CONTRATTI
I sindacati: detassare il secondo livello Sinistra Cgil contraria
ANTONIO SCIOTTO
 

 
Il tavolo aperto con la Confindustria va avanti, e purtroppo mette a rischio gli aumenti del contratto nazionale. Per un combinato di due fattori: la durata viene allungata addirittura a tre anni e si prenderà a riferimento un indice previsionale europeo, metodo per restare certamente sotto gli incrementi reali del costo della vita, senza peraltro aspirare a ottenere nulla di più (tipo una redistribuzione più equa tra profitti e redditi da lavoro); e poi, peggio ancora, i tre sindacati si dispongono a chiedere, in un avviso comune con la Confindustria, la detassazione e decontribuzione strutturale del secondo livello (la Cisl la vorrebbe anche per il lavoro pubblico, oltre che per quello privato). In poche parole, i segretari di Cgil, Cisl e Uil sono d'accordo nel chiedere che i servizi per tutti i cittadini - quelli pagati dalle tasse, ad esempio scuole e ospedali - vengano di fatto impoveriti per permettere gli aumenti a quei lavoratori che riusciranno a fare contrattazione integrativa. E neanche alla generalità di dipendenti e pensionati, come almeno chiedeva - un po' più condivisibilmente - l'originaria piattaforma. Al contrario, sarebbe piuttosto opportuno che gli incrementi di salario si facessero pesare solo sulle imprese e sui loro profitti.
Sindacati e imprese sono però ancora distanti sull'indice di inflazione su cui tarare gli aumenti. C'è già l'accordo sul fatto che si prenda a riferimento l'indice armonizzato europeo dei consumi (Ipca), e in particolare le previsioni biennali che elabora la Commissione europea: una prima difficoltà consiste però nella necessità di triennalizzare l'indice, e i tecnici impegnati al tavolo hanno riferito a riguardo che dopodomani, lunedì, è fissato un incontro con gli esperti della Banca d'Italia (notizia però smentita da Bankitalia stessa: «è senza fondamento», recita una nota); poi, scoglio più alto, Confindustria è contraria all'inserimento nell'indice della cosiddetta «inflazione importata» (petrolio e alimentari importati), perché «le imprese non possono pagarla due volte». La Cgil ribadisce che su questo terreno non è disponibile: «L'idea di depurare la componente energetica dell'inflazione non è praticabile, perché è una questione che riguarda tutta l'Europa e non i singoli paesi - spiega il segretario confederale Agostino Megale - E' impensabile scaricare tale problema sui salari dei lavoratori: al contrario, serve un intervento di politica economica di indirizzo europeo, e non di natura contrattuale».
Martedì prossimo un nuovo incontro «tecnico» sul secondo livello e sull'elemento perequativo per i lavoratori che non fanno contrattazione integrativa. Proprio in quella sede, spiegano i sindacati, si approfondirà la discussione sull'eventualità di portare al governo l'avviso comune su detassazione e decontribuzione del secondo livello da far diventare strutturali. D'altra parte, sempre per martedì 29 è fissata la convocazione del governo, recapitata a Confindustria e Cgil, Cisl e Uil due sere fa: a Palazzo Chigi si discuterà di un «patto per la crescita». Il 31 luglio è prevista l'ultima «plenaria» estiva, e per quella data le parti si propongono di chiudere almeno sull'inflazione. Per rispettare il termine che si sono date per il tavolo, il 30 settembre.
Dalla sinistra Cgil, dopo l'assemblea del 23 luglio, sono arrivate nuove critiche al modo in cui la segreteria confederale sta svolgendo la trattativa. Nicola Nicolosi, di Lavoro Società, si dice «preoccupato dall'avviso comune sulla detassazione e decontribuzione del secondo livello: si svuota il contratto nazionale, e c'è il rischio che gli aumenti di secondo livello coincidano con l'alleggerimento fiscale: cioè li pagheranno tutti i cittadini al posto degli imprenditori. La preoccupazione - conclude - è anche di metodo: un'organizzazione come la Cgil dovrebbe su questioni come queste convocare un direttivo nazionale». Giorgio Cremaschi, della Rete 28 aprile, definisce la trattativa «già a perdere: l'inflazione reale è al 3,8%, mentre Cgil, Cisl e Uil chiedono il 3% e Confindustria offre l'1,7%. Se va bene chiuderanno al 2,5%, dunque si sceglie di ridurre il potere di acquisto».