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Ricordare, non
celebrare!
Il governo di centro- destra celebra in grande stile la
vittoria nella grande guerra, con il beneplacet del Quirinale, che
riprende un vecchio progetto caro anche a Ciampi! Ma abbiamo motivo di
celebrare?
..e il fante andò alla
guerra..
Il
ventiquattro maggio, il Piave, la vittoria, il quattro novembre; la storia
che è diventata mito. La prima guerra mondiale fu un momento cruciale
nella storia non solo militare, ma anche sociale e politica dell’Italia.
I pescecani
Chi in Italia ci ha guadagnato
veramente nel conflitto mondiale del 1915-18?
testi tratti da
http://isole.ecn.org/reds/
Ricordare, non
celebrare!
Il governo di centro- destra celebra in grande stile la
vittoria nella grande guerra, con il beneplacet del quirinale, che
riprende un vecchio progetto caro anche a Ciampi! Ma abbiamo motivo di
celebrare? Di Maurizio Attanasi Reds – Novembre 2008.
8.538.315
morti tra tutte le nazioni partecipanti al conflitto !
650.000 morti e mezzo milione di mutilati tra gli italiani!
“Da 200 milioni, il disavanzo era salito a 23 miliardi, l’inflazione
galoppava, il costo della vita era quadruplicato”.
Questo il contesto in cui, in quel quattro novembre di 90 anni fa si
diffondevano le parole del famoso proclama del generalissimo Cadorna,
della vittoria alata e delle truppe austriache che prima baldanzose e poi
bastonate risalivano le strade.
L’Italia e il mondo intero erano stati trasformati profondamente da quella
che una retorica italica definì la grande guerra!
La guerra era stata diversa da quella che sino a quel momento gli uomini
avevano conosciuto.
Era stata una guerra che aveva coinvolto milioni di uomini, usati come
carne da macello e come cavie in combattimenti che, a differenza dei
precedenti, avevano coinvolto pesantemente e ampiamente le popolazioni
civili.
La grande guerra sperimentò i progressi della tecnica: dalla artiglieria
pesante alla terribile guerra chimica!
In Italia, rappresentò forse il primo vero momento di unità nazionale, con
uomini che da tutto il paese si concentrarono nella zona di guerra, il
nordest del paese, in un mescolarsi di dialetti, usi e costumi, confronto
tra uomini e situazioni sconosciute fino al giorno prima.
La grande guerra fu la guerra del contadino soldato!
Fu la guerra delle decimazione, dei processi sommari!
Di uomini e donne strappati alla loro vita in nome di altisonanti parole e
meschini interessi!
La grande guerra fu la guerra dei pescecani; di capitalisti integerrimi
che fecero le proprie fortune sulla sciagura collettiva, creando a volte
le premesse per un solido impero industriale!
Questo oggi a 90 anni di distanza vogliamo e dobbiamo ricordare.
Uomini strappati alle proprie famiglie, dove spesso erano risorse
economiche indispensabili, per essere sbattuti a combattere in posti e
luoghi sconosciuti!
Celebrare la Vittoria, la grande guerra rientra nel progetto di ripristino
di valori nazionalistici e miti guerrieri propri di una destra che è
sempre fedele a se stessa, e che approfitta dello smarrimento e
dell’assenza di una vera opposizione per effettuare un decisa e definitiva
riscrittura della storia, della cultura e dei valori della nostra Italia.
In questo celebrare armi, vittorie e sacrari voglio ricordare gli uomini e
le donne morte per l’egoismo e gli interessi di altri uomini, strappati
alle loro famiglie e al loro lavoro quotidiano.
Voglio e devo ricordare quanti furono mandati allo sbando a morire per
conquistare un pezzo di terra che chiamavano sacro suolo, o quelli che
furono fucilati perché non accettavano l’ottusa disciplina di generali
incompetenti e vili!
Voglio ricordare chi fu ucciso dall’iprite mentre dormiva in una trincia
fangosa, o chi è stato ucciso nel sonno tra le fredde cime di terre
sconosciute!
E mentre si esalta il tricolore e inutili parole vengono sparse per tutta
la penisola, vorrei consigliare di vedere dei film come “la grande guerra”
o “uomini contro”, oppure leggere le poesie di ungaretti o il bel libro di
emilio lussu “un anno sull’altipiano”.
Non si devono dimenticare gli orrori di quella guerra mondiale, che si
ritrovano in tutte le guerre fino ai nostri giorni.
..e il fante andò alla
guerra..
Il
ventiquattro maggio, il Piave, la vittoria, il quattro novembre; la storia
che è diventata mito. La prima guerra mondiale fu un momento cruciale
nella storia non solo militare, ma anche sociale e politica dell’Italia.
Di Maurizio Attanasi. Reds - Novembre 2008
La guerra del
14-18 fu una terribile “novità” non solo per il mondo politico e militare
italiano, ma per tutti gli uomini di governo e per i militari di tutta
l’Europa. Il sentore che qualcosa stava cambiando nel mondo militare c’era
stato nei conflitti che c’erano stati nel primo decennio del nuovo secolo
come ad esempio stata per l’Italia la guerra libica del 1911.
I comandi militari e i politici erano cresciuti nel mito del risorgimento,
con le battaglia tra poche migliaia di uomini, con grandi manovre, codici
cavallereschi, tintinnio di sciabole, cariche della cavalleria con la
banda al seguito. Le battaglie avevano sempre interessato marginalmente le
popolazioni civili nelle guerre ottocentesche.
Il conflitto del 1914 rompe questi schemi, queste consuetudini facendo
tremare le certezza di una classe militare che si era formata di manuali
di guerra che già dopo i primi mesi di guerra sembravano obsoleti.
L’ingresso “ritardato” dell’Italia non aveva avvantaggiato l’esercito
sabaudo che commise gli stessi errori e non trasse nessun giovamento
dall’esperienza degli altri eserciti, che combattevano gia da quasi un
anno.
La nuova guerra si presentava come una guerra totale, una guerra di massa
contrapposta alla guerra “d’elite” del secolo precedente.
Il numero di uomini mobilitati era estremamente superiore rispetto al
passato, milioni di uomini furono vestiti di grigio verde e inviati a
combattere in posti che non avevano mai visto, e contro un nemico che era
stato sempre dipinto dalla stampa nazionale come “l’orco cattivo” che
voleva conquistare e invadere la patria.
E proprio questa mobilitazione di milioni di uomini fu un grosso
sconvolgimento nelle vite degli italiani. Contadini, soprattutto, uomini
di ogni regione di Italia venivano trasferiti in lembi di stato di cui non
avevano mai sentito parlare e si trovarono a vivere, morire e combattere
insieme ad altri uomini che parlavano spesso un dialetto per loro
incomprensibile.
Il fante del Salento si trovò a combattere con il contadino veneto, con
l’artigiano siciliano, con il toscano ecc… Era forse la prima occasione in
cui fatta l’Italia” si stavano facendo gli italiani, venendosi a creare
per forza di cosa, per la necessità una comunanza di pensieri, tradizioni,
una mescolanza di suoni, parole culture che nessun politico italiano aveva
non solo voluto ma neanche pensato.
La guerra totale del 15-18 fu tale, anche perché, interessò in maniera
devastante le popolazioni civili; non solo le popolazioni del Veneto, che
videro le proprie province teatro di guerra e che vissero gli sfondamenti
del 16 e la rotta del 17, lasciando paesi e abbandonando case; ma fu tutta
la nazione a provare e vivere sulla propria pelle lo sforzo bellico, con i
problemi e le difficoltà che questo comportava. I viveri in città
scarseggiavano in continuazione, con episodi nel corso del conflitto di
città che rischiarono insurrezione perché prive di cibo, e in campagna ,
dove viveva la maggioranza della popolazione italiana, che continuavano a
vivere nella miseria cronica, aggravata dalla partenza per il fronte degli
uomini che ne costituivano il principale sostegno. La partenza dei
contadini per il fronte privava le campagne delle braccia necessarie per
il raccolto e si assistette dunque ad una diminuzione della produzione
agricola in coincidenza con lo sforzo militare.
I congiunti dei richiamati alle armi, riconosciuti bisognosi da speciali
commissioni comunali, ricevettero un sussidio giornaliero nella misura di
lire 0,60 per la moglie e di 0,30 per ciascun figlio sotto i dodici anni.
I figli dei soldati che avevano superato tale età potevano essere ammessi
al lavoro, anche senza il prescritto grado di istruzione, in deroga alle
norme di legge sulla protezione del lavoro del fanciullo. Misure
economiche del governo insufficienti a integrare il reddito della famiglia
il cui membro era partito per il fronte.
Spesso era la burocrazia militare che frapponeva inutili stralci alle
sollecite distribuzione di materiali giacenti nei magazzini. A volte il
materiale distribuito risultava scadente, perché fornito da produttori
disonesti e a volte insufficiente, perché saccheggiata da una certa
camorra soldatesca.
Il progresso tecnologico aveva, d’altra parte, fatto far passi da gigante
alle armi con conseguente modifica delle tecniche di battaglia. Gas
velenosi, fucili più potenti e precisi di quelli del passato, la nascita
dell’artiglieria leggera, lo sviluppo e il potenziamento di quella pesante
cambiarono i piani di battaglia che i generali e gli stati maggiori
avevano preparato nel corso degli anni precedenti il 1914.
