agnelli, Einaudi)

La legge prevedeva che gli utili accantonati e non distribuiti ai soci non fossero gravati da imposta di ricchezza mobile e non veniva esclusa la possibilità di aggregare questo risparmio con il preesistente capitale sociale. Di tutte e due queste ipotesi si avvalse la Fiat.

La Fiat fu sottoposta ad una campagna di accusa da parte de “la Stampa” che condannava il patriottismo interessando della azienda degli Agnelli; la campagna tornò utile, comunque, alla Fiat.
Il prezzo delle proprie azioni subii un ribasso cosi come quello di diverse aziende metallurgiche che la Fiat stava per assorbire e che entrarono nella società degli agnelli con costi minori.

La Fiat aveva nel 1914 4000 addetti che diventarono nel 1918 40510; gli utili dichiarati moltiplicarono velocemente; il capitale sociale passava da 25 milioni e mezzo del 1914 ai 128 milioni del 1918.

La Caproni rappresenta un caso particolare, ma non il solo di quegli anni. Un piccolo laboratorio gestito dai fratelli Caproni diventò nel corso del conflitto bellico una delle più importanti se non la più importante industria nel nascente settore aeronautico. La Caproni riuscii come molte altre industrie ad ottenere dallo stato garanzie, anticipazioni ed esclusione delle imposte sui sovrapprofitti di guerra.

Ma ci furono anche pesantissime critiche sul lavoro della fabbrica aeronautica che non si spensero neppure nel 1917 quando fu istituito il commissariato generale dell’aeronautica ufficialmente per dare vigore e ordine allo sforzo di costruzioni, in realtà per limitare le voci di favoritismi e sperperi che si diffondevano.

Nel 1918 la Caproni avrebbe dovuto consegnare 1 aereo al giorno a partire dal 1 aprile; in ottobre aveva costruito una trentina. Dei 361 milioni di lavoro commessi dallo stato rivendico la restituzione di 300 milioni.

L’Ilva nasce a Bagnoli agli inizi del 900 dalle stesse imprese del gruppo Terni per produrre ghisa beneficiando della legge del 1903 che prevedeva agevolazioni per l’area di Napoli.
Nel 1911 si era visto affidare l’esercizio degli impianti di Piombino, Elba siderurgica, Ligure metallurgica e ferrerie Italiane.

Il referente creditizio del Consorzio era rappresentato da quella Banca commerciale che sarà a più riprese oggetto di attacchi da parte del mondo industriale e da settori degli ambienti politici nazionalisti accusata di essere una banca tedesca.
Nel periodo dal 1910 al 1915 L’Ilva produceva il 90 per cento della lavorazione della ghisa in altoforno in Italia e i tre quinti della produzione nazionale di acciaio.
La guerra portò ad una ulteriore crescita dell’Ilva.
“Nel solo ultimo anno di guerra il consorzio denunciava 300 milioni di capitale versato, circa altrettanto di impianti e attrezzature, 200 milioni di partecipazioni e gli addetti al gruppo risultavano in numero di circa 50 mila” (G. Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)
Nel ‘19 però l’amministrazione militare vantava nei confronti dell’Ilva 100 milioni solo per i casi di indebito lucro; cifra che venne ridotto prima a 44 milioni e poi a definitivi 12 milioni circa di lire.

“ La Società degli Altiforni, Acciaierie e Fonderie di Terni venne fondata il 10 marzo 1884 per costruire e gestire impianti capaci di produrre acciaio secondo le tecniche più avanzate in uso nei principali paesi industriali e col proposito specifico di fabbricare le piastre necessarie alla corazzatura delle navi della Regia Marina.” (pg 3 F Monelli, Lo sviluppo di un grande impresa in Italia la terni dal 1884 al 1962, Einaudi 1975 )
La nascita della società è segnata da una commistione tra interesse pubblico e privato. Lo stato per motivi di sicurezza nazionale non voleva dipendere dall’estero in un settore così vitale e delicato per lo sviluppo economico, ma anche per un eventuale impegno bellico; gli industriali, d’altra parte, in un paese ancora fondamentalmente agricolo investivano in questi settori della nascente industria in qualche modo garantiti dall’intervento diretto o indiretto della protezione statale.

