Lavorare in pochi, lavorare
tanto, cioè più di prima, per guadagnare se va bene come prima. E
prima - meglio dire adesso - i salari dei lavoratori italiani erano i
più bassi d'Europa. E' questa, in due parole, la ricetta alla base
dell'ipotesi di accordo presentata dalla Confindustria a Cgil, Cisl e
Uil. I contratti nazionali vengono ridotti al puro recupero di una
sola parte dell'inflazione, e quelli di secondo livello vincolati da
un legame totale e indissolubile degli eventuali aumenti salariali
alla produttività, all'utile d'impresa. Il tutto accompagnato dalla
detassazione degli strordinari -per renderli addirittura più
convenienti del normale costo orario della prestazione lavorativa - e
dei premi di risultato, cioè degli aumenti conquistati nei contratti
integrativi di secondo livello.
La proposta, come ha risposto all'unanimità il direttivo nazionale
della Cgil, è irricevibile. Lo è in assoluto, perché riduce il lavoro
a pura merce, variabile dipendente dai profitti. Lo è nello specifico,
per la peculiare struttura produttiva italiana, frantumata in decine
di migliaia di piccole imprese in cui non solo non si contratta, ma
dove molto spesso il sindacato neppure riesce a metter piede. Dire che
sia il recupero di una parte dell'inflazione che gli aumenti salariali
sono demandati alla contrattazione di secondo livello, vuol dire
discriminare i lavoratori e condannarne la maggioranza a un ulteriore
impoverimento.
C'è una terza ragione che rende intollerabile, prima ancora che
inaccettabile, la pretesa degli industriali, in piena coerenza con le
politiche del governo (che è anche il padrone pubblico) e con il
consenso di Cisl e Uil: con l'attuale precipitazione, la crisi
finanziaria si estende all'economia reale, riducendo conseguentemente
i consumi e dunque la domanda. In prospettiva, ciò significa
esplosione della cassa integrazione nelle grandi imprese e
licenziamenti in quelle più piccole. In questo contesto, quanti
saranno i lavoratori in grado di conquistarsi il contratto
integrativo?