In alcuni casi fu necessaria la dura esperienza del campo per far capire
che i tempi erano cambiati; interi reggimenti di cavalleria falciati dalla
mitragliatrice, armate schierate di tutto punto pronte a
farsi massacrare dall’artiglieria, generali (pochi per la verità) che si
mettevano alla testa delle loro armate, con le uniformi sgargianti e con
le loro medaglie appuntate per farsi uccidere da un colpo di fucile senza
neppure vedere il nemico, Esempio significativo di come fu sconvolgente il
nuovo conflitto su vecchie concezioni fu il dibattito che ci fu in Francia
sulla necessità di cambiare il colore delle uniformi dell’esercito
passando dal rosso sgargiante delle truppe di Parigi a colori tipo grigio
o verde molto meno facili da individuare.
Di fronte al nuovo modo di vivere la guerra, un modo totale e devastante
per civili e militari, la legislazione militare era tremendamente in
ritardo.
Il codice militare in vigore in Italia era della fine dell’ottocento ma
ricalcava di fatto il codice penale militare dell’esercito sardo (!).
Tale arretratezza era facilmente individuabile nella configurazioni di
fattispecie di reati che erano ipotizzabili nelle vecchie battaglie,
quando non venivano coinvolte un numero di persone cosi ampie come
accadeva invece nel veneto nel 1915.
Ad esempio, il reato di rivolta armata è codificato per un numero di
agenti di quattro o più. Ora trascurando il particolare per compiere
questo reato che può prevedere la pena di morte è sufficiente “prendere le
armi” e non usarle, la stessa previsione di quattro o più soldati
sottolinea come il codice normasse comportamento “per un piccolo esercito,
nel quale un atto compiuto da quattro militare implica ripercussioni di
qualche entità e in cui il rapporto gerarchico è più stretto, più
personale e come tale maggiormente passibile di essere scosso anche per
una minima infrazione collettiva”. (A Monticone, Italiani in uniforme,
Bari 1968, pg 196)
Abbiamo gia detto che le dimensioni dell’esercito in occasione del
conflitto mondiale erano notevolmente più ampie rispetto al regio esercito
in tempo di pace, ma anche rispetto ai precedenti sforzi bellici i soldati
coinvolti furono notevolmente dio più.
L’esercito si presentava come un grosso corpo, (in totale nel corso del
conflitto furono mobilitati più di tre milioni e settecentomila uomini) la
fanteria, quella che diventò la “carne da macello” fu rappresentata in
gran parte dai contadini.
“Al principio della guerra fu possibile trovare tra i fanti anche degli
operai, degli studenti, degli impiegati, ma quasi subito gli uffici, i
comandi e le diverse specialità dell’esercito prelevarono dai reggimenti
in linea fino all’ultimo specialista del ferro, dell’ago, della lesina e
della calligrafia. “chi è rimasto?- si domando il Marpicati- il modesto
artista della zappa, lo sterratore siciliano, calabrese,lombardo, il
lavoratore troppo sovente analfabeta, tornato dalle americhe o da altre
regioni lontane, docile al richiamo del paese, che si è ricordato di lui
forse solo perché ne aveva bisogno” (P Melograni, Storia politica della
grande guerra, pg 92)
Al disopra, ai sommi vertici vi era la casta militare, formata in gran
parte da aristocratici militari di famiglia (esempio sintomatico il
comandante supremo Cadorna figlio del generale Raffaele che era entrato
con i bersaglieri a Porta Pia), formati alla scuola militare di tradizione
tedesca e a metà tra il mito risorgimentale dell’anti-austriacità e
l’alleanza con la Germania di Guglielmo II e con la “antica nemica
Austria” nella triplice alleanza dalla fine dell’ottocento.
Il corpo ufficiale fu integrato allo scoppio della guerra per adeguarsi
alle necessità della nuova guerra. Vennero formati dei corsi che in fretta
e furia cercarono di trasformare dei giovani civili in esperti uomini
d’armi. I primi scontri sanguinari ridussero ancora di più il corpo e la
necessità fece accorciare ancora di più i tempi di formazione per i nuovi
ufficiali e, quindi, vennero inviati al fronte ancora più inesperti uomini
a comandare le truppe.
L’esercito nel corpo intermedio ebbe cosi ad avere due gruppi: uno formato
da ufficiali di professione (quelli in sap – servizio attivo permanente) e
quelli di complemento che erano giovani civili che vestirono l’uniforme
per chiamata e non per scelta.
Nel corso degli anni si creò non solo un solco abissale tra gli ufficiali
e la truppa, ma anche all’interno degli ufficiali si creò una profonda
frattura tra chi il militare lo riteneva una missione e un lavoro e chi
invece era stato trascinato dagli avvenimenti. Gli ufficiali di
complemento ritennero i colleghi “di professione” degli avventurieri che
per carriera o per compiacere i propri superiori non esitarono a comandare
attacchi inutili, all’arma bianca, sanguinossimi solo per avere un
encomio, una promozione.
Gli ufficiali, d’altra parte, furono tenuti sotto controllo con la
minaccia di siluramenti, cosi come constatò la commissione di inchiesta su
Caporetto. Chiunque dissentisse dalla linea dei superiori o esprimesse
dubbi era esonerato dal comando (fino a Caporetto gli esoneri furono 87
fonte Monticone op. cit.). L’ufficiale che era ritenuto “colpevole” veniva
destituito senza nessun tipo di “processo”, riceveva soltanto la
comunicazione della decisione del comando, senza nessuna possibilità di
difendersi o spiegare il perché delle sue affermazioni e del suo
comportamento.
Spesso gli ufficiali di complemento solidarizzarono con la truppa, non
condividendo gli atteggiamenti dei colleghi professionisti o dei
generaloni e gli alti comandi che erano ad Udine, lontani dai campi di
battaglie, dalle trincee con i loro problemi, con le lotte che vivevano
gli uomini di tutti i giorni.
Della truppa abbiamo detto che era formata soprattutto da contadini (il
fante contadino di cui tanta storiografia ha parlato) e che per molti
rappresentò un momento cruciale nella propria vita con l’allontanamento
dalla propria famiglia, dal proprio luogo di nascita e dove erano vissuti,
con gli inevitabili disagi economici per se e per la propria famiglia.
Lo stato maggiore ritenne da subito che un ruolo importante doveva essere
data alla giustizia militare di guerra, come ulteriore strumento di
disciplina e quindi con un ruolo di educatrice e dissuatrice di
comportamenti.
L’azione del comando supremo si svolse in diverse direzioni: da un lato
faceva pressioni sui collegi giudicanti perché non si discostassero dalle
richieste che avanza l’avvocatura militare (quando si rese conto che in
alcuni casi i collegi non erano molto sensibili all’invito che proveniva
dal comando supremo perché era preponderante il numero dei giudici erano
formati da ufficiali di complemento che venivano quindi dalla vita
borghese spinse perché nei collegi giudicanti l’elemento di militari di
professione fosse la maggioranza); d’altra parte invitavano gli ufficiai
presenti nella trincea ad usare le estreme misure per punire codardi e
vigliacchi; altra misura fu rappresentata dall’invito alla costituzione di
tribunali speciali che avevano la possibilità di poter operare in modo più
veloce rispetto alle giurisdizioni militari cosiddette ordinarie (ci fu il
caso della brigata Barletta un cui soldato fu processato e condannato a
morte con sentenza eseguita immediatamente, poiché furono trovati dei
cartellini sugli alberi con minacce di morte se la brigata non fosse stata
mandata a riposo e il soldato condannato a morte nei giorni precedenti
aveva esortato alla rivolta per ottenere il riposo).
Ulteriore linea seguita da Cadorna fu quella di fare pressioni verso il
mondo politico (senza particolare successo) perché mettesse mano a riforme
normative per rendere ulteriormente più dure le punizioni e colpire i
disfatti all’interno dell’esercito e quelli presenti nel paese.
Ma come si comportarono alcuni pacifisti, quelli che venivano accusati di
essere disfattisti dal comando supremo come i socialisti?
I socialisti una volta dichiarata la guerra partirono tranquillamente per
il fronte, seguendo la linea del partito che seppur formalmente era né
aderire né sabotare di fatto con il passare dei mesi si spinse sempre di
più su posizione di adesione allo sforzo bellico, con il gruppo
parlamentare che in un occasione offri anche il proprio appoggio al
governo e con adempio sindaci come quello di Bologna che esposero il
tricolore sul palazzo comunale fino alla gloriosa vittoria della patria
italiana.
Significativa, però, del clima con cui comunque vennero trattati i
rapporti con i socialisti fu una sentenza degli inizi del 1918 in cui si
condannava all’ergastolo per tradimento a un soldato perché propagandista
dell’Avanti e che raccoglieva fondi per il quotidiano socialista.
“ Le denunzie all’autorità giudiziarie militare dalla dichiarazione di
guerra (24 maggio 1915) alla data dell’amnistia (2 settembre 1919) furono
complessivamente 870 mila delle quali 470 mila per mancata alla chiamata e
400 mila per diserzione o per altri reati commessi sotto le armi” (Monticone,
op cit, pg 207).
Al 2 settembre 1919 rimanevano in corso di istruzione 50 mila processi,
mentre erano stati definiti 350 mila.
Il 6% delle nostre truppe fu oggetto di denunzia ai tribunali militare.
Nel 1919 venne emanata dal governo Nitti una amnistia, criticata
ferocemente dalle forze nazionaliste in quanto premiante per i
“disfattisti e gli elementi sovversivi”, verso i soldati della grande
guerra; in realtà era il cercare di porre fine ad una situazione di caccia
alla streghe e di una assurda disciplina militare che aveva visto spesso
nel fante un oggetto meno importanti delle armi che erano in trincea.
“ Il principio di tutta l’azione dell’ufficio giustizia, ossia del comando
supremo, fu quello della “giustizia punitrice” rapida, severa ed
esemplare, sostegno e complemento della disciplina “ (Monticone, op cit,
pg 251).
