Dove vola l'aquila confindustriale

Loris Campetti


 

Ma ai padroni farebbe davvero comodo un accordo separato con Cisl e Uil, fortemente caldeggiato dal governo Berlusconi e dai falchi confindustriali lombardo-veneti? I favorevoli a una rottura verticale con la Cgil ipotizzano un sistema di relazioni sindacali e sociali non concertative ma impositive, impostate sul principio dell'unicità del mercato e sul ruolo subalterno del lavoro, ridotto ad appendice della macchina. A questo scopo diventa ineludibile l'accerchiamento e dunque l'isolamento del sindacato guidato da Guglielmo Epifani. I primi passi in questa direzione sono già stati fatti, per esempio dalla Confcommercio insieme alle corrispettive categorie di Cisl e Uil. E il mandato affidato ieri a Marcegaglia e Bombassei dalla giunta di Confindustria a chiudere la trattativa anche senza la Cgil sembrebbe andare nella stessa direzione.
I dubbi sull'opportunità di firmare un accordo separato sulla (contro)riforma del sistema contrattuale nascono quando l'aquila confindustriale dai salotti dell'Eur plana nelle officine. Officine soprattutto metalmeccaniche, come dice l'organigramma della principale organizzazione degli industriali. Che se ne farebbe la Fiat, solo per fare un esempio a caso, di un accordo contestato in fabbrica dall'organizzazione sindacale più rappresentativa, la Fiom? Se l'obiettivo delle nuove regole è innanzitutto quello di archiviare il conflitto, un contratto separato non raggiungerebbe certo lo scopo. Tanto varrebbe tenersi il conflitto con le vecchie regole, o meglio senza regole.
C'è un altro punto politico. Qualora Confindustria scegliesse la rottura secca con la Cgil, nella sfera della politica si alzerebbero sicuramente coppe di champagne a Palazzo Chigi e dintorni, ma in largo del Nazareno non basterebbe un amaro a rendere digeribile lo schiaffo che per Walter Veltroni e compagni potrebbe avere effetti devastanti. Soprattutto se la rottura si verificasse prima della manifestazione del Pd del 25 ottobre. E' questo che vuole Emma Marcegaglia, recente ospite di Veltroni al Nazareno? E' improbabile, se si vuole almeno concedere al leader democratico di poter dire: poi ci penso io a mettere tutti, sindacalisti e imprenditori, davanti al caminetto alla ricerca di un accordo condiviso. In questo modo salvando due elementi fondativi del Pd, dunque il Pd stesso: l'equidistanza tra capitale e lavoro e l'equivicinanza - per usare un termine non veltroniano ma dalemiano - a Cgil e Cisl, e perché no anche alla Uil.
E' probabile - ma non certo, perché accanto e nella famiglia dell'aquila confindustriale volano molti falchi, pur sempre rapaci - che fino a novembre non si andrà oltre l'«avviso comune» tra Marcegaglia, Bonanni e Angeletti. La differenza con l'accordo separato sarebbe difficile da spiegare ai non addetti ai lavori, diciamo soltanto che l'impatto sarebbe minore, e consentirebbe a Veltroni di prendere un po' di tempo. Ma questa è solo un'ipotesi, che parrebbe contraddetta dalla cronaca.