Unità, un valore o una gabbia?

Loris Campetti


 

Nell'anno di grazia 2008, il primo dell'era Berlusconi ter, con le sinistre diventate extraparlamentari e la residua opposizione che non fa opposizione, con un governo che smonta la costituzione materiale del paese e i padroni che pretendono la pelle di chi lavora per loro e la complicità dei sindacati, è ancora possibile chiamare i lavoratori in piazza, e riempirla. E scoprire che se qualcuno dal palco annuncia lo sciopero generale per la scuola pubblica la piazza esplode, come se da troppo tempo non aspettasse altre parole. 
E se Epifani aggiunge che sarebbe meglio proclamarlo unitariamente, ma qualora non fosse possibile se ne farebbe carico la sola Cgil, la piazza riesplode. L'unità sindacale è un valore, non può diventare una gabbia. Mentre la Cgil riempiva 150 piazze contro le politiche del governo, il segretario generale della Cisl convocava i giornalisti per spiegare che, nella travagliata vicenda Alitalia, la Cgil aveva «abbandonato il convoglio unitario» per poi convocarsi una «manifestazioncina», così «offendendo» lo stesso Bonanni. Il quale da giorni minaccia di sospendere tutte le iniziative unitarie, e da tempo firma accordi e contratti separati, dall'Alitalia al commercio. Se Epifani dice «ripartiamo dal basso per stare tra la gente», Bonanni lo accusa di «ascoltare la pancia interna» metafora fuori luogo, in una stagione in cui milioni di persone non riescono a riempirla, la pancia. Ci sono due concezioni sindacali: una è chiarissima. Chiede conto non all'antagonista - il governo per i lavoratori pubblici e la Confindustria per quelli privati - ma alla Cgil delle difficoltà incontrate a raggiungere un accordo sulla (contro)riforma del sistema contrattuale. Bonanni da tempo parla di cointeresse tra sindacati e aziende e di superamento della cultura del conflitto, ritiene giusta la richiesta di legare i salari alla redditività, detassandoli così come gli straordinari, in una stagione in cui esplodono cassa integrazione e precarietà e si perdono posti di lavoro a decine di migliaia. La Cisl condivide l'idea che per rendere un po' meno disperanti i salari, l'unica strada sia lavorare di più, e fa propria quella secondo cui i sindacati devono superare il concetto antico di rappresentatività, andando a cercarsi la legittimazione non tra i lavoratori, ma dalle controparti con cui gestire quasi tutto. Infine, Bonanni chiama alla mobilitazione i suoi per firmare subito l'ipotesi d'intesa sui contratti avanzata da Confindustria, giudicata irricevibile dall'intera Cgil. Poi c'è la Cgil che sta ricostruendo, con un po' di fatica e un'articolazione di posizioni, una sua identità, un punto di vista condiviso che ne riaffermi l'autonomia nella mutata situazione politica, sociale e culturale. Il modello proposto dal governo e dai padroni e fatto proprio da Cisl e Uil non è compatibile con la storia e i valori della Cgil, con le pratiche e i sentimenti della sua gente. Non è la Cgil a rompere l'unità, semmai il sindacato di Epifani è l'unica delle tre confederazioni a mettere al centro del suo agire i rapporti con i lavoratori, cioè con chi oggi soffre le conseguenze delle politiche antipopolari del governo e dell'arroganza padronale. Può rinunciare a questo legame, in nome di un'astratta unità? E' possibile e auspicabile che le divisioni di oggi nel «convoglio unitario» non si trasformino in una rissa generale, che rischierebbe di rafforzare sia Silvio Berlusconi che Emma Marcegaglia. Basterebbe che tutti i sindacati mettessero al centro di ogni scelta, accordo o contratto la democrazia. Come? Chiedendo ai lavoratori di esprimersi, di volta in volta, su posizioni e proposte diverse. Sarebbe davvero uno scandalo, se a decidere del proprio futuro fossero i titolari del futuro?