Le condanne comminate dai tribunali furono più di 170 mila su 262 mila
denunziati; la maggior parte dei reati fu pronunciata per diserzione, con
una crescita progressiva dei casi.
Il secondo reato in ordine di importanza fu l’indisciplina: in questo caso
è bene precisare che soldati vennero processati in procedimenti penali
svolti contro ufficiali denunziati dai propri sottoposti, per violenze e
abusi di potere; negli stessi procedimenti venivano però processati anche
i soldati che avevano avuto il coraggio di denunziare comportamenti
arbitrali dei propri superiori, finendo alla fine loro stessi condannati
per rifiuto di obbedienza, con la corte ovviamente sempre ben disposta
verso gli ufficiali.
Altro reato tra i più diffusi e particolari fu costituito
dall’autolesionismo che vide 10000 condanne su 15 mila denunzie; questa
tipologia di reato ebbe una impennata notevole nel corso del secondo anno
di guerra per poi diminuire lievemente negli anni successivi.
A spiegare la riduzione del numero dei reati fu anche la modifica della
normativa. Se nei primi anni chi si feriva, anche volontariamente, era
comunque allontanato dalla prima linea con l’invio al carcere militare,
successivamente fu disposto che, anche condannati, i soldati appena
guariti sarebbero ritornati subito in prima linea, facendo così perdere
l’incentivo all’allontanamento dal fronte.
Le mutilazioni autoprodottesi (ascessi con sostanze infette, ferite da
arma da fuoco, congiuntiviti e dermatiti) in molti casi per la imperizia
di chi commetteva tale reato andarono a produrre effetti permanente sul
soldato, provocando mutilazioni permanenti come la perdita della vista,
l’inutilizzo di arti e casi ancora più gravi.
Facendo una analisi complessiva dell’attività che i 117 tribunali diffusi
in tutto il regno alla fine della guerra (dato ricavato da B. Bianchi, La
follia e la fuga, Bulzoni 2001, pg 221) possiamo vedere che gran parte
delle condanne si conclusero con pene detentive (reclusione militare o il
carcere) le condanne a morte comminate furono 1006 di cui 729 eseguite e
277 non eseguite, dato incompleto perché non considerava l’opera del
maggiore statistico in materia il Mortara, le condanne in contumacia
(circa 3000).
La giustizia militare seguì gli avvenimenti bellici e così una delle
conseguenza della strafeexpedition “ fu un netto balzo in avanti nella
recrudescenza dell’azione penale e disciplinare: il maggio-giugno 1916
porta cosi ad una prima svolta di un certo rilievo rispetto ai primi
dodici mesi di attività della giustizia militare. (Bianchi, op cit, pg
271)
La disparità di trattamento della giustizia militare nei confronti della
truppa e degli ufficiali è un dato innegabile dei processi compiuti nella
prima guerra mondiali. Attenuanti rifiutate per i soldati, furono
considerate elementi fondamentali nel procedimento verso gli ufficiali;
spesso gravissimi motivi familiari (lutti gravissimi che colpivano i
soldati, o situazione di estrema indigenza dei familiari che erano rimasti
al paese) non entrarono mai nel parametro di giudizio delle corti per
attenuare gravi sentenza verso i soldati. La classe sociale, la giovane
età i “presunti valori morali” costituirono sempre motivo per attenuare
reati più gravi e concedere sempre generose attenuanti.
Altro strumento di giustizia penale largamente incoraggiato dai comandi
superiori fu la decimazione e l’esecuzioni sommarie, di cui però, proprio
per la natura dello strumento, abbiamo solo dati incompleti.
La circolare 3525 del comando supremo affermava “ deve ogni soldato essere
certo di trovare, all’occorrenza nel superiore il fratello o il padre , ma
deve essere convinto che il superiore ha il sacro potere di passare
immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi” (tratta da
Monticone, op cit, pg pg 224).
“L’aspetto più aberrante della giustizia penale in periodo di guerra fu ..
quello delle esecuzioni sommarie, attuate sul campo senza alcuna procedura
o dopo una breve inchiesta indiziaria , talora per colpire forme anche
lievi di indisciplina. (G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella
grande guerra, Editori Riuniti 1993, p 24).
Casi accertati di decimazione brigata Ravenna, brigata Catanzaro, episodio
della compagnia presso il monte Mosciagh nel 1916.
Nel 1917 alcuni soldati dell’89 reggimento di fanteria furono fucilati
dopo un sorteggio. “Dei fatti accaduti resta una dichiarazione del
deputato Michele Gortani di Tolmezzo: in seguito ad un attacco, alcuni
nostri feriti erano rimasti fra le linee nostre e quelle austriache. Dopo
due giorni passati senza che questi feriti potessero essere soccorsi,
visto che le difficoltà del terreno non permettevano di soccorrerli da
parte nostra, si consiglio dalle nostre linee che essi cercassero di
muoversi verso quelle austriache. Ebbene, coloro che erano indiziati di
aver dato questo consiglio, furono rinviati a processo. La conclusione fu
l’ordine di una decimazione sommaria del reparto indiziato. Furono
fucilati. Ma la sentenza pare che sia sparita.” (Bianchi, op cit, pg 176).
“All’esecuzione sommaria infatti non fece ricorso soltanto in situazioni
estreme, ma anche per riaffermare i rapporti gerarchici. Che l’esecuzione
sommaria di soldati durante il combattimento fosse considerata una prassi
lecita, lo confermano le dichiarazioni che alcuni ufficiali fecero con
disinvoltura nel corso di conversazioni informali”. (Bianchi, op cit, pg
178)
I tribunali, quando furono istruiti dei processi, tennero in
considerazioni tutte le attenuanti possibili per giustificare il
comportamento dei comandanti in tali situazioni.
Con l’abbandono del comando supremo da parte di Cadorna e la successione
di Diaz le cose fondamentalmente non mutarono per quel che attiene la
giustizia militare, il nuovo comandate continuò a concepire la giustizia
come uno strumento per ottenere la disciplina dalle sue truppe; ma è
innegabile che ci furono miglioramenti nelle condizioni di vita da parte
dei soldati.
Molti furono gli italiani che tornarono dall’estero per vestire la divisa
grigio-verde e restarono profondamente delusi dall’atteggiamento che in
patria li aspetto. A differenza dei compatrioti, che per esempio erano
rimasti negli stati uniti ed erano entrati a far parte dell’esercito di
quel paese (che ricevevano una paga migliore e il governo aveva pensato
anche una assicurazione sulla vita), l’emigrante italiano ritornato in
Italia aveva un trattamento economico pessimo, nessuna forma assicurativa,
nessuna comprensione da parte della gerarchia militare in tema di licene e
permessi. Molti in realtà erano stati spinti al ritorno in patria dal
timore che il non prestare servizio militare avesse impedito in futuro un
ricongiungimento con la famiglia di origine.
Un grosso problema per lo stato maggiore fu rappresentato dalla prima
licenza invernale di guerra (1915/1916). I soldati che andarono in licenza
furono in qualche modo controllati nei propri paesi di provenienza per
evitare che descrivessero uno scenario negativo al paese di quel fronte e
di quei fanti che il corriere della domenica dipingeva amabili quadri
sulle proprie pagine.
I soldati al ritorno a casa in alcuni casi evitavano di raccontare il
dramma che vivevano in prima linea soprattutto per non angosciare i
familiari, ma molti non potevano fare a meno di constatare quanto in
alcuni casi il paese fosse lontano dal fronte ed estraneo alla guerra. “la
licenza produceva, come scrive il monticone, una inevitabile interruzione
del processo di adattamento alla guerra. Il soldato si scopre ancora uomo,
padre e marito con una sensibilità e un senso dell’umanità che la bruttura
della guerra gli facevano perdere.
Molti ritennero che fu proprio l’effetto licenza a creare i presupposti
per gli insuccessi del 1916 dell’esercito italiano, tant’è che il
generalissimo arrivò a minacciare una stop alle licenza misura non
eseguita poi in realtà.
La licenza costituì, per molti militari , l’occasione per abbandonare
anche definitivamente il fronte. Furono moltissimi i casi di soldati che
arrivati a casa rientravano in ritardo (rischiando moltissimo, perché con
il passare del tempo il margine per il ritardo dalla licenza era stato
diminuito, e trascorso tale tempo si incorreva nel reato di diserzione).
“ Margini tanto ridotti esponevano alla pena di morte anche chi, tornando
dalla licenza, avesse presentato un ritardo involontario, non inconsueto
nel caso di lunghi viaggi sulle tradotte militari in un paese con grandi
difficoltà di comunicazione e con una rete ferroviaria assai ridotta, in
particolare nel mezzogiorno e nelle isole” (Bianchi, op cit,pg170)
Dalle dichiarazioni che tanti soldati-contadini fecero agli ufficiali
istruttori emerse che essi non avrebbero mai disobbedito se non fosse
stato per la famiglia, ma di fronte ai campi abbandonati, alla
perseveranza, laboriosità miseria dei propri cari non ebbero dubbi sulla
priorità dei loro doveri. “Molti avevano certamente affrontato la vita di
guerra sostenuti dai valori della cultura contadina:perseveranza,
laboriosità, rispetto dei valori gerarchici. I rapporti interni alla
comunità contadina, imperniata sulla subordinazione all’autorità della
famiglia per la soddisfazione dei bisogni collettivi, avevano favorito
l’adattamento alla disciplina. Fu la mancanza di rispetto per questi
valori a provocare la ribellione, la rottura dei legami dei soggetti
all’autorità”. (Bianchi 246)
I disertori erano ben accolti dalla popolazione, che spesso venivano
aiutati da questa perché spesso lavoravano nei campi sostituendosi agli
uomini al fronte. Spesso si creava una rete introno ai disertori per
proteggerli dalle ricerche dei carabinieri, e in alcuni casi si arrivò da
parte dei civili a scontrarsi con pattuglie di carabinieri. La diserzione
era stata in molti casi l’estrema ratio perchè comportava conseguenze
negative per i familiari, che venivano spesso privati dei loro beni con
procedimenti di confisca e sequestro e del sussidio, e inoltre additati a
cattivo esempio alla comunità in cui vivevano.
