L’oleodotto BTC, accreditato
come il più lungo al mondo
con i suoi 1.770 km
congiunge la città di Baku,
sulle sponde occidentali del
Mar Caspio, con il porto
turco di Ceyhan situato
sulle sponde orientali del
Mediterraneo, attraversando
le ex repubbliche sovietiche
dell’Azerbaijan e della
Georgia per poi penetrare in
Turchia. I lavori di
progettazione e costruzione
sono durati 12 anni con un
costo finale di 4 miliardi
di dollari (superiore del
32% rispetto alle
previsioni) e quando
l’impianto sarà a pieno
regime si calcola che
dovrebbe essere in grado di
trasportare 1.000.000 di
barili di greggio al giorno.
L’opera è stata inaugurata
alla presenza dei più alti
dignitari di Turchia,
Georgia e Azerbaijan e di
alti esponenti del mondo
petrolifero e bancario il 13
luglio 2006, praticamente in
concomitanza con l’inizio
dei bombardamenti israeliani
in Libano.
A gestire la costruzione del
BTC è stato un consorzio
petrolifero, con sede alle
Isole Cayman, guidato dalla
compagnia britannica British
Petroleum (BP) con il 30% e
di cui fanno parte l’azera
Socar con il 25%, la
statunitense Unocal con il
9%, la norvegese Statoil con
l’8%, la turca Tpao con il
6%, l’italiana ENI e la
francese Total-Fina-Elf
entrambe con il 5%, oltre ad
altre compagnie minori. Il
consorzio BTC ha stanziato
sotto forma di capitale
netto circa il 30% della
cifra necessaria alla
costruzione dell’opera,
mentre il 70% è stato
ottenuto tramite
finanziamenti bancari in
larga parte riconducibili
alla Banca Mondiale e alla
Banca Europea per la
Ricostruzione e lo Sviluppo.
Nel progetto dell’oleodotto
BTC le motivazioni politiche
sono sempre state
preponderanti rispetto a
quelle economiche. Gli Stati
Uniti hanno pesantemente
sponsorizzato la costruzione
dell’opera senza farsi
scrupolo di esercitare forti
pressioni tanto nei
confronti degli stati
interessati dal progetto,
quanto nei confronti delle
compagnie petrolifere che
avrebbero dovuto condurlo in
porto. E’ opinione comune di
molti analisti politici e
finanziari che gli USA siano
riusciti a far pagare ai
contribuenti ed anche alle
compagnie petrolifere
europee un progetto che si
rivela chiaramente come una
priorità americana e non del
vecchio continente, da
sempre più interessato a
stringere legami energetici
con la Russia, nonché a
considerare la costruzione
di nuovi oleodotti e
gasdotti attraverso la
regione dei Balcani
finalmente pacificata.
Per mezzo del BTC attraverso
il quale una volta a regime
dovrebbe transitare una
quantità di greggio pari al
7% dell’intero flusso di
petrolio mondiale,
Washington è infatti
riuscita ad ottenere il
duplice scopo di ridurre la
propria dipendenza dal
petrolio mediorientale e
indebolire in maniera
significativa i legami fra
la Russia e le ex
repubbliche sovietiche di
Azerbaijan e Georgia, la cui
condiscendenza rispetto alle
scelte politiche
statunitensi sembra
preludere ad una vera e
propria alleanza militare
con gli Usa e la NATO. Anche
Israele che vanta accordi di
cooperazione militare a
lungo termine sia con l’Azerbaijan
che con la Georgia si è
mostrato fin da subito molto
interessato alla costruzione
dell’oleodotto al fine di
disporre di un corridoio
energetico che colleghi il
bacino del Mar Caspio con il
Mediterraneo orientale
tagliando fuori tanto la
Russia quanto l’Iran. Una
parte del petrolio
trasportato dal BTC potrà
essere infatti incanalata
direttamente verso Israele
attraverso un oleodotto
subacqueo che colleghi
Ceyhan al porto israeliano
di Ashkelon e da lì dopo
aver raggiunto il porto di
Eilat sul Mar Rosso
attraverso la Israeli
Tipline, esportato verso i
mercati asiatici.
