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Il governo ha convertito in
legge il decreto 137. Lo ha fatto a gran velocità, come sta accadendo
per tutti i provvedimenti che riguardano la scuola e l'università. Si
è giustamente condannata quest'arroganza, ma non ci si è soffermati
sul perché: perché coartare tempi, porre la fiducia, impedire
dibattiti? Per disprezzo nei confronti delle Camere? Ma se dispongono
di una maggioranza larghissima! La risposta mi pare semplice:
discussioni parlamentari prolungate avrebbero facilitato la
circolazione di informazioni tra genitori e insegnanti, e dunque
avrebbe aumentato la loro capacità di reazione. Hanno sbagliato i
calcoli? Direi di sì.
Il movimento, questo movimento, non cessa d'allargarsi. Non credo che
i nostri governanti, ed anche l'opposizione, si rendano davvero conto
di quel che sta accadendo nel Paese. E' un movimento dal basso,
molecolare, incontrollato che sta prendendo forma dall'inizio di
settembre, anche se della sua esistenza i media si sono accorti solo
ora. Le sue molecole sono i comitati misti genitori-insegnanti delle
elementari e delle scuole d'infanzia. Solo nel milanese ne sorgono di
nuovi quotidianamente. Il governo dice che sono manovrati dalla
sinistra. Magari, qualcuno di noi potrebbe dire. E invece è proprio la
scomparsa della sinistra e di una credibile e combattiva opposizione
che ha fatto comprendere a tutti che per salvare la scuola si doveva
far da sé, senza delegare.
Il governo spera che, grazie alla velocità d'azione, questa massa di
gente tornerà a casa. Di nuovo, si sta sbagliando. Le tappe forzate
imposte da Berlusconi hanno aumentato la rabbia e l'indignazione del
movimento. La frustrazione non si sta trasformando in senso
d'impotenza e depressione, perché in queste settimane abbiamo
sperimentato la nostra forza. Senza l'aiuto di nessuno abbiamo imposto
ai media e all'intera opinione pubblica l'urgenza della scuola e
dell'università.
E' una forza che deriva dalla determinazione, dalla fantasia, ma anche
da un fattore molto semplice, che ha spaventato sempre, nei secoli,
qualsiasi governo in carica: la forza dei numeri. Siamo tanti. E più
il movimento si ramifica dalle grandi città sino ai piccoli comuni,
più questi numeri diventano popolo. Ed è l'unico fattore in grado di
fermare chi ci governa. Berlusconi può ignorare il movimento, ma non i
sondaggi che per la prima volta lo danno in calo, e proprio grazie
alla scuola. E tra un po' ci saranno le amministrative... La Gelmini
ha dato per persi gli insegnanti, altrimenti non direbbe tali e tante
castronerie, nessuno può permettersi però di dar per persi i genitori.
Il popolo della scuola è una valanga di lavoratori del settore, ma
anche, e ancor di più: papà, mamme, nonni, studenti...
Qualcuno in qualche stanza sta cercando di mettere in pratica le
parole che per l'età Cossiga dice ora a ruota libera, dopo averle
nascoste per anni. Non ero molto cresciuto all'epoca, ma ricordo
quando l'allora ministro degli interni chiedeva l'unità nazionale
perché gli "studenti criminali" devastavano l'Italia. L'abbiamo sempre
sospettato, ma ora lo dice lui: era tattica, e un bel po' di vetrine
le hanno spaccate i suoi agenti. Davvero pensiamo che non ritenteranno
lo stesso gioco? Di imbecilli di parte nostra disposti a giocare il
suo gioco francamente ne vedo pochini. Vedo anzi molta ingenuità. Come
quegli studenti che a Roma immaginavano che fosse davvero possibile
manifestare insieme a quelli di estrema destra. Dobbiamo ancora e
soltanto contare sul numero. E allargarlo, perché il movimento non ha
raggiunto il massimo delle sue potenzialità: non tutte le università
si sono mosse, gli insegnanti delle superiori e delle medie sono
fermi, tanti comuni piccoli e medie città devono essere raggiunte, le
assemblee informative coi genitori le dobbiamo ancora organizzare in
tanti posti... Siamo milioni, perché questi sono i numeri della scuola
e dell'università pubblica, e dobbiamo porci nelle condizioni di
"essere" quei milioni.
