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Svolgiamo questo nostro incontro
alla vigilia di scelte drammatiche che si prepara a compiere la Cgil.
L’orientamento che pare prevalere è quello di sottoscrivere un’intesa
con la Confindustria, che porterà l’allungamento a tre anni dei
contratti nazionali e il vincolo per essi di un’inflazione programmata
chiamata in altro modo. E’ un cedimento totale non solo rispetto alle
posizioni che abbiamo rivendicato a difesa del contratto nazionale, ma
anche rispetto alla stessa piattaforma confederale, che prevedeva uno
scambio con il fisco dal lato del governo e una generalizzazione
obbligatoria della contrattazione aziendale. Se si farà sarà chiamato
un accordo minimo che, in realtà, farà danni massimi, perché
confermerà l’egemonia politica del governo sulla situazione sociale
del paese e aprirà la via allo smantellamento del contratto nazionale
nel nome del salario-produttività.
Se deciderà di firmare, la Cgil arriverà a questo accordo sulla base
dell’inerzia prodotta da anni e anni di concertazione e politiche
moderate e a seguito del disastro dei due anni di rapporto con il
governo Prodi, che hanno portato la confederazione a non essere in
grado di costruire una politica credibile di conflitto sociale.
Del resto ci siamo già detti che un’eventuale, e da noi auspicata, non
firma dell’accordo da parte della Cgil aprirebbe una crisi drammatica
di strategia perché l’attuale stato della confederazione la rende in
gran parte incapace di reagire col conflitto all’isolamento. Esempio
ultimo è l’accordo separato del commercio che non ha ricevuto alcuna
reazione da parte della categoria e della confederazione, a parte
qualche comunicato.
Se ci sarà l’accordo esso confermerà la forza politica dell’alleanza
governo-Confindustria e del rapporto tra questa e Cisl e Uil. Siamo di
fronte a una situazione politica dove davvero si delineano i contorni
di un regime, che tanto più sono chiari, tanto meno vengono
denunciati. Ed è questa la ragione per cui usiamo questa parola.
Quando nel passato si denunciava il rischio di un regime
berlusconiano, spesso si esagerava. Ora invece che questo regime
davvero c’è, non se ne parla più, perché gran parte della stampa e
delle grandi organizzazioni sono dentro di esso. Il governo di
centrodestra in realtà fa una sorta di politica di unità nazionale
uando Quando, come ha scritto il direttore di MicroMega, una politica
alla Putin. La Confindustria si è schierata con il governo su
Alitalia, ne riceverà in cambio ulteriori guadagni sul piano della
legislazione e dell’attacco ai diritti dei lavoratori. Le altre
organizzazioni imprenditoriali sono già nei fatti tutte dentro il
quadro del governo o collaborano con esso. Le confederazioni
sindacali, se firmeranno con Confindustria, ci saranno dentro con un
ruolo marginale e riottoso della Cgil. Sul piano delle libertà
democratiche e dei diritti civili non c’è nessuna vera opposizione al
federalismo, all’attacco alla magistratura, alla messa in discussione
delle regole e dei principi costituzionali. Nel paese sta crescendo un
sentimento xenofobo che viene alimentato dal governo ma che oramai
viaggia per conto suo e che spesso vede come protagonista della sua
gestione non la lega o i naziskin, ma i sindaci di centrosinistra.
In questa situazione l’opposizione politica non esiste in quanto il
Partito Democratico non conta nulla, visto che i suoi riferimenti
sociali ed economici collaborano con il governo, spiazzandolo
continuamente. Persino la Regione Lazio ha chiesto di entrare nella
cordata Alitalia. Nello stesso tempo la sinistra radicale e quella di
classe sono in una crisi dalla quale è difficile pensare che escano
con una massa critica sufficiente a modificare i rapporti politici.
Mai ci siamo trovati di fronte a una situazione così squilibrata, a
favore dei padroni, delle imprese, del mercato.
Gli industriali e le imprese sentono il vento e lo amministrano con un
attacco continuo ai diritti dei lavoratori. Cresce l’autoritarismo e
assieme ad esso le discriminazioni. Valletta, a capo della Fiat negli
anni 50-60, perseguitava i dirigenti della Fiom in fabbrica
chiamandoli “distruttori”, e distinguendoli dai sindacalisti
“costruttori”. L’attacco al contratto nazionale e l’aziendalismo che
ne consegue nel nome del salario-produttività portano alla stessa
cultura aziendale. Crescono i licenziamenti e le rappresaglie,
pensiamo al segnale dato dalle Ferrovie con il licenziamento di Dante
De Angelis, nella sostanza si sta affermando un vero e proprio
fascismo aziendalistico che usa il bastone e la repressione con i
rompiscatole e il paternalismo nei confronti di tutti gli altri.