L’oleodotto più lungo del
mondo parte da Baku, la
capitale azera che da oltre
due secoli intreccia la
propria storia con lo
sfruttamento dei copiosi
giacimenti petroliferi
presenti nella regione. A
Baku le prime trivellazioni
risalgono agli inizi del
XVIII secolo e già
all’inizio del 900 erano
attivi 1.710 pozzi di
petrolio che coprivano più
della metà dell’intera
produzione di greggio
mondiale. L’impatto
dell’industria petrolifera
sull’aria, sull’acqua e sul
territorio si è manifestato
da sempre in tutta la sua
drammaticità, condizionando
in maniera pesante la
qualità della vita degli
abitanti che non hanno mai
beneficiato della ricaduta
economica conseguente
all’estrazione del petrolio.
Basti pensare che i
risultati di numerose
autorevoli ricerche mediche
dimostrano come l’incidenza
delle patologie tumorali
nelle aree di estrazione
petrolifera risulti del 50%
superiore alla media. La
presenza delle immense
risorse fossili e degli
interessi connessi al loro
sfruttamento hanno inoltre
contribuito a creare nella
regione forti tensioni
politiche spesso sfociate in
sanguinosi conflitti armati.
Oggi dinanzi al grande
terminal petrolifero di Baku,
dove inizia il BTC, gli
abitanti del villaggio
locale che conducono una
vita di stenti possono solo
mostrare i segni che il
progresso ha lasciato sulle
loro vite. Si tratta di
segni disperati che si
possono leggere sulla loro
pelle macchiata di rosso,
nel cuoio capelluto che si
squama, nelle labbra
bruciate da un qualcosa di
indefinito, nelle
malformazioni con cui
nascono i loro figli. Un
progresso che parla il
linguaggio degli equilibri
geopolitici e della
battaglia per il controllo
delle risorse energetiche ma
in questo angolo di mondo è
riuscito a regalare solo
disperazione, alberi senza
frutti né foglie, animali
nati senza zampe e nuvole di
polvere puzzolente che fanno
bruciare gli occhi.
La travagliata storia
dell’oleodotto BTC è
costellata da una sequela di
grandi e piccoli episodi di
prevaricazione, false
promesse mai mantenute ed
errori tecnici marchiani, il
tutto nell’ambito di un
progetto che non ha tenuto
nella minima considerazione
tanto le problematiche
derivanti dall’impatto
ambientale dell’opera quanto
i rischi di varia natura
derivanti dalla sua
costruzione. Basti pensare
che nella sola fase di
progettazione dell’opera
sono state portate alla luce
ben 173 violazioni di
standard sociali ed
ambientali.
Il consorzio BTC, la cui
opera di persuasione è stata
coadiuvata dalle pressioni
statunitensi, ha indotto
Turchia, Georgia ed
Azerbaijan a firmare e
ratificare tramite accordi
con statuto internazionale
veri e propri contratti
capestro che sovrascrivono
interamente le preesistenti
legislazioni ambientali,
sociali, del lavoro e dei
diritti umani nell’ambito
dell’intero corridoio
attraversato dall’oleodotto.
In virtù di questi contratti
il consorzio BTC avrà per i
prossimi 40 anni il potere
di governo effettivo sugli
interi 1770 km attraversati
dalla pipeline, potendosi di
fatto permettere di non
tenere in alcun conto le
singole legislazioni degli
stati attraversati
dall’opera. Turchia, Georgia
ed Azerbaijan si sono
inoltre impegnate a non
introdurre per 40 anni
alcuna nuova legge che possa
alterare l’equilibrio
economico del progetto o
ridurre i diritti garantiti
al consorzio, mentre tutte
le responsabilità in caso
d’incidenti ed attacchi
all’oleodotto saranno ad
esclusivo carico del governo
nell’ambito del cui
territorio si è verificato
l’inconveniente. In pratica
attraverso questi contratti
è stato venduto il futuro
delle popolazioni turche,
georgiane ed azere, in
quanto i governi che si
succederanno negli anni a
venire si troveranno
nell’assoluta impossibilità
d’invocare i propri poteri
esecutivi per emendare gli
accordi in modo da potere
garantire ai propri
cittadini una maggiore
tutela sulla salute, la
sicurezza dell’ambiente o
qualsivoglia altro tipo di
protezione.