La Terni dal 1899 al 1904 è la storia dell’alleanza tra interessi borsistici, bancari e industriali che trovano in alcuni momenti nell’impresa il loro punto di convergenza.
Per molti anni la Terni fu l’unica referente dell’amministrazione militare italiana, producendo corazze, cannoni e proietti perforanti. Tra il 1901 e il 1914 la quota della produzione nazionale di acciaio grezzo spettante alla Terni si stabilizzò intorno al 5-6 % una percentuale esigua a prima vista, ma rilevante se si pensa che con essa venne fabbricata una gran parte dei prodotti siderurgici speciali che le imprese nazionali erano allora in grado di fornire.

La Terni fu in realtà un gruppo sui-generis. Di fatto fu un’altra creatura della Banca Commerciale e dei suoi interessi. Monelli parla del gruppo Terni “soltanto, come di un mero fatto di potere destinato ad avere ad un certo punto ad avere una rilevanza più nell’influenza esterna esercitata dai suoi dirigenti sulle scelte di politica economica e finanziaria dei governi, che non per i risultati conseguiti sul piano tecnico, industriale e finanziario.” (pg 90 F Monelli, Lo sviluppo di un grande impresa In italia la terni dal 1884 al 1962)

La Terni funzionò a pieno regime dalla fine del 15 e il suo ruolo fu essenziale nella fase iniziale del conflitto perché assicurò i prodotti di base che venivano lavorati negli stabilimenti statali e da altre imprese private quando ancora non erano pronti i nuovi impianti della Ansaldo.

Un raffreddamento tra i rapporti tra stato e Terni si ebbero a ridosso dell’inchiesta sulla marina scaturita dalla violenta polemica che oppose il ministro della marina Bettolo e il deputato socialista Ferri; inchiesta che, però, non porto a nessun risultato concreto se non all’abbandono del dicastero da parte del Bettolo, e d'altronde la conclusione non poteva essere diversa visto che non vennero interrogati né sentiti amministratori della società né persone ad esse appartenenti.

La macchina produttiva dell’acciaieria produttiva esplicitò le massime sue possibilità proprio tra il 1916 e il 1917. Durante il ‘18 lo sforzo produttivo non rallentò ma l’aumento ulteriore della produzione non poté mantenere il ritmo dei due anni precedenti; per ovvi limiti tecnici essendosi la terni impegnata nell’attività di produzione trascurando di creare una nuova capacità produttiva e per crescenti scompensi organizzativi determinati dalle difficoltà di approvvigionamento di materie prime soprattutto di combustibile.

Lo stato si rivelò un cliente difficile, non perché impedì di spuntare ottimi margini di profitti ma perché concentrò sempre la sua spesa in pochi esercizi, tardò altre volte a definire i particolari ordinati, in altri casi rinvio i collaudi e tardo a pagare. L’impresa da parte sua pur di non lasciarsi sfuggire le commesse procedette alla cieca si espose al rischio di errori di valutazioni nelle previsioni dei costi da sopportare.

I crediti verso lo Stato permisero alla Terni di avere agevolazioni nell’ottenere dalla Comit i fondi necessari.

“Il livello dei sovrapprofitti di guerra della Terni, sebbene notevole, non fu trai più elevati; avrebbe potuto certamente essere maggiore se l’impresa avesse potuto lavorare da sola tutto l’acciaio che fondeva.” ( pg 117 F Monelli, Lo sviluppo di un grande impresa in italia la terni dal 1884al 1961)

L’Ansaldo fu senza dubbio uno dei soggetti più coinvolti nelle complesse vicende societarie e in quella che qualcuno definì la guerra parallela tra i grandi gruppi industriali.
I fratelli Perrone, che guidarono la società in quegli anni, riuscirono a “vendere” così bene la loro immagine a tal punto che il generale Cadorna affermò che senza l’Ansaldo non sarebbe stata possibile la riscossa del Piave.