Spesso il fante disertava perché i superiori che avevano promesso licenze
a chi si fosse offerto volontario per missione rischiose; promesse
spessissimo mai mantenute.
Non era previsto allo scoppio della guerra nessun elemento di distrazione
per i soldati, a differenza per quanto accadeva per altri eserciti;
nessuno spettacolo, nessun divertimento secondo lo stato maggiore non era
idoneo all’ambiente bellico e allo sforzo che i soldati dovevano
sostenere.
L’unica eccezione fu rappresentato dalla prostituzione, le case di
tolleranza furono sotto il controllo delle autorità militari .
“La maggior parte degli ufficiali e dei soldati si lamentavano … che il
riposo non potesse mai diventare tale, proprio perché non dava occasione
di incontrare essere umani o animali che non fossero i soliti uomini in
grigio verde o i soliti mali. Per distrarsi e dimenticarono restarono a
disposizione le bevande alcoliche che facevano parte della razione
quotidiana del soldato”. (Melograni, op cit, pg 243).
Era abitudine distribuire grandi quantità di alcol prima della battaglia.
L’usanza di andare a raccogliere i feriti dopo gli scontri non si
accordava con le caratteristiche della guerra totale; ma i “comandi
temevano che le truppe delle due parti trovassero occasione ed
eventualmente fraternizzare” (Melograni, op cit, pg 256)
In tutti gli eserciti furono presenti episodi in cui truppe apposta a cosi
pochi metri l’una dalle altre finissero per “fraternizzare” come dissero
sentenze dei tribunali militari e copiosa letteratura di guerra. In
realtà, tranne sporadici casi, in cui in effetti soldati, anche con alcuni
graduati, si incontravano nella terra di nessuno, solitamente la
“fraternizzazione” consistette nello scambio di qualche battuta,di
sigarette, pane e altri miseri beni, e in non dichiarate tregue che
permettevano di alleviare la difficile vita di trincea.
I comandi reagirono ovviamente malissimo, e in alcuni casi invitarono la
propria artiglieria a colpire le proprie truppe, le proprie trincee per
evitare i contattati tra soldati che man mano che i mesi passavano
capivano che i nemici non erano i mostri descritti dalla stampa, ma erano
poveracci come loro, che passano le stesse pene.
Un episodio significativo è dato da una condanna a un caporale e due
soldati che avevano inviato un cane con un bigliettino con scritte che
esprimevano la stanchezza per la guerra. Per l’autore del biglietto fu
richiesta la pena di morte per fucilazione (ai sensi dell’art. 72) a cui
fortunatamente furono riconosciute le attenuanti. (l’episodio è citato in
Monticone, op cit).
Il soldato italiano, che non aveva partecipato alle radiose giornate di
maggio si trovò sbattuto a combattere una guerra non sua, in condizioni
critiche tali da modificare il suo animo. Le condizioni di una guerra che
ebbe molti episodi di autentica carneficina, spinsero questi uomini a
tentare le vie più disperate per lasciare quell’inferno: la fuga, la
diserzione, l’autolesionismo, il suicidio furono modi, tentativi per
fuggire dall’orribile esperienza della guerra. Uno stato gendarme,
superiori insensibili, spesso pazzi sanguinari costituivano ulteriore
elemento per distruggere la psichiche e l’anima di quegli uomini.
Uomini che pur al fronte continuavano a pensare alle disastrate case, in
cui i propri congiunti morivano di fame, con soldati che affrontarono la
corte marziale per stare accanto ai figli morenti, o per cercare una
sistemazione per quelli rimasti orfani (le condizioni di abbandono in cui
vivevano i fanciulli trova un drammatico riscontro nella mortalità
infantile , la più alta tra tutti i paesi belligeranti).
Questi fatti, le innumerevoli sentenza ci tramandano un soldato italiano,
mandato al fronte a fare il proprio dovere, ma che non accettò di ridursi
a strumento di una incomprensibile e ingiusta guerra e che cercò di
manifestarlo come poté.
Bibliografia
di riferimento
da internet Materiali di storia n 19, Al muro di Cesare Alberto Loverre;
A.V, Era come a mietere, 1982
G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Editori
Riuniti 1993
B. Bianchi, La follia e la fuga, Bulzoni 2001
A Monticone, Italiani in uniforme, Bari 1968
P Melograni, Storia politica della grande guerra ;
Mario Isnenghi – Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, La nuova
Italia 2000
I pescecani
Chi in Italia ci ha guadagnato
veramente nel conflitto mondiale del 1915-18? Di
Maurizio Attanasi. Reds - Novembre 2008
La situazione
economica italiana vive un momento di depressione legato ad un quadro
mondiale negativo nel 1904 -1905. Questa situazione si aggrava per
l’Italia nel 1907 con il terribile terremoto che scuote Reggio Calabria e
Messina e che dissesta ulteriormente il già provato bilancio dello stato
italiano (distruzione in una notte di non meno di 4 miliardi di ricchezza
privata fonte Cabaita in G. Porosini, Il capitalismo italiano nella prima
guerra mondiale).
In un panorama così provato il regno d’Italia si imbarca in guerra
coloniale per conquistare la quarta sponda. Nell’1911-12 l’Italia combatte
contro l’impero ottomano per Tripoli e la Libia. La guerra sarà un piccolo
laboratorio di quello che accadrà, poi, in misura molto più ampia con la
prima guerra mondiale, con l’affacciarsi nell’affaire guerra di industrie
che grazie allo sforzo bellico vedranno crescere i propri profitti, la
propria potenza politico-economica; il deficit dello stato si aggraverà di
circa due miliardi di lire.
Lo scoppio della guerra nel giugno 1914 assesta in un primo momento un
colpo gravissimo all’economia; si verificano subito problemi con le
importazioni e poi arrivano le misure restrittive al commercio imposte dal
governo, successivamente attenuate, per cui c’è una limitazione anche alle
esportazioni. Ma successivamente la situazione migliora e l’Italia inizia
a trarre qualche minimo beneficio dalla sua posizione di neutralità.
Ma il movimento intenso, dietro le quinte, degli stati già coinvolti nel
conflitto (soprattutto Francia e Germania) che cercano di tirare l’Italia
nell’uno o nell’altro campo raggiunge il suo scopo quando nel 1915
l’Italia dopo le radiose giornate di maggio dichiara guerra all’Austria
per quella che viene presentata come la quarta guerra di indipendenza.
L’Italia allo scoppio della guerra è fondamentalmente un paese agricolo,
con una industria ancora poco competitiva e con alcuni suoi settori chiave
dominati da capitali stranieri (notevole, ad esempio, la presenza di
capitale tedesco nel settore delle energia e della nascente chimica).
Il governò italiano si trova a confrontarsi con realtà che hanno una
diversa forza economica e industriale.
Nel 1913 la produzione di acciaio era di 900 mila tonnellate contro i 17
milioni e 600 mila della Germania, i 7 milioni e 800 della Gran Bretagna e
i 4 milioni e 600 della Francia cifra analoga a quella prodotta dalla
Russia.
Nella produzione di ghisa il divario era ancora maggiore con l’Italia che
produceva circa 427 mila tonnellate un quinto di quanto prodotto
dall’Austria –Ungheria, un decimo di quello che produceva la Russia
zarista.
Arriva, comunque, il maggio del 1915 e l’Italia è in guerra.
Lo stato si trova a doversi organizzare in maniera nuova per adeguare il
proprio esercito alle esigenze dello sforzo bellico. In quest’ottica i
controlli della pubblica amministrazione nei confronti delle aziende
fornitrici vengono ad essere molto più labili che in situazioni di pace;
in alcuni momenti cruciali del conflitto questo “controllo” viene quasi a
sparire del tutto.
Lo stato nell’organizzarsi per razionalizzare lo sforzo produttivo nel
periodo bellico arriverà a creare nel 1915 il ministero delle armi e
munizioni; ministero che oltre al gabinetto del sottosegretario, ha due
uffici per le ispezioni e per le richieste, tre ripartizioni (servizi
generali, mobilitazione industriale, servizio tecnico armi e munizioni) e
tre direzioni (artiglieria, del genio e aeronautica).
La ripartizione che incideva maggiormente nella programmazione
dell’attività bellica dello stato e, in cui, più stretti erano i rapporti
con i privati era quella per la mobilitazione industriale. Ad essa compete
“di determinare gli stabilimenti da considerare “ausiliari”, di agevolare
il coordinamento delle attività di questi con l’attività degli opifici
militari, di intervenire nelle controversie economiche e salariali fra
dirigenti e personale, autorizzare “le dimissioni, i licenziamenti ed i
passaggi di personale fra l’uno e l’altro stabilimento, sorvegliare il
lavoro delle maestranze minorili e femminili, nonché occuparsi delle
scuole, del tirocinio dei nuovi operai, delle garanzie igienico sanitarie
sul lavoro”. (pg 127 G. Porosini, Il capitalismo italiano nella prima
guerra mondiale)
In questi comitati un ruolo importante verrà assunto dagli industriali che
con questi contatti riusciranno a stringere accordi e posizioni migliori
per le proprie industrie.