L’offensiva contro i fannulloni nel pubblico impiego ha ottenuto un
successo clamoroso ed è stata condotta con grande intelligenza. Essa
fa venire in mente i licenziamenti politici che la Fiat fece nel 1979
contro quelli che considerava i “lavativi”. E che preparavano
l’attacco all’occupazione e ai diritti dell’anno dopo. L’attacco ai
fannulloni nella pubblica amministrazione punta alla de
sindacalizzazione e alla liquidazione della contrattazione collettiva
in tutto il mondo dei servizi pubblici. Anziché metterlo in
discussione porterà a un rafforzamento del comando politico sui
lavoratori, con il ripristino delle pratiche discriminatorie e
individuali, coperte sotto l’ideologia del merito. Il bliz del governo
è stato fino adesso coronato da un successo clamoroso: ai pubblici
dipendenti, a tutti e non solo ai fannulloni, sono stati tagliati i
salari e i diritti. Non c’è stata ancora una reazione significativa di
fronte a un attacco ai salari e ai diritti che non ha eguali
dall’epoca del fascismo.
La verità è che siamo in una situazione nella quale l’assenza di
conflitto sta producendo un vuoto politico e sociale nel quale si
annida il peggio della cultura della rassegnazione e del rancore. Non
è accettabile in alcun modo una giustificazione da parte dei gruppi
dirigenti che, a proposito delle scelte sbagliate o remissive, si
nascondono dietro la passività del mondo del lavoro. Questa passività
è frutto di una linea politica che accompagna l’aggressione delle
imprese. Quindi la responsabilità dei gruppi dirigenti è fuori
discussione. Tuttavia la passività sociale e culturale esiste e con
essa dobbiamo misurarci, non per giustificare l’inazione ma per
costruire e ricostruire le ragioni del conflitto e le condizioni del
conflitto.
Se si farà l’accordo si aprirà una nuova fase e non sarà più quella
della concertazione ma quella che il governo e la Confindustria hanno
chiamato della “complicità”. Il sindacato diventa parte del sistema
competitivo delle imprese e solo così può esistere. Questo è il senso
della campagna contro la casta e contro il ruolo esorbitante del
sindacato che non fa il suo mestiere. Essa parte da una contraddizione
reale, la consistenza organizzativa potente del sindacato italiano, a
cui corrisponde la debolezza dei salari e della condizione del lavoro.
Questa contraddizione però viene risolta da destra con l’aziendalismo,
con l’offerta al sindacato di uno “scambio” tra la piena accettazione
della competitività e del mercato, impresa per impresa, e un ruolo
istituzionale che è sia a livello politico, sia a livello dei servizi.
E’ quello che abbiamo chiamato il modello Cisl, così come veniva
prefigurato dalla Cisl degli anni Cinquanta. Il sindacato
collaborativo e complice che, in cambio, riceve privilegi e spazi
fuori dai luoghi di lavoro, nei servizi, negli enti bilaterali, nei
fondi pensionistici e sanitari.
La Cgil è priva di difese rispetto a questa strategia, perché in
questi anni, nella pratica quotidiana, ha sempre più trasformato la
propria organizzazione in una struttura confederale, in un sindacato
di servizio e di pressione politica, sempre meno in grado di
realizzare la contrattazione. Il corpo burocratico dell’organizzazione
non è più in grado di fare vera contrattazione e conflitto. E’ in
grado solo di agire come una lobby sociale, nella migliore delle
ipotesi come un sindacato dei cittadini.
Per questo si apre una fase nella quale il dissenso non è più
sufficiente. Occorre costruire dentro la Cgil un’opposizione che
guardi ai conflitti e gli organizzi, che superi i veti burocratici,
che operi per la ricostruzione a livello di massa del punto di vista
del sindacalismo di classe nel nostro paese. Soprattutto è necessario
mettere al centro di tutto le lavoratrici e i lavoratori e il loro
diritto a decidere sull’azione e sulla rappresentanza sindacale.
Occorre ridare centralità alla democrazia sindacale, che invece oggi è
sempre più violata, sempre più ignorata.