La società Ansaldo si trasforma da accomandita in spa agli inizi del 900 fondendosi con la società Armstrong. Ferdinando Maria Perrone arriverà alla direzione nel 1902; nel corso di un decennio la famiglia Perrone, nel frattempo sono arrivati alla guida i figli Mario e Pio, riesce ad estromettere la Armstrong divenendo di fatto il solo controllore della società.

Nel momento in cui scoppia la guerra l’Ansaldo capisce che la situazione può essere promettente, ma ha bisogno di capitali. Visto il panorama del settore del credito con i maggiori Istituti (Credito Italiano, Banco di Roma, Banca Commerciale) legati ai concorrenti i Perrone sono tra i principali artefici della nascita della Banca Italiana di Sconto che vedrà la luce negli anni immediatamente precedenti lo scoppio del conflitto e che si legherà a doppio filo all’Ansaldo.

L’Ansaldo ha nel 1914 un patrimonio industriale di 45 milioni di lire che arriveranno alla fine del conflitto a 135,5 milioni; gli stabilimenti passano da 9 nel 1914 a 18 alla fine della guerra; i titoli di proprietà da 174 mila lire prima dello scoppio della guerra a 40 milioni nel 1917; i dipendenti passeranno da diecimila a più di 60 mila nel 1918 , anche se i Perrone parleranno di 80 mila.
Il capitale della società passerà da 30 milioni di lire a 500 milioni nel 1918 (fonte Doria, Ansaldo l’impresa e lo stato, Franco Angeli Editore) con crediti vantati per 701 milioni di lire del 1918 a fronte di 300 milioni di debiti (la situazione nel 1915 era di 19 milioni di lire di crediti e 23 di debiti diversi).

Nel corso degli anni 1914-1918 l’Ansaldo si scontrerà con gli altri gruppi italiani: uno dei primi scontri sarà contro la Fiat e porterà la società dei Perrone ad acquisire la Fiat Sangiorgio, poi divenuta Ansaldo San Giorgio.
La presenza del gruppo torinese in alcuni settori venne ritenuta inaccettabile e venne attaccata come fosse un nemico. Dapprima l’Ansaldo cercò di scalare la Comit per tagliare i fondi alla casa di Torino, tentando di raggiungere il duplice scopo di sbarazzarsi di due nemici. Ma la scalata venne bloccata, e comunque la Fiat era riuscita ad assicurarsi altre linee di credito entrando a controllare il Credito Italiano. A quel punto i Perrone tentarono direttamente la conquista della società di Agnelli. Ma anche questo tentativo andò male.

Le continue battaglie ingaggiate dai Perrone avevano lo scopo di creare un complesso industriale che fosse un “sistema verticale a ciclo completo”, già “iniziato prima della guerra e durante questa portata a compimento, del sistema verticale a ciclo completo composto di tre raggruppamenti industriali: il siderurgico (materia prima, energia elettrica e semilavorati) il meccanico e il marittimo che si integravano a vicenda”. (pg 81 Anna Maria Falchero, La Banca Italiana Di Sconto 1914-1921, Franco Angeli Editore 1990)

Lo sviluppo integrale dell’industria dei fratelli Perrone prevede, quindi, anche la conquista del settore elettrico. L’Ansaldo già nel 15 soffre per le temporanee diminuzioni dell’erogazione di elettricità, fornitale dalla società elettrica Negri e dalle Officine Elettriche Genovesi (oeg). Nei due anni successivi le polemiche con la Negri, relativamente alla quantità erogata e ai prezzi, sono frequenti e salgono di tono quando sul finire del 17 la Negri passa sotto il controllo della banca commerciale. I Perrone, temendo di cadere vittime delle manovre dell’istituto di credito, reagiscono acquistando azioni della Negri e della stessa Comit. Uno dei tentativi di scalata della Comit operati dai Perrone si conclude nel giungo del 918 con un accordo che prevede, tra l’altro, la cessione all’Ansaldo di 50 mila azioni della negri; Mario Perrone diviene presidente della negri e delle oeg che entrano a far parte del gruppo Ansaldo insieme ad altre imprese elettriche controllate dalla Negri: la società forze idrauliche della Maira, la società alto Po, la società idroelettrica ligure di la Spezia, In tal modo i Perrone intenti alla realizzazione del complesso elettro-siderurgico di Aosta, possono fondatamente ipotizzare la creazione di una grande rete di produzione e trasporto d’energia che copra l’arco alpino occidentale e quello appenninico e alimenti un poderoso organismo industriale.