La grande mobilitazione richiesta per la guerra non fu solo in termini
umani con la richiesta di migliaia di combattenti per diventare la “carne
da macello” che verrà sacrificata nelle trincee, ma fu anche mobilitazione
dell’economia. Lo stato, non solo in Italia, ma in tutta Europa vedrà
crescere il proprio ruolo in maniera esponenziale, assumendo dovunque una
deriva autoritaria con la limitazione o sospensione delle pratiche e delle
prassi della democrazia borghese-parlamentare.
Per dare un senso della crescita delle competenze e degli impegni dello
stato in Italia il numero dei dipendenti della pubblica amministrazione
passò da 339 a 519mila unità.
Intervento “totalizzante” ,quindi, dello stato che gestiva ora più
direttamente la vita dei cittadini: chiede agli italiani di sottoscrivere
diversi prestiti obbligazionari per sostenere la guerra, rastrella i
risparmi del pubblico. “Nel settore dell’agricoltura, il governo
interviene con calmieri, requisizioni, incoraggiamenti, obblighi di lavoro
e di produzione , tesseramenti, minacce di confische. Per accrescere la
produzione promette ai contadini somme in denaro proporzionate all’entità
dei raccolti, si impegna a pagare contributi a coloro che dissodano terre,
bandisce concorsi a premi a favore di quei proprietari che effettuano
semine primaverili. Per tutta la durata della guerra promuove ed organizza
ed impone coltivazione di terre e trasformazioni colturali e nei periodi
di più intenso lavoro nelle campagne disciplina gli esoneri e la
concessione di manodopera militare.” (Porosini, Il capitalismo italiano
nella prima guerra mondiale)
Ma il campo dove la prima guerra mondiale produsse una situazione molto
particolare fu l’industria.
Abbiamo detto che l’Italia era un paese arretrato non solo nei confronti
dei principali paesi ostili (Austria-Ungheria e impero tedesco) ma era
lontana anche dai paesi alleati (Usa, Francia e Gran Bretagna). Lo stato
perciò decise di intervenire in maniera consistente in questo settore non
solo come era accaduto per l’agricoltura con prezzi calmierati o con
limitazioni alle importazioni ed esportazioni ma volle intervenire
direttamente nella produzione e nella programmazione di svariate attività
(materiale bellico, cantieristica, trasporti e più in generale nella
siderurgia e nella metallurgia) creando in alcuni casi direttamente
impianti.
Quando l’approvvigionamento delle materie prime per le industrie si rivela
scarso e difficile, assoggettata a controllo il relativo commercio, “rende
obbligatoria la denuncia della disponibilità, fissa i prezzi d’imperio,
acquista direttamente dall’estero (o requisisce all’Interno) i materiali
necessari, privilegia il consumo bellico con divieti di vendita non
autorizzata dalle amministrazioni militari. Per il carbone importa
direttamente da paesi stranieri, adotta provvedimenti tendenti a stimolare
la produzione di quello nazionale e promuove economie di consumo.” (Porosini,
Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)
A tal scopo si individuano industrie che vennero definite “ausiliare”, su
cui lo stato esercita un controllo maggiore, anche nei confronti degli
operai ma che beneficiavano in maniera privilegiata
nell’approvvigionamento di materie prime, fattore non trascurabile man
mano che il conflitto renderà più difficile reperire tali risorse, e
avevano più facilità nell’aggiudicarsi le commesse dello stato.
Gli stabilimenti industriali coinvolti e dichiarati “ausiliari” erano 125
nel 1915 con 115 mila operai; 1976 nel 1918 con oltre 900 mila operai
(inclusi una sessantina di stabilimenti militari).
La prima guerra mondiale rappresenta, quindi, l’occasione per l’industria
italiana di fare il balzo e in molti casi di emanciparsi dalle ingerenze
stranieri presenti nella penisola. La “grande guerra” vedrà (e la nostra
attenzione si focalizzerà sui maggiori gruppi industriali) un aumento di
capitale per le maggiori industrie costante dal 1914 fino a dopo la fine
del conflitto, una crescita della produzione, del numero della forza
lavoro, delle dimensioni stesse delle aziende che vedranno il
moltiplicarsi degli stabilimenti.
Le profonde trasformazioni non riguardano solo l’attività degli
imprenditori. La guerra muta profondamente anche il proletariato italiano.
L’Italia già dal 1914, ma la situazione peggiora notevolmente con
l’entrata in guerra e sarà una costante degli anni di guerra, assiste ad
una forte svalutazione della moneta e quindi ad una forte perdita del
potere di acquisto del salario. Questa diminuita capacità di acquisto
viene aggravata dalla penuria di mezzi che nel corso di quegli anni sarà
sempre maggiore.
La classe operaia sarà profondamente trasformata.
Se è vero che gran parte della “carne da cannone” che percorrerà le
trincee sarà formata da contadini, anche il proletariato industrializzato
darà un contributo fondamentale all’esercito.
Le esenzioni dall’andare al fronte, prevista dallo stato per alcune figure
professionali dell’industria, spingerà molti commercianti e piccoli
borghesi a cercare un lavoro in una industria al fine “di imboscarsi”. E
alcuni giornali socialisti dell’epoca non mancheranno di sottolineare la
peculiarità della nuova classe operaia e stigmatizzare la volontà del
piccolo borghese a “diventare operaio”.
Lo stato promulga una “speciale legislazione di guerra” che va a
modificare le norme regolatrici dei turni di lavoro domenicali e del
riposo, permettendo agli industriali di reclutare decine di migliaia di
donne “senza le usuali garanzie; di concentrarle in stabilimenti spesso
inadatti e improvvisati, di occuparle molte ore al giorno e della notte in
dispregio alle norme consuete; di moltiplicare ed di generalizzare ore di
lavoro supplementari; di adottare misure di estrema gravità per evitare le
assenze collettive e individuali dalle fabbriche, i rifiuti di obbedienza,
le minacce; di comminare pene severe anche a donne e bambini” (Porosini,
Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)
SI vennero a creare quattro “figure giuridiche” di operaio: gli “operai
militarmente comandati” a disposizione del comando territoriale; gli
operai militari, in virtù di mansioni speciali che svolgono; gli operai
“borghesi” senza obblighi militari; le donne e i ragazzi (Vittorio
Castronovo, Giovanni Agnelli).
E sono proprio questi due soggetti che contribuiscono a modificare
ulteriormente la classe operaia; con un lavoro minorile quantitativamente
in forte aumento (il limite dei 15 anni non viene mai rispettato) mentre
la presenza femminile arriverà a toccare alla fine della guerra le 180
mila unità.
La presenza delle donne è massiccia soprattutto nelle industria pesante,
dove vengono dirottate le operaie già impiegate negli stabilimenti
tessili.
“La manodopera negli stabilimenti militari venne militarizzata, quella
degli stabilimenti ausiliari venne assoggettata a un pesante regime
disciplinare (sospensione di tutte le conquiste sindacali a cominciare dal
diritto di sciopero) orari e cottimo in funzione dell’emergenza, multe e
licenziamenti per donne e ragazzi, disciplina militare per gli uomini
(prigione, processi e invio al fronte). Da questo punto di vista soltanto
gli operai austriaci vennero trattati come gli italiani, negli altri paesi
la disciplina di fabbrica venne mantenuta senza militarizzazione.” (Mario
Isnenghi – Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, La nuova Italia
2000)
La legislazione adottata dal governo durante la guerra porta alla
soppressione di norme che tutelavano la sicurezza degli operai; “Alcuni
comitati regionali segnalavano ben presto l’aumento degli infortuni,
imputandolo non solo al deterioramento dei macchinari e alla inesperienza,
ma anche all’esaurimento degli operai”.( Porosini, Il capitalismo italiano
nella prima guerra mondiale)
Le rivendicazioni operaie si faranno sentire nel 1917 quando con il crollo
di Caporetto e con quello che sembra imminente dello stato, le privazioni,
le sofferenze patite per tanti anni faranno esplodere il malcontento (in
quei giorni alcune città rimangono prive di viveri per carenze di
approvvigionamenti).
Gli scioperi del 1917-18 che si verificarono in Italia furono meno
consistenti di quelli avuti in Germania o in Gran Bretagna (qui l’attività
sindacale non venne mai bloccate dalla guerra).
Già dai primi anni di guerra si scatenano voci su gli enormi profitti che
le grandi industrie vanno accumulando in quelle circostanze, in cui,
sacrifici e privazioni vengono imposte a tutti. Tale questione sarà
sollevata sia da parte socialista (l’ordine nuovo di Torino parlerà di
pescecani che si aggirano tra i banchi del parlamento) ma anche da parte
dei giolittiani (anche se queste critiche saranno interessate in quanto i
seguaci dell’ex presidente del consiglio attaccheranno in particolare la
Fiat che era passata da posizioni neutraliste ad un atteggiamento più
dichiaratamente bellico –il vicepresidente era nel consiglio di direzione
dell’Idea nazionale, noto quotidiano interventista) e da parte di
esponenti liberali sottolineavano come la discrepanza economico-sociale
nel paese stava aumentando in misura rischiosa per la stessa sopravvivenza
dello stato.
“Nelle industrie belliche a produttività crescente, la forte lavorazione
ha permesso la formazione di facili e poderosi profitti, derivanti non
meno che dall’aumento dei prezzi, dalla diminuzione dei costi a mano che
la produzione in serie aumentava. Di tali giganteschi guadagni si sono
avvantaggiati, più ancora che le società industriali, i singoli dirigenti
, i commercianti , gli intermediari, con le loro partecipazioni, talora
modeste ma diffuse su una larga massa di unità fabbricate o vendute.” (Porosini,
Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale)
Di questo si occuperanno anche saltuariamente le autorità dello stato che
apriranno inchieste su singole aziende; una indagine complessiva
dell’intera condotta dell’industria e più in generale del mondo
imprenditoriale nel corso del conflitto mondiale sarà effettuata dal
parlamento nel 1923 (Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta
per le spese di guerra 6 febbraio).
