|
CONTRATTI
Le imprese vogliono tutto. Cgil spaccata
Confindustria propone un modello contrattuale che
azzera il ruolo del sindacato. Metà segreteria Cgil: stop al tavolo
Aumenti nazionali risibili, mai più scioperi per il rinnovo, enti
bilaterali che annullino qualsiasi conflitto. Così le imprese
disegnano le nuove relazioni industriali
Sara Farolfi
ROMA
La modernità dei padroni delle ferriere. Ciò che
gli industriali oggi intendono per «modernità delle relazioni
industriali» non è affatto differente da ciò che intendevano due
secoli fa. Il documento che Confindustria ha presentato ieri a Cgil,
Cisl e Uil sulla riforma del modello contrattuale somiglia a un
macchiavellico trattato sui rapporti di forza. La premessa, di ordine
economico, illumina lo sfondo: «L'obiettivo primario della
contrattazione collettiva deve essere il buon funzionamento
dell'attività delle imprese, la crescita di un'occupazione stabile e
tutelata e lo sviluppo industriale. Non deve essere esercitata come
vincolo all'azione economica». Il quadro che ne esce è un modello di
relazioni industriali in cui il ruolo del sindacato, per come
storicamente lo si è conosciuto, viene di fatto sterilizzato (il
divieto di sciopero durante i rinnovi, nazionali o aziendali, non è
che la punta di diamante). Venti pagine, in cui fortissima è
l'impronta della componente maggioritaria degli industriali nostrani,
Federmeccanica, e chiaro è l'intento di ridisegnare il modello
contrattuale a partire da quello che più volte è stato definito «il
contratto» per definizione, quello dei metalmeccanici. Il lavoro come
variabile degli interessi d'impresa, e il sindacato, conseguentemente,
come «partner», innocuo erogatore di servizi (tanto si insiste sulla
bilateralità). La Cisl gradisce, la Uil segue, pronte a battere cassa,
insieme agli industriali, con il governo e incassare la messa a regime
della detassazione di straordinari e premi (anche unilateralmente
erogati). La segreteria Cgil, dopo «una discussione feroce», si
spacca, riaggiornandosi a lunedì: una metà non vede le condizioni per
proseguire, mentre Epifani e i nuovi membri - però era assente Enrico
Panini sono convinti che si debba continuare a trattare allargando il
tavolo al governo. Il comunicato diffuso in serata parla di «distanze
ancora significative e molti punti gravemente critici: per la Cgil
sono necessari ulteriori riflessioni e approfondimenti all'interno
dell'organizzazione». La voce del padrone Nel testo consegnato ieri si
delinea un modello contrattuale «sperimentale», e in vigore per
quattro anni (la legislatura berlusconiana, in altre parole). Il
negoziato tra le parti si era arenato sull'indice d'inflazione a cui
ancorare i rinnovi a livello nazionale. Nel testo si ribadisce la
posizione nota, ossia un indice previsionale triennale (elaborato da
un osservatore terzo), depurato però di «alcune voci dell'inflazione
importata», come l'energia. La base di calcolo sulla quale gli aumenti
sarebbero poi da applicare non prende a misura il salario reale come
oggi accade in diverse categorie, tra cui i metalmeccanici - ma si
configura come un'ipotesi 'di minima' (la retribuzione media, tenendo
conto solamente dei minimi tabellari, degli scatti di anzianità e di
altre indennità in cifra fissa, escludendo perciò il salario
variabile). Infine, sempre sul salario, è previsto «un elemento di
garanzia retributiva» per chi non fa contrattazione di secondo
livello, aziendale e anche territoriale, ma solo - quest'ultima -
«laddove prevista, secondo l'attuale prassi e nell'ambito di specifici
settori». Più in generale, il contratto nazionale «determina l'aumento
dei minimi tabellari», ogni aumento reale è rimandato alla
contrattazione di secondo livello (per i pochi affezionati che ce
l'hanno, dato che nulla si propone per estenderla, e con la premessa
che la contrattazione di secondo livello non potrà avere per oggetto,
pena «inapplicabilità del contratto stesso», materie definite ad altri
livelli di contrattazione). Con una premessa: «Il conseguimento di
retribuzioni più elevate sarà reso possibile solo dal collegamento con
la redditività, produttività e competitività dell'impresa». Ma è dal
punto di vista normativo che il documento si spinge più in là. Là dove
si prevede che le parti, a livello nazionale, possano consentire la
«deroga» in sede territoriale, «per modificare in tutto o in parte
istituti economici e normativi previsti dal contratto nazionale». Ad
esempio, e neanche a dirlo, in caso di «crisi aziendali». Ma non è
tutto. Viene sterilizzato di fatto, e sanzionato, il diritto di
sciopero (a livello nazionale e territoriale) durante i rinnovi
contrattuali (e per un periodo di sette mesi). E viene istituita la
pratica degli aumenti unilaterali erogati dalle aziende: a tre mesi
dalla scadenza del contratto, se non c'è accordo, le imprese potranno
«corrispondere un'indennità di vacanza contrattuale». Infine, il forte
accenno sulla bilateralità, e l'istituzione di un «comitato paritetico
Confindustria - Cgil, Cisl e Uil». Nove membri a testa (cioè 9 a
Confindustria e 9 divisi tra i sindacati), per il monitoraggio
(indovinate un po') «dello stato dell'industria, dell'occupazione e
del sistema di relazioni industriali». Le reazioni Il prossimo
incontro tra imprese e sindacati è previsto per il 18 settembre.
Lunedì la Cgil riaggiorna la segreteria; mercoledì è previsto, sempre
a corso d'Italia, il vertice con i segretari generali di categoria e,
subito dopo, il direttivo della confederazione, chiamato a votare sul
mandato a trattare. «Questo documento non è una base di discussione»,
dice Nicola Nicolosi (area Lavoro e società Cgil). E ieri la
discussione è stata infuocata all'interno della segreteria:
l'organismo della Cgil è spaccato in due, con la metà dei segretari
che chiedono lo stop del tavolo. Il vice presidente di Confindustria,
Alberto Bombassei, ribadisce il termine ultimo del 30 settembre per
chiudere.
|
|
|