La funzione della Rete, piccola come forza organizzata ma con notevole
ascolto tra i lavoratori e nei mass-media, è stata quella finora di
denunciare le scelte sbagliate. Ora questa funzione, che pure è
indispensabile, non basta più. Occorre puntare a un dissenso di massa
che, nel caso in cui si vada a un accordo che comprime i salari,
organizzi una vera e propria disubbidienza, sia nell’organizzazione,
sia nelle pratiche sindacali. Puntiamo, naturalmente,
all’articolazione del conflitto perché sappiamo perfettamente che non
è semplice ribaltare un accordo confederale o costruire un opposizione
alla politica del governo di centrodestra sulla base di lotte
generali. Appuntamenti generali possono essere necessari, ma servono a
dare il via, a dare forza all’articolazione. Come nell’esperienza dei
precontratti dei metalmeccanici si riconquistò un tavolo nazionale con
la guerriglia rivendicativa, ovunque possibile, così dobbiamo porci
l’obiettivo di far saltare il regime della complicità con
l’organizzazione del conflitto, a macchia di leopardo, ovunque sia
possibile. Bisogna riconquistare questo spazio, perché quello del
conflitto generale, in questa fase, non è a nostra disposizione. La
forza di Berlusconi sta nel fatto che le sue misure e le sue scelte
riassumono, peggiorandoli, 15-20 anni di concertazione sociale e di
politica riformista. Berlusconi non fa una politica di destra estrema
ma realizza, accentuandone i caratteri iniqui, quello che i vari
governi che si sono succeduti hanno sostanzialmente pensato di fare, a
volte non avendone il coraggio. Per molti anni ci hanno spiegato che
le scelte liberiste, più o meno temperate, non avevano alternativa.
Oggi è il governo Berlusconi che appare senza alternativa. Per questo
occorre ricostruire un punto di vista generale alternativo, farlo
vivere anche nella mobilitazione di massa e, nello stesso tempo,
puntare all’articolazione delle lotte. Di fronte a questo quadro così
rigido, di fronte al consolidarsi di una svolta a destra, solo
l’articolazione che parte dalle condizioni concrete dei lavoratori può
reggere e costruire. Un’articolazione che, naturalmente, deve scontare
differenze profonde di piattaforma. In una realtà è la lotta contro la
precarietà, in un’altra è sulla salute, in un’altra è contro
l’autoritarismo aziendale, in un’altra ancora è sul salario. Dobbiamo
dare per scontato che il conflitto muoverà su piattaforme diverse, non
su una sola piattaforma fatta a ciclostile per tutti.
Si pone naturalmente la questione della forza organizzata che sta
dietro la ricostruzione del conflitto. Noi puntiamo a far sì che il
fronte di forze che si è trovato nell’assemblea del 23 luglio si
consolidi in un’opposizione organizzata in Cgil. Non sarà semplice, ma
questo è l’obiettivo possibile, in quanto il puro dissenso, la pura
distinzione, oggi non sono più adeguate né alla forza delle imprese,
né alla condizione dei lavoratori. Ci vogliono forze reali in campo. E
noi dobbiamo lavorare per questo. L’appuntamento congressuale con una
mozione alternativa lo abbiamo già deciso ed è un punto fermo, ma non
basta. Occorre costruire sul campo un’opposizione sociale. Per questo
noi siamo per discutere apertamente con i sindacati di base che, se
sono consapevoli della realtà, non possono che partire dalla
constatazione che l’onda lunga della crisi del sindacalismo
confederale e della Cgil tocca e può travolgere anche loro.
All’Alitalia, per la prima volta, c’è un documento e una piattaforma
unitaria di tutti e nove i sindacati, compresi quelli
extraconfederali. E’ significativo che questo avvenga nel momento in
cui i nuovi e i vecchi padroni dicono: o mangi questa minestra o salti
dalla finestra. Dobbiamo aspettarci un attacco durissimo nei luoghi di
lavoro e anche verso i militanti sindacali. Dobbiamo, in sintesi,
aspettarci che il risultato elettorale, con un’opposizione impotente e
una maggioranza che fa tutto, si voglia trasferire anche nei luoghi di
lavoro, nelle relazioni sindacali. Quindi dobbiamo organizzarci per
resistere e costruire la controffensiva, nella situazione più
difficile che mai i militanti della nostra generazione e di quelle
successive hanno avuto di fronte. Per questo accanto alle scelte
politiche deve andare avanti con assoluta determinazione il progetto
organizzato della Rete. E usciamo da questo seminario con la decisione
di rendere operativa ovunque possibile la nostra presenza con una
struttura formale visibile e conosciuta.
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