“Abolito ogni calcolo di costi ci si gettò alla moltiplicazione del
prodotto, sotto lo stimolo degli alti prezzi garantiti dalle forniture
belliche. I profitti medie delle anonime, che erano del 4,26% alla vigilia
del conflitto, balzano nel 1917 al 7,75%; e ancor più significativi gli
incrementi nei settori più direttamente impegnati nella produzione
bellica. Così i profitti siderurgici salgono al 6,30 % al 16,55%; quelli
dell’industria automobilistica dall’8,20% al 30,51%; gli utili dei
fabbricanti di pellami e calzature dal 9,31 al 30,51%; quelli dei lanieri
dal 5,18% al 18,74%; quelli dei cotonieri, che ancora alla vigilia del
conflitto si dibattevano in una gravissima crisi, da -0,94 al 12,27%;
quelli dei chimici dallo 8,02 al 15,39%; quelli dell’industria della gomma
dall’8,57% al 14,95%.” (Rosario Romeo, Breve Storia della grande industria
in Italia 1861-1961, Cappelli).
“Il settore metalmeccanico si sviluppa in una sorta di forzato isolamento
autarchico, con effetti positivi in termini di maturazione di autonome
conoscenze tecnologiche da un lato e negativi dall’altro , per quanto
concerne l’attenzione al controllo dei costi , che non è certo al centro
delle preoccupazioni degli imprenditori in quel momento .Altro elemento
caratterizzante l’evoluzione dell’economia italiana è il processo di
concentrazione oligopolista che vede emergere alcune società oltre
all’Ansaldo, particolarmente l’Ilva e la fiat, che diversificando la loro
produzione abbracciavano nuovi campi di attività.” (Pg 100 Doria, Ansaldo
l’impresa e lo stato, Franco Angeli Editore)
Vediamo quindi alcuni dei principali soggetti di quegli anni che hanno
dominato la scena economica e sono stati tra i maggiori soggetti coinvolti
con le commesse dello stato.
Agli inizi del 1914 la Fiat era al 30° posto tra le aziende italiane e
rappresentava il 50% del contingente autovetture nazionale. Legata agli
ambienti giolittiani era su posizioni neutralista. La crisi del 1907 aveva
portato un rafforzamento delle banche (banca commerciale in testa).Nel
1914 perde le commesse della marina tedesca, in seguito al mutato clima
internazionale. La situazione è grave; la posizione neutralista viene
modificata dall’atteggiamento assunto dal vicepresidente Ferraris che si
avvicina agli ambienti nazionalisti del quotidiano l’Idea Nazionale;
posizione che irrita gli ambienti della banca commerciale. Il Ferraris in
seguito all’atteggiamento della Commerciale si allontanerà dal quotidiano
nazionalista. Nel 1914 non riesce la collocazione sul mercato di un
prestito obbligazionario per la Fiat San Giorgio (società deòg ruppo) e il
prestito viene assunto in toto direttamente dalla casa madre.
La Fiat aveva già collaborato con lo Stato in occasione della guerra
libica; nel 1915 oltre che con il miglioramento dei mezzi di
autotrasporto, la Fiat raggiunge una grande specializzazione nella
produzione delle mitragliatrici e di esplosivi. Tra il 14 gennaio e il 31
agosto del 1915 una nuova ingente massa di ordinazioni militari per circa
55 milioni si era riversata sulle controllate del gruppo.
La legislazione speciale introdotta dopo la proclamazione della guerra
farà si che tutto il personale addetto agli stabilimenti sarà soggetto
alla giurisdizione militare, con gli operai sorvegliati dai militari e dai
carabinieri.
“Entrando alla Fiat - scriveva l’Avanti del 22 marzo 1916- gli operai
devono dimenticare in modo più assoluto di essere uomini per rassegnarsi
ad essere considerati come utensili” (pg 81 Vittorio Castronovo, Giovanni
Agnelli, Einaudi 1977), garantendo con questo sfruttamento l’incremento
senza precedenti del rendimento della manodopera.
Nel 1916 viene stipulato tra l’azienda e il sindacato un concordato a cui,
però, erano contrari i lavoratori a causa dei ritmi di lavoro ritenuti da
questi micidiali e alle manipolazioni coercitive. La situazione si aggrava
ancora di più quando in seguito alla strafexpidetion del maggio la perdita
di tanto materiale, e quindi la sua sostituzione chiese un ulteriore
sforzo di produzione.
Nel 1917 avvengono le manifestazioni operaie a Torino in cui si chiede la
pace che ponga fine alle restrizioni e alle privazioni che il proletariato
vive; in seguito a questi episodi, su pressioni anche della casa Torinese,
il governo proclama Torino zona di guerra riducendo libertà e diritti dei
sudditi italiani.
Nello stesso anno avviene l’incorporazione nella Fiat di diverse società
(società ferriere piemontesi, società industrie metallurgiche).
Nel 1916 ci furono voci di scalata all’azienda ad opera dei fratelli
Perrone del gruppo Ansaldo, anche se successivamente ci furono esperienze
di collaborazione tecnica tra le imprese. Il tentativo di scalata aveva
portato la Fiat ad un aumento del capitale sociale nella Fiat San Giorgio
da 5 milioni e 500 mila a 22 milioni e questo aveva di fatto impedito ai
Perrone di entrare nella controllata Fiat.
Questo era avvenuto alla luce di un accordo per cui l’Ansaldo si sarebbe
occupato di “cose di mare”, mentre la Fiat si sarebbe occupata di
autotrasporti e ferrovie. Ma l’acquisto di Fiat di altre aziende
metallurgiche aveva fatto saltare tutto.
Nel 1916 Fiat esportava 4000 motori in Inghilterra e Francia.
A giugno del 1918 Agnelli chiede un aumento di capitale trovando
l’obiezione da parte di alcuni azionisti di minoranza. I Perrone
approfittando degli attriti avevano con l’appoggio della Bis rastrellato
numerose azioni. Ad ottobre del 1918 ci fu l’aumento di capitale.
Nel 1918 la Fiat effettua insieme con il finanziere Gualino la scalata al
credito italiano (istituto che aveva già cooperato con la Fiat) per
rispondere al tentativo di scalata, fallito grazie a mosse interne, alla
banca Commerciale da parte dei Perrone e della Bis che avevano elaborato
questa mossa per mettere in crisi l’istituto di piazza della scala che era
il maggiore finanziatore dell’azienda di Torino.
Il nuovo tentativo fu bloccato nel 1919 con l’appoggio dell’Ilva di Max
Bondi che contributi a recuperare azioni in mano alla Bis. Fiat e Ilva
firmarono un patto di sindacato con in pegno reciproco scambio di azioni;
con questo accordo inoltre veniva allontanata la Bis dal sindacato della
Comit. Tuttavia l’accordo con l’Ilva durò solo pochi mesi sufficienti per
far fallire il secondo tentativo dei Perrone.
La Fiat subì già negli anni del conflitto l’attacco degli antichi
referenti politici giolittiani venendo accusata di accumulare eccessivi
profitti, in un momento difficile per il paese. L’avvocato Giovanni
Torelli, azionista di minoranza della Fiat, pubblica sulla stampa nel
marzo del 1916 un articolo in cui affermava “I singoli direttori..
percepiscono centinaia di migliaia di lire ciascuno. Ora nemmeno il
comandante delle armate d’Italia, nemmeno il presidente del consiglio dei
ministri ha questi favolosi stipendi … Questa guerra lascerà un mondo
sanguinante per molte rovine. Non è equo che persone privilegiate nella
vita sociale diano esempio di avidi, improvvisi, colossali lucri
quand’assistiamo ad una fioritura meravigliosa di rinunzie e di sacrifici
da parte degli umili e dei meno abbienti.” (p10 Vittorio Castronovo,
Giovanni Agnelli, Einaudi 1977)
I guadagni della fiat nel 1915 ammontavano a quasi il 90% rispetto al
capitale azionario.
“Due aumenti di capitale … erano serviti a porre al riparo da ogni
eventuale provvedimento fiscale di indole corretti a, i cospicui profitti
accumulati dalla fiat nei primi sei mesi di guerra … Il decreto
luogotenenziale del 7 febbraio 1916 …. Aveva inteso limitare, a partire
dall’esercizio del 1915 per le società anteriori al conflitto, il
dividendo massimo all’8% del capitale, salvo che nell’ultimo triennio esso
avesse superato tale limite, nel qual caso (cosi per la Fiat la cui media
era stata dell’11% il nuovo dividendo poteva pareggiare il livello
triennale.” (pg 90 p10 Vittorio Castronovo, Giovanni Agnelli, Einaudi)
La legge prevedeva che gli utili accantonati e non distribuiti ai soci non
fossero gravati da imposta di ricchezza mobile e non veniva esclusa la
possibilità di aggregare questo risparmio con il preesistente capitale
sociale. Di tutte e due queste ipotesi si avvalse la Fiat.
La Fiat fu sottoposta ad una campagna di accusa da parte de “la Stampa”
che condannava il patriottismo interessando della azienda degli Agnelli;
la campagna tornò utile, comunque, alla Fiat.
Il prezzo delle proprie azioni subii un ribasso cosi come quello di
diverse aziende metallurgiche che la Fiat stava per assorbire e che
entrarono nella società degli agnelli con costi minori.
