Non c'è solo il «metodo Sacconi»
per contrastare gli scioperi: in attesa della nuova legge
preannunciata dal ministro del Lavoro - che restringerà molto le
possibilità di protesta - la multinazionale tedesca Lidl applica
metodi fatti in casa. La soluzione è quella di denunciare il sindacato
che ha organizzato lo stop, insieme ai delegati più in vista: a Trento
il colosso dei supermercati low cost ha presentato un esposto contro
un sindacalista della Filcams Cgil, Roland Caramelle, e due delegate
della stessa sigla. Il motivo dell'azione è legato a uno sciopero
svolto nella filiale trentina il 20 settembre scorso, e pare che
l'azienda chieda un risarcimento di 74 mila euro. Il condizionale è
d'obbligo perché la denuncia non è ancora stata notificata agli
interessati, ma la notizia è arrivata dritta dritta dall'azienda
qualche giorno fa: il capo area Lidl del Trentino si è infatti recato
nella sede del negozio «ribelle», dove ha incontrato le due delegate,
il funzionario sindacale e il segretario provinciale della Filcams,
comunicando l'avvenuta denuncia.
La somma richiesta, anch'essa riferita dal dirigente Lidl, dovrebbe
venire dall'addizione del mancato incasso più una sorta di «danno di
immagine» che gli scioperanti avrebbero arrecato al marchio, a causa
della diffusione dei volantini ai clienti e della copertura che i
media locali hanno dato alla protesta: «L'obiettivo di fatturato
giornaliero per la filiale di Trento è di 47 mila euro - spiega
Caramelle - Ma il giorno dello sciopero l'incasso è stato di soli 1800
euro. I clienti hanno offerto una solidarietà che in tanti anni che
faccio sindacato non avevo mai visto: hanno detto che avevamo ragione
a protestare, e che anzi avremmo dovuto farlo prima. E parecchi di
loro hanno deciso di recarsi a fare le compere altrove, almeno per
quella giornata». In negozio sono rimasti solo alcuni capi e una
commessa in periodo di prova.
Anche alla Lidl di Trento, come nel resto d'Europa, la gran parte dei
dipendenti è formata da donne: part time, spesso mamme, con stipendi
intorno ai 700 euro mensili. Fasce di lavoratori molto deboli dunque,
e ogni sciopero riuscito, perciò, è da salutare come un successo. «Ci
siamo fermati per la dignità - spiega il sindacalista Cgil - Può
sembrare un concetto astratto, se non si conoscono le condizioni
quotidiane di lavoro. Ci sono controlli continui nelle borse delle
lavoratrici all'uscita del supermercato: temono furti. Poi fanno i
cosiddetti 'test carrello': ispettori con carrelli stracolmi, per
verificare che venga battuto ogni prodotto. O mettono soldi in più
nelle casse, per testare l'affidabilità e le tentazioni al furto». Ma
non basta: «Nella filiale - continua la Cgil - c'è un solo bagno per
clienti e dipendenti, e le commesse sono costrette a pulirlo. E c'è il
grande problema dei turni cambiati all'ultimo momento: per le mamme è
impossibile».
La multinazionale del discount, fondata negli anni '30 dalla famiglia
Schwarz, si è diffusa dalla Germania in tutta Europa. Il sindacato
Ver.di ha dedicato due libri alle vicende dei lavoratori, denunciando
una pervicace attività antisindacale: si tratta del «Libro nero»
tedesco, focalizzato sulla homeland, e della versione europea, che
raccoglie testimonianze da tutti i paesi dove la Lidl si è insediata.