|
Come reagire da sinistra alla crisi
strutturale
Indignazione e socialismo
Giorgio Cremaschi
La sostanza è che un intero percorso del sistema economico mondiale si è
interrotto, e chi governa l'economia e la politica è oggi incapace di
farlo riprendere. I paragoni normalmente sono con le due più gravi crisi
economiche del secolo scorso. Quella del '29 e quella iniziata negli anni
Settanta. In realtà esse furono molto diverse. Quella del '29 veniva al
culmine di un'intensa fase di sviluppo capitalistico che si era affermata
in Occidente dopo la sconfitta del movimento operaio, che in tutti i paesi
industrialmente più avanzati aveva portato la radicalità della rivoluzione
russa. Quella degli anni Settanta invece nasceva proprio come risposta
all'offensiva dei lavoratori occidentali, dei popoli e dei paesi del terzo
mondo, che non accettavano più la quota di ricchezza e di potere che il
capitalismo ad essi assegnava. Il liberismo che si affermava
progressivamente in tutto il mondo occidentale e poi dilagava ovunque dopo
il crollo dell'Urss, era la risposta delle classi dominanti a un'offensiva
sociale mondiale. Il capitalismo si liberava dei lacci e lacciuoli che lo
vincolavano ai diritti del lavoro e allo stato sociale e da qui rilanciava
lo sviluppo. La crisi del '29 invece avveniva ben dopo che gli operai, i
movimenti rivoluzionari, erano stati sconfitti. Essa giungeva al culmine
di una crescita economica edificata sulle macerie della disfatta operaia.
La crisi attuale somiglia pertanto molto di più a quella del '29 che a
quella degli anni Settanta. Essa conclude un ciclo iniziato con le
presidenze Reagan e Thatcher, con la sconfitta operaia alla Fiat, con
l'attacco sistematico ai diritti e ai contratti delle classi operaie
occidentali, con il dilagare di quel sistema di super sfruttamento
mondiale del lavoro che è stato chiamato globalizzazione.
Il fatto che ci siano voluti trent'anni per la crisi, quando al crollo del
'29 si arrivò dopo meno di un decennio di capitalismo selvaggio
trionfante, dimostra la solidità e la forza dello sviluppo liberista,
alimentate dall'egemonia totale conquistata dall'ideologia del mercato
nella politica e nella cultura. Ma anche se ben più solido di quello degli
anni Venti, è comunque un intero modello di sviluppo che si sta esaurendo.
Per questo tutte le misure finora prese, al di là delle ridicole
affermazioni tranquillizzanti dei governanti e di un'informazione in gran
parte asservita, hanno la stessa crescente inefficacia. I soldi pubblici
che si spendono, le deroghe ambientali, le deroghe contrattuali, le
emergenze autoritarie, la xenofobia, l'intolleranza, hanno tutte lo stesso
segno. Sono il tentativo disperato di continuare a perpetuare un sistema
che è arrivato al suo limite. Si cerca di sostenere la ricchezza
accumulata in questi anni con l'ennesima versione della politica dei due
tempi, spiegando che se quella ricchezza si salverà, qualcosa toccherà
anche a chi non la possiede. Ma proprio qui sta la contraddizione di
fondo. Lo scandalo per la leggerezza con cui le banche americane hanno
distribuito prestiti è stupido ed ipocrita. In un regime di bassi salari,
di riduzione dei diritti e di precarietà del lavoro, l'unico modo per far
acquistare l'enorme quantità di merci prodotte dal sistema mondiale, è
quello di permettere ai poveri di indebitarsi per comprarle. Si è tentato
di trasformare lavoratori, pensionati, disoccupati, in piccoli redditieri
a debito, per evitare il crollo della produzione, per impedire quella che
Marx avrebbe giustamente chiamato la crisi di sovraproduzione. Oggi è
questo meccanismo che va in collasso e tutti i tentativi di restaurarlo
non solo non portano a risultati, ma finiscono per sottolineare ancor di
più la gravità della situazione. E' falso il presupposto che ci sia una
crisi finanziaria che si sta trasferendo nell'economia reale. E' vero
l'esatto contrario, e cioè che l'esplosione della bolla finanziaria
mondiale nasce da un'economia reale malata, malata di bassi salari,
supersfruttamento del lavoro e dell'ambiente, distruzione di risorse e
culture pubbliche per favorire il privato. E' questa economia reale malata
che ha cercato di sopravvivere gonfiando la bolla speculativa e usandola
come una sorta di ammortizzatore sociale mondiale. Ora il crollo della
finanza mostra non la salute, ma la malattia profonda del sistema
produttivo mondiale.
E' per questo che serve una critica di sistema. Forse serve allo stesso
capitalismo, che senza di essa è naturalmente portato all'autodistruzione
narcisistica. Oggi molti sostengono che occorra un nuovo compromesso tra
stato e mercato, tra politica ed economia, tra capitale e lavoro. Si
dimentica però che il compromesso keynesiano travolto dalla reazione degli
anni Settanta, non è nato da un progetto costruito a tavolino, né in
America, né in Europa, né nel resto del mondo. Esso fu la risultante di
lotte e conflitti sociali durissimi, della guerra, della distruzione del
fascismo, dei successi, pur tra enormi contraddizioni, del movimento
comunista mondiale. Il balbettare attuale delle sinistre di governo, che
restano tali anche quando sono all'opposizione, la loro subalternità alle
ricette della destra, peraltro anch'esse confuse e inefficaci, è la
dimostrazione che non è più tempo di riformismo, ma urge la ricostruzione
di un pensiero e di un punto di vista alternativo a quello su cui si fonda
il capitalismo. Di fronte al socialismo dei ricchi bisogna prima di tutto
ridare legittimità e forza al pensiero e alle rivendicazioni concrete del
socialismo dei lavoratori e dei popoli. Anche a questo serve
l'indignazione. Con che faccia potranno ancora dirci, quando attaccheranno
le pensioni pubbliche, che lo stato non può intervenire e che dobbiamo
impegnare le nostre liquidazioni nei fondi pensione privati? Con che
faccia ci spiegheranno che sono inevitabili i licenziamenti, la
precarietà, il taglio dei salari, i sacrifici, dopo che tutti i conti che
ci vengono presentati sono frutto del costo di trent'anni di capitalismo
sfrenato e rapace? Con che faccia potranno dirci che la scuola pubblica è
inefficiente e che l'istruzione deve diventare ancella dell'impresa,
quando è proprio la cultura manageriale che ha governato il mondo a
mostrare tutti i suoi limiti di comprensione della realtà e anche di
moralità?
Con che faccia potremmo ancora accettare che ci si dica che siamo tutti
nella stessa barca? Solo con quella della rassegnazione, solo con la
rinuncia a pensare e a lottare. Le riforme e i compromessi verranno, ma
solo travolgendo i rapporti di forza, le culture e le classi dirigenti che
hanno portato all'attuale disastro.
Quando nel 1989 crollò il muro di Berlino e con esso tutto il sistema
sovietico, marcio nelle fondamenta per il dominio sfacciato della
burocrazia, Norberto Bobbio lanciò un avviso al capitalismo trionfante. E'
vero che la lunga marcia del movimento operaio si era interrotta ma,
sottolineava Bobbio, se il capitalismo si fosse fatto di nuovo prendere
dalla frenesia di sé stesso, se non fosse stato in grado di limitarsi e
criticarsi, la lunga marcia sarebbe ripresa. E' quello che deve accadere.
19/10/2008
|