Le fonti a cui i Perrone avevano attinto le centinaia di milioni necessari alla attuazione del loro programma erano sostanzialmente tre: la bis, che fini col rappresentare il loro unico grande creditore; lo stato, che attraverso gli anticipi sui lavori in corso, in percentuali crescenti, dal 67 al 75% delle somme dovute per forniture militari (il che si traduceva in veri e propri finanziamenti governativi ottenuti per questa via dalla società ligure); nonché gli obbligazionisti e gli azionisti che sottoscrissero in due anni ben 70 milioni di nuove azioni e 100 milioni di obbligazioni. Lo stato per parte sua tra il ‘15 e il 1917 ampliò la propria esposizione creditizia verso la società ligure da 10 a 170 milioni di lire garantendo inoltre i due aumenti di capitale effettuati dall’Ansaldo tra il 16 e il 17 ed assumendo le concomitanti emissioni di obbligazioni ipotecari. (pg 88 Anna Maria Falchero, La banca italiana di sconto 1914-1921, Franco Angeli Editore 1990)

L’Ansaldo manterrà, nonostante una discordanza nelle cifre, “in aumento costante il volume della produzione che raggiunge i suoi massimi proprio dopo il disastro di Caporetto: in un momento critico per le sorti della guerra, dunque l’Ansaldo può presentarsi come salvatrice della patria.” (Pg 115 Marco Doria, Ansaldo l’impresa e lo stato, Franco Angeli Editore, 1989).

Da Doria vediamo che nel 1918 risultano (pg 103) numerose aziende collegate nel gruppo nelle materie prime (ad esempio miniere di Murlo e di Cogne) e fonti di energia (Negri e OEG), nella metallurgia (Fonderie e acciaieria Genova Cornigliano, Stabilimenti siderurgici Aosta) nella meccanica (meccanico Genova Sampierdarena e artiglieria Genova sampierdarena e Cornigliano, Sit torino) e nelle compagnie di navigazione (Nazionale di navigazione e Translatantica Italiana).

Ultimo argomento da trattare parlando dell’economia e del capitalismo italiano di quel tempo è il mondo creditizio.
Abbiamo già accennato alla nascita della Banca Italiana di sconto per volontà anche dell’Ansaldo, ma anche di ambienti politici (F.Saverio Nitti) che volevano contrastare il ruolo che giocavano nell’ambito dell’economia italica istituti di credito che in misura diversa erano accusati di essere stranieri (nello specifico Banca Commerciale, e in misura minore anche il credito Italiano, vennero accusati di essere banche “tedesche”).

La Banca Italiana di Sconto (BIS) nasce nel 1914 successivamente si fonde e incorpora altri due istituti di credito (società Bancaria, credito provinciale e pgobank). La bis nasce con l’aiuto di capitali francesi per spostare l’Italia, ancora neutrale, su posizioni più favorevoli all’intesa. Presidente del cda fu nominato Guglielmo Marconi per motivi di prestigio e per cercare di ottenere finanziamenti dagli Usa.
La Bis, al cui interno l’Ansaldo aveva una posizione dominante, possedeva il Secolo XXI di Genova, e aveva ottimi rapporti con Naldi, direttore de Il resto del carlino; successivamente il neonato istituto di credito acquistò Il Messaggero ed entrò nel capitale di Idea nazionale, quotidiano nazionalista. Con questi giornali l’Ansaldo-bis conduceva una campagna contro il tentativo da parte francese di scalare la Comit (tentativo fallito) perchè voleva rimanere l’unico referente della finanza d’oltralpe.

