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L'ESEMPIO ALITALIA Galapagos
La rottura delle trattative - in realtà mai iniziate davvero - tra I sindacati e la Cai di Colaninno e soci sul futuro di Alitalia e dei suoi lavoratori, fa sinistramente il paio con le trattative sul «nuovo» modello contrattuale. Alitalia è il prototipo di quello che la Confindustria intende per nuovo modello.Un ultimatum: prendere o lasciare. Una riappropriazione del capitale di tutti i suoi poteri in un contesto politico ultra favorevole. Di nuovo non c'è assolutamente nulla, ma c'è un ritorno al capitalismo dei padroni delle ferriere, per dirla con Ernesto Rossi. A cominciare dal problema della produttività. Nel documento confindustriale la gravità della situazione viene descritta con uno slogan: la bassa produttività. Premesso che i lavoratori italiani lavorano - nell'industria - più ore degli occupati di quasi tutti i grandi paesi industrializzati, la carenza di produttività non dipende dal lavoro, bensì dall'apparato tecnologico - il capitale fisso - che gli imprenditori mettono a disposizione del lavoro. Allora è colpa degli imprenditori che hanno investito poco? Non è del tutto esatto: in dieci anni anni in Italia i nuovi investimenti hanno raggiunto una cifra pari a quella del Pil. Però il rendimento (la produttività) degli investimenti nostrani è stato poco più della metà di quello dei paesi concorrenti. Di chi la colpa? Non certo del lavoro, madi un padronato furbetto che - salvo eccezioni - cerca di aumentare la produttività non innovando, ma cercando di contenere il costo del lavoro. Innescando però una spirale deflattiva, visto che i bassi salari si traducono da anni in bassa domanda e bassa crescita del Pil. La situazione di Alitalia è tragica. Viene il sospetto che il fallimento della trattativa con Air France-Klm sia stato funzionale a una strategia mirata a far crollare il valore della compagnia di bandiera per poterla piazzare a «poco prezzo» in mani amiche. La trattativa attuale è stata farsesca: alla Cai che aveva richiesto una riduzione del 40% del costo del lavoro, era stata offerto un taglio del 20%. E i sindacati accettavano anche un incremento del 15% della produttività, attraverso un aumento del tempo di lavoro.Ma alla Cai non bastava. Anche se i lavoratori sanno che a fine mese rischiano di non incassare lo stipendio, non si può sottostare agli ultimatum. E neanche il sempre accomodante Bonanni se l'è sentita di firmare. Per ora. Anche perché - aspetto non secondario - il piano industriale era solo «fuffa». Anzi peggio: aver puntato tutto o quasi sui voli interni è una scelta suicida: tra meno di un anno la tratta più ricca (la Roma-Milano e viceversa) rischia di diventare molto meno ricca per la concorrenza dell'alta velocità ferroviaria. Sulla quale, non è un caso, si sono gettati imprenditori privati italiani e stranieri. La Cai (e in particolare il promoter Berlusconi) sostiene di voler difendere l'italianità della compagnia nell'interesse dell'economia nazionale. Ma come si concilia questa dichiarazione d'intenti con lo smantellamento del settore cargo? Cioè con il settore che dovrebbe valorizzare le merci prodotte in Italia e spedite all'estero? Insomma, c'è qualcosa che non quadra. I lavoratori Alitalia sono consapevoli che dovranno fare molti sacrifici, ma sanno anche che non possono mollare. La dignità del lavoro - quella di tutti i lavoratori - è sulle loro spalle.
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