Sbilanciamoci: dopo il dibattito
dell'altra notte, John McCain perderà queste elezioni e Barack Obama
sarà il primo presidente afro-americano degli Stati uniti (sempre che
Dick Cheney non ci riservi un bell'attacco all'Iran o che Osama Bin
Laden non ci regali un bell'attentato preelettorale).
Ma questa buona notizia è bilanciata da una pessima, e cioè che anche
Obama sembra del tutto sconnesso dal mondo reale. Sia lui che John
McCain hanno ripetuto, invariate, le loro proposte economiche, come se
nulla fosse successo da tre mesi a questa parte. Hanno ammesso che la
situazione è seria, ma poi hanno rifritto la stessa solfa, facendo a
gara a chi taglia più tasse, come se nel frattempo la situazione non
fosse precipitata. Altro che New Deal! sono apparsi del tutto
inadeguati all'immanità del compito che li attende. Come se non si
rendessero conto della minaccia che incombe sul mondo. Perché, se
invece se ne rendono conto, allora non hanno idea di come farvi
fronte, prigionieri come sono ambedue dell'ortodossia liberista, per
cui l'unico strumento di politica economica a disposizione dello stato
è quello di diminuire le tasse e aumentare l'offerta di moneta, o
stampandola o allentando il credito.
A loro attenuante, va detto che tutta la classe politica occidentale -
ministri dell'economia e banche centrali - è prigioniera della stessa
bigotteria monetarista. L'unica definizione possibile
dell'integralismo è questa: se una filosofia, ideologia, dottrina
economica fallisce miseramente, fondamentalista è colui che
attribuisce questo fallimento non alla filosofia, alla dottrina,
all'ideologia, ma al fatto che essa è stata applicata male o solo
parzialmente. Visto che il libero mercato ha fallito, il
fondamentalista dice: c'era troppo stato, bisogna ridurlo ancora
(tagliare le tasse rende lo stato più debole).
È questo fondamentalismo di mercato che oggi vediamo in azione. Le
banche centrali stanno facendo tutto, e solo quello, che la dottrina
liberista consente loro. E più le loro azioni falliscono, più si
rinsaldano nelle loro convinzioni.
Un po' di storia: gli anni '70 segnarono la fine di un'epoca, quella
del keynesismo e della sua versione politica, la socialdemocrazia in
Europa e il New Deal in America. Il keynesismo fu scalzato perché le
sue ricette si rivelarono incapaci di guarire la stagflazione (allora
fu inventato questo termine) provocata dalla rottura degli accordi di
Bretton Woods e dalla conseguente crisi petrolifera. Nell'olimpo delle
dottrine economiche, John Maynard Keynes fu spodestato e Milton
Fridman assurse a profeta dei nuovi missionari, i Chicago Boys, che
diffusero il suo verbo in tutto il mondo, a cominciare dal Cile del
generale Pinochet. E a Washington prese il potere la cinghia di
trasmissione politica del liberismo, cioè quel Ronald Reagan che fece
della deregulation il vangelo dell'occidente.
La crisi attuale è l'equivalente, simmetrico e inverso degli anni '70:
è la fine di un paradigma (nel senso in cui Thomas Kuhn ne parlò nel
suo libro sulle rivoluzioni scientifiche).
La bufera del 2007-2008 rappresenta per il liberismo quel che i '70
furono per il keynesismo: una disfatta totale. Verifichiamo oggi la
totale inefficacia delle misure monetarie per invertire il corso
dell'economia reale. Se pure salviamo le banche e tuteliamo i mutui,
nulla cambierà l'incontrovertibile realtà, e cioè che se non cresce il
potere d'acquisto della maggioranza, l'economia non può ripartire. Ma
da 20 anni il liberismo ci ha promesso che tutti avremmo potuto
prosperare con salari più bassi, pensioni più striminzite, lavori più
precari, licenziamenti più facili. Ora a questi stessi disoccupati, o
occupati part-time, o Cococo, si chiede di far ripartire l'economia,
cioè di consumare di più, comprare di più. Ma con che soldi? Per sette
anni l'amministrazione Bush ci ha fornito una sola risposta: coi
«buffi», facendo debiti, con carte di credito regalate come
noccioline, con case comprate a ufo e ipotecate per ottenere liquidi
con cui andare in vacanza. Ricordate l'infame esortazione di Bush agli
americani dopo l'11 settembre: «Go shopping»? E certo che con stipendi
bassi, saltuari e precari, l'unico modo per spendere è indebitarsi.
Ora il rubinetto del credito si è chiuso. L'unico modo per far
ripartire l'economia sarebbe creare lavori reali con stipendi reali,
cioè varare in tutto il mondo grandi programmi di lavori pubblici,
come fece non solo il New Deal di Roosevelt (la Tennessee Valley
Authority), ma anche la Germania nazista di Schacht (il sistema
autostradale tedesco), l'Italia fascista di Mussolini (le paludi
pontine) e perfino l'America post bellica di Ike Eisenhower con la
gigantesca rete autostradale statunitense.
Invece i nostri leader continuano a pensare che basti salvare le
banche, le borse, gli azionisti perché tutto si aggiusti. Sarà
impietoso, ma è il caso di ricordare il giudizio data sull'economia
monetarista da un uomo che certo non può essere sospettato di simpatie
progressiste (all'epoca era capo della Cia) , l'ex presidente George
Bush, padre dell'attuale presidente, che definì la supply side economy
«economia vudu». E infatti sembra che ai nostri banchieri e ministri
non resti altro da fare che una bella danza propiziatoria o un bel
pellegrinaggio a Lourdes, come Benedetto XVI non fa che ripetere.