Alcuni immaginano che ora si torni a casa. E qui forse è mancato uno
sforzo di comunicazione da parte del movimento. Occorre dunque
ribadire alcuni concetti. Quella che è stata approvata è una legge che
è solo un pezzetto di tutti gli adeguamenti legislativi che dovranno
essere votati per far passare i tagli, tagli che sono stati votati il
6 agosto con l'art.64 della legge n.133. Devono ancora uscire le leggi
che riguardano medie, superiori, università e scuole d'infanzia,
devono ancora uscire i loro regolamenti attuativi, come del resto
anche le misure previste dalla 137 prevedono altri passaggi prima di
essere applicate. Del resto i tagli saranno spalmati su tre lunghi
anni. Gli otto miliardi di tagli alla scuola troveranno piena
sistemazione nella legge finanziaria, che deve essere ancora votata.
Abbiamo davanti molti mesi di resistenza nelle scuole e nelle
università. Sarà dura? Sì certo, ma vediamola anche dal loro punto di
vista: una mobilitazione che non cessa e che arriverà sino al momento
delle iscrizioni, e poi della formazione degli organici, contestando
punto per punto, anno dopo anno... Non è la prima volta che una legge
è approvata e i suoi contenuti non applicati. Ne sa qualcosa Fioroni,
che pure lui avrebbe voluto tanto tagliare... (sì, meno della Gelmini,
ma la differenza tra loro, dunque, è di quantità?). Occorre però
attrezzarsi a questa lotta: consolidando le strutture di movimento,
mettendole in collegamento tra loro, praticando l'unità dal basso,
inventando forme di lotta prolungate e sostenibili...
Sento molto parlare in queste ore di referendum. E' un errore.
Significa mettere in piedi una macchina che assorbe una quantità
enorme di energie per esiti per di più incerti, e in un momento in cui
la lotta è appena cominciata. Se ne potrà parlare, certo, ma non prima
di aver percorso sino in fondo ogni possiblità di mobiltazione nelle
scuole, nelle università, nelle strade. Nel frattempo le forze
dell'opposizione istituzionale potrebbero fare una cosa molto carina:
adeguare i loro programmi e le loro proposte. Il PD è ancora dell'idea
di tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi, per esempio? La
proposta di referendum però ci mostra che almeno un passetto l'hanno
fatto: la richiesta del ritiro della 137, perché fino ad una settimana
fa non erano su questa linea. Bene, ora ne chiediamo un altro di
passetto: la richiesta di abrogare gli articoli della 133 che
riguardano scuola e università. Sì, perché anche se si facesse il
referendum sulla 137, rimarrebbe la 133, ovvero i tagli. E il
dibattito sarebbe: i tagli ci sono, nelle elementari non li attuiamo,
e allora chi facciamo fuori?
Lo sciopero del 30 mostra chiaramente la strada da seguire. Certo, di
scioperi non ne potremo far tanti, ma sappiamo essere creativi nel
trovare nuove forme di lotta. E' uno sciopero indetto dalle
organizzazioni sindacali maggioritarie, ma di cui tutto il movimento
si è impossessato. Sarà uno sciopero con manifestazioni dall'ampiezza
senza precedenti. Berlusconi sperava, approvando il giorno prima il
decreto, di demotivare rispetto alla partecipazione. Il successo di
questa giornata speriamo gli mostri senza ombra di dubbio che continua
a sbagliare valutazione: siamo solo all'inizio.
La contemporaneità della crisi economica e dei tagli a scuola e
università costituisce una sorta di metafora. I governi di tutto il
mondo, dopo averci per vent'anni catechizzato sulle virtù del mercato
lasciato libero dall'intervento statale, i soldi (statali) per le
banche li hanno trovati subito. E, nello stesso identico momento,
tolgono soldi all'istruzione, in Italia, ma anche in Francia: i soldi,
che poi sono i nostri soldi, scorrono e vanno da qua a là, dalle
nostre aule ai loro conti. La manifestazione autorganizzata del
milanese il 30 sarà aperta da uno striscione retto simbolicamente da
tutti i soggetti sociali coinvolti nella lotta: maestre, universitari,
medi. C'è scritto: "scuola e università non pagheranno la vostra
crisi".
Tremonti, benefattore delle banche, Gelmini, ladra di scuola:
decidiamo noi quando la partita è chiusa.
Michele Corsi, Retescuole
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