“I primi anni di guerra si erano comunque rivelati estremamente redditizi e gli ingenti soprapprofitti di gran parte delle imprese avevano creato le condizioni di mercato per poter reperire sulla piazza italiana i milioni occorrenti per il previsto ed ormai improrogabile aumento di capitale della Sconto superando così l’impasse provocato dalle cautele dei finanzieri statunitensi riconfermate … nella meta del 1916”. (pg 66 Anna Maria Falchero, La banca italiana di sconto 1914-1921, Franco Angeli Editore 1990)

L’istituto di credito di riferimento dell’Ansaldo vide il proprio rapporto tra utile di esercizio e patrimonio netto passo dal 7,5 % del 1915 al 12% del 1917.

La Bis aumentò il capitale sociale, all’unanimità, nel 1917 portandolo da 70 a 115 milioni.

Dopo aver parlato della Banca Italiana di Sconto nata a ridosso del conflitto bellico, e che proprio per la sua spregiudicata condotta non sopravviverà per molto tempo (la liquidazione avverrà agli inizi degli anni 20), esaminiamo, brevemente il mondo del credito di quegli anni.

Lo scoppio della guerra permise anche il rafforzarsi degli istituti di credito e in particolar modo dei principali quattro (oltre alla Bis, Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) che se prima del conflitto riuscivano a distinguere le loro attività da quelle industriali che finanziavano, dopo la commistione del 14/18 ciò non fu più possibile. Nel corso della guerra i tentativi di scalata reciproci che ci furono tra le banche, cosi come accadde nell’industria, furono finanziati secondo Falchero (pg 129), di fatto dagli anticipi versati dallo stato per le commesse di guerra e quindi alla fine fu lo stesso stato a finanziare queste operazioni.

Dalla breve carrellata fatta, emerge un dato innegabile: in corrispondenza degli anni della prima guerra mondiale ci furono personaggi che accrebbero a dismisura la loro fortuna mentre c’era chi la guerra la viveva al fronte tra indicibili sofferenze e privazioni e non nelle situazioni edulcorate che i giornali descrivevano.
Un intero popolo “visse” la guerra, ma furono in pochi a trarre vantaggi da quella che, al di là di ogni retorica, fu un utile strumento di arricchimento .

Lo storico inglese Dennis Mack Smith sostiene che quelle sui pescicani “ che accumulavano ricchezze grazie alla guerra” erano storie deprimenti; e certamente saranno state deprimenti per chi viveva al fronte e nelle città il dramma di una guerra e vedeva spesso arrivare in prima linea materiale inservibile (una storia, di cui però non ho trovato fonti scritti, parla di scarponi che sulla neve si scoloravano lasciando vedere che erano fatti con il cartone e non col cuoio).

Bibliografia di riferimento
Mario Isnenghi – Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, La nuova Italia 2000
D. Mack Smith, Storia d’Italia 1861-1961, CDE Milano1969
G. Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale, La nuova Italia editrice 1975
Rosario Romeo, Breve Storia della grande industria in Italia 1861-1961, Cappelli
Anna Maria Falchero, La banca italiana di sconto 1914-1921, Franco Angeli Editore 1990
Marco Doria, Ansaldo l’impresa e lo stato, Franco Angeli Editore, 1989
F Monelli, Lo sviluppo di un grande impresa in italia la terni dal 1884al 1962, Einaudi 1975
L. Gianotti, Gli operai della Fiat hanno 100 anni, Editori Riuniti 1999
Vittorio Castronovo, Giovanni Agnelli, Einaudi 1977
AAVV, Fiat documenti 1989-1949.
P Spriano, Storia di Torino operaia e socialista : da De Amicis a Gramsci, Einaudi,1972.
N. Colajanni, Storia della Banca in Italia, Newton 1995