Sempre restando nell’ambito
di questa anomalia
legislativa le Valutazioni
d’Impatto Ambientale
dell’opera, approvate dai
paesi interessati nel corso
del 2002, prevedevano il
passaggio attraverso zone
protette, in palese
violazione delle leggi
ambientali dei paesi
interessati. All’interno di
tali VIA non sono state
inoltre menzionate le
alternative possibili, così
come richiesto dalle
legislazioni nazionali e
dalle politiche ambientali
di alcuni fra i principali
finanziatori del progetto,
come ad esempio la Banca
Europea per la Ricostruzione
e lo Sviluppo. In tutti i
paesi interessati dall’opera
i lavori di costruzione
hanno portato al
danneggiamento di strade
locali e sistemi di
drenaggio ed irrigazione,
ostacolando la vita
quotidiana delle persone e
mettendo a repentaglio
l’equilibrio delle
microeconomie locali. In
Azerbaijan l’oleodotto
attraversa l’area
semidesertica del Gobustan,
una zona estremamente
fragile che nel 1996 fu
dichiarata Riserva Naturale
ed è candidata a diventare
Patrimonio Mondiale dell’Unesco,
essendo in essa custoditi
reperti archeologici ed
artistici, alcuni dei quali
risalenti al 10.000 A.C.
In Georgia il percorso
attraversa per 20 km l’area
di Borjomi/Bakuriani che fa
parte dell’omonimo parco
nazionale gestito dal WWF
con il sostegno del governo
tedesco. Quest’area che
risulta particolarmente
conosciuta per le proprietà
benefiche delle sue acque
minerali e gode di uno
status di protezione in
virtù della legge georgiana
sulle risorse idriche è
sempre stata meta di turismo
e importante fonte di
reddito per le comunità
locali. La qualità delle
acque a causa della presenza
dell’oleodotto è oggi
sottoposta al grave rischio
d’inquinamento, con il
rischio di pregiudicare
l’intera economia della
zona. Il governo georgiano,
preoccupato per l’impatto
dell’opera su un territorio
così delicato, interruppe i
lavori di costruzione del
BTC per una settimana
chiedendo fosse preso in
considerazione un percorso
alternativo, salvo poi
tornare sui suoi passi e
consentirne la ripresa in
seguito a pressioni del
segretario della difesa Usa
Donald Rumsfeld.
Come accade regolarmente per
tutte le grandi opere anche
l’oleodotto BTC fu
presentato alle popolazioni
locali interessate dal
progetto, come una fonte
sicura di crescita, sviluppo
e nuova occupazione, nel
palese tentativo di creare
condivisione e mascherare le
reali pesanti conseguenze
negative dell’operazione. A
questo proposito bisogna
tenere conto del fatto che
larga parte degli abitanti
dell’Azerbaijan e della
Georgia, in particolare le
popolazioni delle zone
rurali che sono quelle
maggiormente interessate
dagli impatti derivanti
dalla costruzione e gestione
dell’oleodotto, vivono da
quando i due stati hanno
ottenuto l’indipendenza
dall’Unione Sovietica in una
situazione di estrema
penuria energetica.
Sfruttando questo stato di
cose una delle leve
attraverso le quali il
consorzio BTC tentò di
costruire consenso intorno
all’opera fu la falsa
promessa di destinare una
parte delle risorse
energetiche al fabbisogno
locale per i servizi di
base, quale ad esempio il
riscaldamento delle case.
In realtà la grande quantità
di nuovi posti di lavoro
prospettata quando venne
presentato il progetto è
rimasta una chimera e sia in
Azerbaijan che in Georgia la
costruzione dell’opera ha
offerto ben poche
opportunità alla popolazione
locale che è rimasta preda
della grave piaga della
disoccupazione. In Georgia a
fronte della promessa di
70.000 nuove assunzioni solo
250 persone sono state in
realtà assunte in maniera
permanente. La manodopera
locale spesso è stata
“usata” solamente per brevi
periodi di tempo, adibita
alle mansioni più umili e
pericolose a fronte di
salari estremamente bassi e
turni di lavoro massacranti.