La Fiat aveva nel 1914 4000 addetti che diventarono nel 1918 40510; gli
utili dichiarati moltiplicarono velocemente; il capitale sociale passava
da 25 milioni e mezzo del 1914 ai 128 milioni del 1918.
La Caproni rappresenta un caso particolare, ma non il solo di quegli anni.
Un piccolo laboratorio gestito dai fratelli Caproni diventò nel corso del
conflitto bellico una delle più importanti se non la più importante
industria nel nascente settore aeronautico. La Caproni riuscii come molte
altre industrie ad ottenere dallo stato garanzie, anticipazioni ed
esclusione delle imposte sui sovrapprofitti di guerra.
Ma ci furono anche pesantissime critiche sul lavoro della fabbrica
aeronautica che non si spensero neppure nel 1917 quando fu istituito il
commissariato generale dell’aeronautica ufficialmente per dare vigore e
ordine allo sforzo di costruzioni, in realtà per limitare le voci di
favoritismi e sperperi che si diffondevano.
Nel 1918 la Caproni avrebbe dovuto consegnare 1 aereo al giorno a partire
dal 1 aprile; in ottobre aveva costruito una trentina. Dei 361 milioni di
lavoro commessi dallo stato rivendico la restituzione di 300 milioni.
L’Ilva nasce a Bagnoli agli inizi del 900 dalle stesse imprese del gruppo
Terni per produrre ghisa beneficiando della legge del 1903 che prevedeva
agevolazioni per l’area di Napoli.
Nel 1911 si era visto affidare l’esercizio degli impianti di Piombino,
Elba siderurgica, Ligure metallurgica e ferrerie Italiane.
Il referente creditizio del Consorzio era rappresentato da quella Banca
commerciale che sarà a più riprese oggetto di attacchi da parte del mondo
industriale e da settori degli ambienti politici nazionalisti accusata di
essere una banca tedesca.
Nel periodo dal 1910 al 1915 L’Ilva produceva il 90 per cento della
lavorazione della ghisa in altoforno in Italia e i tre quinti della
produzione nazionale di acciaio.
La guerra portò ad una ulteriore crescita dell’Ilva.
“Nel solo ultimo anno di guerra il consorzio denunciava 300 milioni di
capitale versato, circa altrettanto di impianti e attrezzature, 200
milioni di partecipazioni e gli addetti al gruppo risultavano in numero di
circa 50 mila” (G. Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra
mondiale)
Nel ‘19 però l’amministrazione militare vantava nei confronti dell’Ilva
100 milioni solo per i casi di indebito lucro; cifra che venne ridotto
prima a 44 milioni e poi a definitivi 12 milioni circa di lire.
“ La Società degli Altiforni, Acciaierie e Fonderie di Terni venne fondata
il 10 marzo 1884 per costruire e gestire impianti capaci di produrre
acciaio secondo le tecniche più avanzate in uso nei principali paesi
industriali e col proposito specifico di fabbricare le piastre necessarie
alla corazzatura delle navi della Regia Marina.” (pg 3 F Monelli, Lo
sviluppo di un grande impresa in Italia la terni dal 1884 al 1962, Einaudi
1975 )
La nascita della società è segnata da una commistione tra interesse
pubblico e privato. Lo stato per motivi di sicurezza nazionale non voleva
dipendere dall’estero in un settore così vitale e delicato per lo sviluppo
economico, ma anche per un eventuale impegno bellico; gli industriali,
d’altra parte, in un paese ancora fondamentalmente agricolo investivano in
questi settori della nascente industria in qualche modo garantiti
dall’intervento diretto o indiretto della protezione statale.
La Terni dal 1899 al 1904 è la storia dell’alleanza tra interessi
borsistici, bancari e industriali che trovano in alcuni momenti
nell’impresa il loro punto di convergenza.
Per molti anni la Terni fu l’unica referente dell’amministrazione militare
italiana, producendo corazze, cannoni e proietti perforanti. Tra il 1901 e
il 1914 la quota della produzione nazionale di acciaio grezzo spettante
alla Terni si stabilizzò intorno al 5-6 % una percentuale esigua a prima
vista, ma rilevante se si pensa che con essa venne fabbricata una gran
parte dei prodotti siderurgici speciali che le imprese nazionali erano
allora in grado di fornire.
La Terni fu in realtà un gruppo sui-generis. Di fatto fu un’altra creatura
della Banca Commerciale e dei suoi interessi. Monelli parla del gruppo
Terni “soltanto, come di un mero fatto di potere destinato ad avere ad un
certo punto ad avere una rilevanza più nell’influenza esterna esercitata
dai suoi dirigenti sulle scelte di politica economica e finanziaria dei
governi, che non per i risultati conseguiti sul piano tecnico, industriale
e finanziario.” (pg 90 F Monelli, Lo sviluppo di un grande impresa In
italia la terni dal 1884 al 1962)
La Terni funzionò a pieno regime dalla fine del 15 e il suo ruolo fu
essenziale nella fase iniziale del conflitto perché assicurò i prodotti di
base che venivano lavorati negli stabilimenti statali e da altre imprese
private quando ancora non erano pronti i nuovi impianti della Ansaldo.
Un raffreddamento tra i rapporti tra stato e Terni si ebbero a ridosso
dell’inchiesta sulla marina scaturita dalla violenta polemica che oppose
il ministro della marina Bettolo e il deputato socialista Ferri; inchiesta
che, però, non porto a nessun risultato concreto se non all’abbandono del
dicastero da parte del Bettolo, e d'altronde la conclusione non poteva
essere diversa visto che non vennero interrogati né sentiti amministratori
della società né persone ad esse appartenenti.
La macchina produttiva dell’acciaieria produttiva esplicitò le massime sue
possibilità proprio tra il 1916 e il 1917. Durante il ‘18 lo sforzo
produttivo non rallentò ma l’aumento ulteriore della produzione non poté
mantenere il ritmo dei due anni precedenti; per ovvi limiti tecnici
essendosi la terni impegnata nell’attività di produzione trascurando di
creare una nuova capacità produttiva e per crescenti scompensi
organizzativi determinati dalle difficoltà di approvvigionamento di
materie prime soprattutto di combustibile.
Lo stato si rivelò un cliente difficile, non perché impedì di spuntare
ottimi margini di profitti ma perché concentrò sempre la sua spesa in
pochi esercizi, tardò altre volte a definire i particolari ordinati, in
altri casi rinvio i collaudi e tardo a pagare. L’impresa da parte sua pur
di non lasciarsi sfuggire le commesse procedette alla cieca si espose al
rischio di errori di valutazioni nelle previsioni dei costi da sopportare.
I crediti verso lo Stato permisero alla Terni di avere agevolazioni
nell’ottenere dalla Comit i fondi necessari.
“Il livello dei sovrapprofitti di guerra della Terni, sebbene notevole,
non fu trai più elevati; avrebbe potuto certamente essere maggiore se
l’impresa avesse potuto lavorare da sola tutto l’acciaio che fondeva.” (
pg 117 F Monelli, Lo sviluppo di un grande impresa in italia la terni dal
1884al 1961)
L’Ansaldo fu senza dubbio uno dei soggetti più coinvolti nelle complesse
vicende societarie e in quella che qualcuno definì la guerra parallela tra
i grandi gruppi industriali.
I fratelli Perrone, che guidarono la società in quegli anni, riuscirono a
“vendere” così bene la loro immagine a tal punto che il generale Cadorna
affermò che senza l’Ansaldo non sarebbe stata possibile la riscossa del
Piave.
La società Ansaldo si trasforma da accomandita in spa agli inizi del 900
fondendosi con la società Armstrong. Ferdinando Maria Perrone arriverà
alla direzione nel 1902; nel corso di un decennio la famiglia Perrone, nel
frattempo sono arrivati alla guida i figli Mario e Pio, riesce ad
estromettere la Armstrong divenendo di fatto il solo controllore della
società.
Nel momento in cui scoppia la guerra l’Ansaldo capisce che la situazione
può essere promettente, ma ha bisogno di capitali. Visto il panorama del
settore del credito con i maggiori Istituti (Credito Italiano, Banco di
Roma, Banca Commerciale) legati ai concorrenti i Perrone sono tra i
principali artefici della nascita della Banca Italiana di Sconto che vedrà
la luce negli anni immediatamente precedenti lo scoppio del conflitto e
che si legherà a doppio filo all’Ansaldo.
L’Ansaldo ha nel 1914 un patrimonio industriale di 45 milioni di lire che
arriveranno alla fine del conflitto a 135,5 milioni; gli stabilimenti
passano da 9 nel 1914 a 18 alla fine della guerra; i titoli di proprietà
da 174 mila lire prima dello scoppio della guerra a 40 milioni nel 1917; i
dipendenti passeranno da diecimila a più di 60 mila nel 1918 , anche se i
Perrone parleranno di 80 mila.
Il capitale della società passerà da 30 milioni di lire a 500 milioni nel
1918 (fonte Doria, Ansaldo l’impresa e lo stato, Franco Angeli Editore)
con crediti vantati per 701 milioni di lire del 1918 a fronte di 300
milioni di debiti (la situazione nel 1915 era di 19 milioni di lire di
crediti e 23 di debiti diversi).
Nel corso degli anni 1914-1918 l’Ansaldo si scontrerà con gli altri gruppi
italiani: uno dei primi scontri sarà contro la Fiat e porterà la società
dei Perrone ad acquisire la Fiat Sangiorgio, poi divenuta Ansaldo San
Giorgio.
