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Sorpresa, l’Argentina di Kirchner
torna alle pensioni pubbliche
di Angela Nocioni, Buenos Aires
Neoperonisti versus fondi pensione. E’ nell’aria un drastico
ridimensionamento del sistema pensionistico privato in Argentina. I fondi
non scompariranno. Chi vuole potrà continuare a versare al privato i
propri soldi, ma il governo invita i lavoratori a passare al pubblico. Lo
Stato si farà carico del passaggio e gestirà i contributi accumulati
finora. L’amministrazione del denaro investito finora dai fondi sarà
trasferita allo Stato che si occuperà di chi è già in pensione e di chi
deve ancora andarci. La firma della presidente Cristina Kirchner al
progetto di legge da inviare al parlamento era attesa per la serata ieri.
Non è una vera sopresa, un primo provvedimento era già stato promosso un
anno e mezzo fa dall’allora presidente Nestor Kirchner durante la campagna
elettorale della moglie. Ora però è la crisi finanziaria globale a muovere
la decisione. Questo perlomeno dicono alla Casa Rosada. Poiché il denaro
versato ai fondi pensione finisce in investimenti finanziari il cui
rischio è da considerare in aumento, spiegano i peronisti, è meglio che lo
Stato intervenga ora piuttosto di ritrovarsi a doverlo fare in futuro
quando centinaia milioni di lavoratori potrebbero vedere polverizzate le
loro pensioni.
Come dire: prevediamo nuove cadute. E poiché nell’amministrazione dei
fondi pensione il rischio dell’investimento ricade tutto nel contribuente,
il governo argentino prende provvedimenti e dice di farlo per evitare di
doversi far carico in futuro di eserciti di lavoratori con la pensione
rimpicciolita dalla sera alla mattina. Così come gli stati intervengono
per salvare le istituzioni finanziarie, spiegano al ministero
dell’economia, devono intervenire per salvare le pensioni della gente.
Il sistema privato di pensioni, vigente in Argentina dal 1994, ha 9
milioni e mezzo di iscritti. I fondi qui si chiamano Administradoras de
fondos de jubilación y pensión (Afjp) e sono controllati principalmente
dalla banche. Sono undici e quasi tutti proprietà del Banco Frances e del
gruppo Santander. Il loro ingresso fu deciso nel 1993 dal governo Carlos
Menem che tentava di imitare il modello cileno. L’argomento usato fu:
abbiamo un mercato di capitali da sviluppare. Il sistema fu però applicato
con un tranello tipico dello stile menemista: il passaggio dal pubblico al
privato fu reso obbligatorio nei fatti attraverso un ingannevole
meccanismo di silenzio-assenso e fu negata ai contribuenti la possibilità
di cambiare idea. Una truffa. Avvenne così che milioni di persone, del
tutto ignare di ciò che stava accadendo ai loro contributi, si trovarono
da un giorno all’altro a versare denaro non più al sistema pubblico ma
alle (ora odiatissime) Afjp senza averlo mai deciso.
La legge voluta da Nestor Kirchenr l’anno scorso correggeva questo sistema
dando, a chiunque volesse uscire dalle Afjp, sei mesi di tempo per tornare
alla pensione statale. La scelta poteva essere mutata ogni cinque anni ma
dieci anni dal raggiungimento dell’età pensionabile veniva considerata
definitiva. I lavoratori con una quantità di denaro accantonata nei fondi
pensione inferiore all’equivalente di cinquemila euro venivano trasferiti
al sistema statale d’ufficio. Con i fondi pensione i Kirchner hanno una
partita aperta da anni. Nel 2003, durante la complessa ristrutturazione
del debito pubblico con i creditori interni, Nestor impose una
rinegoziazione dei bonos in mano alle Afjp, offrendo loro un prezzo
migliore di quello proposto agli altri creditori, ma comunque un prezzo
basso. I fondi accettarono. Non avrebbero potuto fare altrimenti. S’erano
ritrovati in mano la carta straccia delle quote del debito pubblico
acquistate, su pressione di Menem, dieci anni prima.
La nuova legge promossa ora da Cristina interessa milioni di lavoratori
argentini, ma non la maggioranza. I lavoratori in nero superano il 50% del
totale dei reali occupati. Per loro, pubblico privato, fa lo stesso. Una
pensione non l’avranno mai.
mercoledì 22 Ottobre 2008
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