Molte comunità locali hanno
sollevato accuse di
sfruttamento e di lacune
assicurative per i
lavoratori, corruzioni nel
reclutamento e boicottaggi
delle attività sindacali. A
causa di ciò, soprattutto
nelle regioni di Krtsanisi e
Borjomi sono avvenuti
centinaia di scioperi che
hanno ostacolato i lavori,
con più di 80 casi solamente
durante il primo mese di
costruzione. Nel mese di
ottobre 2004 in Azerbajan è
stata aperta un’inchiesta
concernente alcuni
lavoratori i cui turni di
lavoro erano di 12 ore al
giorno per sette giorni la
settimana, in aperta
contraddizione con la
legislazione del lavoro
vigente. In Georgia il
sindacato nazionale
“Georgian Trade Union
Amalgation” ha guidato una
manifestazione contro il BTC
contestando il fatto che le
leggi sul lavoro della
Georgia venivano
sistematicamente violate a
causa della pressione
esercitata sui lavoratori
per rispettare le rigide
scadenze del piano di
costruzione. Anche in questo
caso i lavoratori venivano
costretti a turni di 12/14
ore al giorno sette giorni
su sette, per assicurarsi
uno stipendio minimo.
Numerose ed estremamente
tragiche sono state anche le
problematiche connesse
all’esproprio dei terreni
attraverso i quali avrebbe
dovuto passare l’oleodotto.
Oltre 30.000 contadini che
si trasmettevano da secoli
la terra di generazione in
generazione, senza essere in
possesso di un titolo di
proprietà riconosciuto,
hanno visto espropriati i
propri terreni senza alcun
rimborso o nel migliore dei
casi a fronte di un rimborso
del tutto insufficiente a
garantire la loro stessa
sopravvivenza. Tanto in
Georgia quanto in Azerbaijan
si sono riscontrati molti
casi di corruzione da parte
dei funzionari preposti
all’assegnazione dei
risarcimenti per l’esproprio
dei terreni sia privati che
pubblici e sono state
numerose le occupazioni
illegali di terreni non
formalmente venduti. Anche
in Turchia la situazione non
si è rivelata assolutamente
migliore e il “Kurdish Human
Rights Project” ha inoltrato
alla Corte Europea un caso
di violazione dei diritti
umani concernente 38
villaggi colpiti dai lavori
di costruzione
dell’oleodotto, dichiarando
diverse violazioni della
Convenzione Europea sui
Diritti Umani. Sono stati
contestati l’uso illegale
delle terre private senza il
pagamento di risarcimenti,
gli espropri coattivi, il
sottopagamento dei terreni,
le intimidazioni, l’assoluta
assenza di consultazioni
pubbliche, il mancato
risarcimento dei danni
collaterali ai terreni e
alle proprietà.
Numerose e molto estese sono
state le proteste di piazza
e le contestazioni contro la
costruzione del BTC, spesso
represse in maniera violenta
attraverso l’uso della
forza. Nel mese di maggio
2004 Ferhat Kaya, un
difensore dei diritti umani
turco è stato detenuto e
probabilmente torturato per
avere manifestato insieme
con gli abitanti di alcuni
villaggi danneggiati
dall’oleodotto. In
Azerbaijan sono state
segnalate molte violazioni
dei diritti umani,
consistenti in arresti e
detenzioni arbitrarie, nei
confronti di chi si è
opposto alla costruzione del
BTC. Nel villaggio di
Nardaran alla periferia di
Baku si sono svolte molte
manifestazioni pacifiche a
partire dal 2002, l’ultima
delle quali dispersa con la
forza dalla polizia che ha
ucciso un manifestante e ne
ha feriti una sessantina. In
Georgia nel mese di
settembre 2003 una
manifestazione ambientalista
pacifica contro il BTC è
stata duramente repressa
dalla polizia locale che ha
ferito molti manifestanti.
I lavori di costruzione
dell’oleodotto sono inoltre
stati contraddistinti da una
lunga sequela di scandali
aventi come oggetto i
materiali inadeguati e
scadenti utilizzati per la
realizzazione delle
tubature, con conseguente
grave rischio di versamenti
di greggio ed incidenti
futuri.