La presenza del gruppo torinese in alcuni settori venne ritenuta
inaccettabile e venne attaccata come fosse un nemico. Dapprima l’Ansaldo
cercò di scalare la Comit per tagliare i fondi alla casa di Torino,
tentando di raggiungere il duplice scopo di sbarazzarsi di due nemici. Ma
la scalata venne bloccata, e comunque la Fiat era riuscita ad assicurarsi
altre linee di credito entrando a controllare il Credito Italiano. A quel
punto i Perrone tentarono direttamente la conquista della società di
Agnelli. Ma anche questo tentativo andò male.
Le continue battaglie ingaggiate dai Perrone avevano lo scopo di creare un
complesso industriale che fosse un “sistema verticale a ciclo completo”,
già “iniziato prima della guerra e durante questa portata a compimento,
del sistema verticale a ciclo completo composto di tre raggruppamenti
industriali: il siderurgico (materia prima, energia elettrica e
semilavorati) il meccanico e il marittimo che si integravano a vicenda”. (pg
81 Anna Maria Falchero, La Banca Italiana Di Sconto 1914-1921, Franco
Angeli Editore 1990)
Lo sviluppo integrale dell’industria dei fratelli Perrone prevede, quindi,
anche la conquista del settore elettrico. L’Ansaldo già nel 15 soffre per
le temporanee diminuzioni dell’erogazione di elettricità, fornitale dalla
società elettrica Negri e dalle Officine Elettriche Genovesi (oeg). Nei
due anni successivi le polemiche con la Negri, relativamente alla quantità
erogata e ai prezzi, sono frequenti e salgono di tono quando sul finire
del 17 la Negri passa sotto il controllo della banca commerciale. I
Perrone, temendo di cadere vittime delle manovre dell’istituto di credito,
reagiscono acquistando azioni della Negri e della stessa Comit. Uno dei
tentativi di scalata della Comit operati dai Perrone si conclude nel
giungo del 918 con un accordo che prevede, tra l’altro, la cessione
all’Ansaldo di 50 mila azioni della negri; Mario Perrone diviene
presidente della negri e delle oeg che entrano a far parte del gruppo
Ansaldo insieme ad altre imprese elettriche controllate dalla Negri: la
società forze idrauliche della Maira, la società alto Po, la società
idroelettrica ligure di la Spezia, In tal modo i Perrone intenti alla
realizzazione del complesso elettro-siderurgico di Aosta, possono
fondatamente ipotizzare la creazione di una grande rete di produzione e
trasporto d’energia che copra l’arco alpino occidentale e quello
appenninico e alimenti un poderoso organismo industriale.
Le fonti a cui i Perrone avevano attinto le centinaia di milioni necessari
alla attuazione del loro programma erano sostanzialmente tre: la bis, che
fini col rappresentare il loro unico grande creditore; lo stato, che
attraverso gli anticipi sui lavori in corso, in percentuali crescenti, dal
67 al 75% delle somme dovute per forniture militari (il che si traduceva
in veri e propri finanziamenti governativi ottenuti per questa via dalla
società ligure); nonché gli obbligazionisti e gli azionisti che
sottoscrissero in due anni ben 70 milioni di nuove azioni e 100 milioni di
obbligazioni. Lo stato per parte sua tra il ‘15 e il 1917 ampliò la
propria esposizione creditizia verso la società ligure da 10 a 170 milioni
di lire garantendo inoltre i due aumenti di capitale effettuati
dall’Ansaldo tra il 16 e il 17 ed assumendo le concomitanti emissioni di
obbligazioni ipotecari. (pg 88 Anna Maria Falchero, La banca italiana di
sconto 1914-1921, Franco Angeli Editore 1990)
L’Ansaldo manterrà, nonostante una discordanza nelle cifre, “in aumento
costante il volume della produzione che raggiunge i suoi massimi proprio
dopo il disastro di Caporetto: in un momento critico per le sorti della
guerra, dunque l’Ansaldo può presentarsi come salvatrice della patria.” (Pg
115 Marco Doria, Ansaldo l’impresa e lo stato, Franco Angeli Editore,
1989).
Da Doria vediamo che nel 1918 risultano (pg 103) numerose aziende
collegate nel gruppo nelle materie prime (ad esempio miniere di Murlo e di
Cogne) e fonti di energia (Negri e OEG), nella metallurgia (Fonderie e
acciaieria Genova Cornigliano, Stabilimenti siderurgici Aosta) nella
meccanica (meccanico Genova Sampierdarena e artiglieria Genova
sampierdarena e Cornigliano, Sit torino) e nelle compagnie di navigazione
(Nazionale di navigazione e Translatantica Italiana).
Ultimo argomento da trattare parlando dell’economia e del capitalismo
italiano di quel tempo è il mondo creditizio.
Abbiamo già accennato alla nascita della Banca Italiana di sconto per
volontà anche dell’Ansaldo, ma anche di ambienti politici (F.Saverio
Nitti) che volevano contrastare il ruolo che giocavano nell’ambito
dell’economia italica istituti di credito che in misura diversa erano
accusati di essere stranieri (nello specifico Banca Commerciale, e in
misura minore anche il credito Italiano, vennero accusati di essere banche
“tedesche”).
La Banca Italiana di Sconto (BIS) nasce nel 1914 successivamente si fonde
e incorpora altri due istituti di credito (società Bancaria, credito
provinciale e pgobank). La bis nasce con l’aiuto di capitali francesi per
spostare l’Italia, ancora neutrale, su posizioni più favorevoli
all’intesa. Presidente del cda fu nominato Guglielmo Marconi per motivi di
prestigio e per cercare di ottenere finanziamenti dagli Usa.
La Bis, al cui interno l’Ansaldo aveva una posizione dominante, possedeva
il Secolo XXI di Genova, e aveva ottimi rapporti con Naldi, direttore de
Il resto del carlino; successivamente il neonato istituto di credito
acquistò Il Messaggero ed entrò nel capitale di Idea nazionale, quotidiano
nazionalista. Con questi giornali l’Ansaldo-bis conduceva una campagna
contro il tentativo da parte francese di scalare la Comit (tentativo
fallito) perchè voleva rimanere l’unico referente della finanza
d’oltralpe.
“I primi anni di guerra si erano comunque rivelati estremamente redditizi
e gli ingenti soprapprofitti di gran parte delle imprese avevano creato le
condizioni di mercato per poter reperire sulla piazza italiana i milioni
occorrenti per il previsto ed ormai improrogabile aumento di capitale
della Sconto superando così l’impasse provocato dalle cautele dei
finanzieri statunitensi riconfermate … nella meta del 1916”. (pg 66 Anna
Maria Falchero, La banca italiana di sconto 1914-1921, Franco Angeli
Editore 1990)
L’istituto di credito di riferimento dell’Ansaldo vide il proprio rapporto
tra utile di esercizio e patrimonio netto passo dal 7,5 % del 1915 al 12%
del 1917.
La Bis aumentò il capitale sociale, all’unanimità, nel 1917 portandolo da
70 a 115 milioni.
Dopo aver parlato della Banca Italiana di Sconto nata a ridosso del
conflitto bellico, e che proprio per la sua spregiudicata condotta non
sopravviverà per molto tempo (la liquidazione avverrà agli inizi degli
anni 20), esaminiamo, brevemente il mondo del credito di quegli anni.
Lo scoppio della guerra permise anche il rafforzarsi degli istituti di
credito e in particolar modo dei principali quattro (oltre alla Bis, Banca
Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) che se prima del conflitto
riuscivano a distinguere le loro attività da quelle industriali che
finanziavano, dopo la commistione del 14/18 ciò non fu più possibile. Nel
corso della guerra i tentativi di scalata reciproci che ci furono tra le
banche, cosi come accadde nell’industria, furono finanziati secondo
Falchero (pg 129), di fatto dagli anticipi versati dallo stato per le
commesse di guerra e quindi alla fine fu lo stesso stato a finanziare
queste operazioni.
Dalla breve carrellata fatta, emerge un dato innegabile: in corrispondenza
degli anni della prima guerra mondiale ci furono personaggi che accrebbero
a dismisura la loro fortuna mentre c’era chi la guerra la viveva al fronte
tra indicibili sofferenze e privazioni e non nelle situazioni edulcorate
che i giornali descrivevano.
Un intero popolo “visse” la guerra, ma furono in pochi a trarre vantaggi
da quella che, al di là di ogni retorica, fu un utile strumento di
arricchimento .
Lo storico inglese Dennis Mack Smith sostiene che quelle sui pescicani “
che accumulavano ricchezze grazie alla guerra” erano storie deprimenti; e
certamente saranno state deprimenti per chi viveva al fronte e nelle città
il dramma di una guerra e vedeva spesso arrivare in prima linea materiale
inservibile (una storia, di cui però non ho trovato fonti scritti, parla
di scarponi che sulla neve si scoloravano lasciando vedere che erano fatti
con il cartone e non col cuoio).
Bibliografia
di riferimento
Mario Isnenghi – Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, La nuova
Italia 2000
D. Mack Smith, Storia d’Italia 1861-1961, CDE Milano1969
G. Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale, La nuova
Italia editrice 1975
Rosario Romeo, Breve Storia della grande industria in Italia 1861-1961,
Cappelli
Anna Maria Falchero, La banca italiana di sconto 1914-1921, Franco Angeli
Editore 1990
Marco Doria, Ansaldo l’impresa e lo stato, Franco Angeli Editore, 1989
F Monelli, Lo sviluppo di un grande impresa in italia la terni dal 1884al
1962, Einaudi 1975
L. Gianotti, Gli operai della Fiat hanno 100 anni, Editori Riuniti 1999
Vittorio Castronovo, Giovanni Agnelli, Einaudi 1977
AAVV, Fiat documenti 1989-1949.
P Spriano, Storia di Torino operaia e socialista : da De Amicis a Gramsci,
Einaudi,1972.
N. Colajanni, Storia della Banca in Italia, Newton 1995
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