Nel mese di novembre 2003 la
BP, dopo avere scoperto la
rottura di un rivestimento
della tubatura, sospese
segretamente i lavori di
costruzione in Azerbaijan e
in Georgia per 10 settimane,
in quanto più di un quarto
delle giunture in Georgia
erano state danneggiate.
L’azienda sostenne in
seguito di avere provveduto
alla riparazione delle
rotture attraverso
trattamenti ad alta
temperatura, ma analoghe
esperienze passate hanno
rivelato l’assoluta
inefficacia di una soluzione
di questo tipo.
Nel mese di febbraio 2004 il
Sunday Times rivelò che per
gran parte delle giunture in
Azerbaijan e in Georgia era
stata usata una vernice
sbagliata e si sarebbe reso
necessario dissotterrare e
rivestire nuovamente larga
parte dell’oleodotto.
Nel mese di giugno 2004
alcuni ingegneri che hanno
contribuito alla costruzione
del tratto turco
dell’oleodotto denunciarono
numerosi difetti nel metodo
di costruzione delle
tubature, quali l’utilizzo
di materiali inappropriati e
l’incapacità da parte del
personale specializzato di
identificare faglie sismiche
in una regione ad elevato
rischio di terremoti.
Secondo le parole degli
ingegneri, tutti con più di
20 anni di carriera nel
campo specifico, la
costruzione del tratto turco
dell’oleodotto sarebbe stata
costellata da una serie di
gravi incompetenze,
dall’impiego di manodopera
inadeguata e da
inappropriati tagli dei
costi. Nel dettaglio non
sarebbero stati consultati
gli specialisti adeguati per
le consulenze
ingegneristiche, si
sarebbero usati metodi e
materiali inadatti che non
potranno assolvere alla
funzione per cui erano
previsti, non sarebbero
state rispettate le
procedure e le indicazioni
specifiche previste dal
progetto. Inoltre non ci
sarebbe stato alcun
controllo di qualità, si
sarebbe impiegato personale
non adeguatamente
qualificato e formato,
sarebbero state ignorate
elementari misure di
precauzione riguardanti
l’ambiente, la salute e la
sicurezza e per finire non
ci sarebbero stati controlli
sulle imprese locali che
hanno contribuito alla
fornitura dei materiali
necessari per la costruzione
dell’oleodotto, molte delle
quali hanno poi dichiarato
fallimento.
Se sono molte le
preoccupazioni connesse agli
aspetti tecnici della
costruzione del BTC,
altrettanti allarmi desta
l’estrema vulnerabilità
dell’oleodotto,
particolarmente esposto ai
pericoli derivanti da
eventuali conflitti armati
ed attentati terroristici,
attraversando una regione
fra le più instabili del
pianeta, con molti focolai
di guerre e conflitti
irrisolti che rischiano di
riacutizzarsi a causa della
presenza dell’opera.
L’ambasciatore britannico in
Azerbaijan Laurie Bristow,
in una lettera datata
settembre 2004 e citata in
un articolo del quotidiano
The Guardian, esprimeva dei
fortissimi dubbi sulle
capacità delle forze di
sicurezza azere di far
fronte agli incombenti
pericoli e metteva in
risalto come le varie realtà
della società civile locale
e internazionale avrebbero
dovuto essere valutate molto
più attentamente prima di
procedere al finanziamento
del progetto BTC. A conferma
dell’estrema fondatezza di
questi timori l’intero
percorso dell’oleodotto è
presidiato dalle forze
armate dei paesi
attraversati, coadiuvati in
alcuni casi anche da
militari dell’esercito USA.
La Georgia ha firmato un
accordo con la compagnia
americana Northtrop Grumman
per sviluppare un sistema di
monitoraggio dello spazio
aereo relativo al BTC
attraverso un sistema radar.
Inoltre gli Stati Uniti
hanno stanziato 11 milioni
di dollari finalizzati alla
creazione di un corpo
militare speciale composto
da 400 unità georgiane che
saranno direttamente
addestrate da ufficiali
americani.
Qualunque attentato o azione
di sabotaggio rischierebbe
comunque di produrre delle
conseguenze catastrofiche
sia per quanto riguarda
l’incolumità fisica degli
abitanti che vivono in
prossimità della pipeline,
sia per quanto riguarda
l’integrità ambientale dei
territori attraversati dalla
stessa.