I
sindacati sono una casta? Carlo Podda,
segretario della Cgil-Funzione pubblica ha
un metodo che ritiene infallibile per
rispondere a quest'accusa: «Spiego quanto
guadagno e automaticamente la smonto. 1.200
euro dall'Inpdap, da quando sono distaccato
non ho mai avuto scatti, sempre al quarto
livello come il giorno dell'assunzione, più
1.000 euro dalla Cgil». Resta il fatto, che
nessuno può negare: i sindacalisti sono
percepiti come casta, assimilati ai politici
dalla «gente». Ci sarà pure una ragione.
Sarà perché più il sindacato si
istituzionalizza e si allontana dal lavoro,
più diventa un'articolazione dello stato e
come tale viene visto all'esterno. Eppure,
se stai ai tesseramenti scopri che le
adesioni alla Cgil crescono. Ciò fa dire a
Guglielmo Epifani che la Cgil sta bene e
grazie al modello confederale italiano regge
meglio degli altri sindacati europei i
guasti della globalizzazione. Controbatte il
segretario della Fiom, Gianni Rinaldini: «Se
la nostra gente sta male, come facciamo a
dire che la Cgil sta bene?».
Chi accusa di casta i sindacati incentra le
sue invettive sui bilanci e sui privilegi,
piuttosto che sul deficit di democrazia e
trasparenza. Siccome mediamente l'obiettivo
dei fustigatori è reazionario, ciò consente
ai sindacati stessi e alle sinistre varie di
rimuovere il problema facendo quadrato
intorno a organizzazioni che però rischiano
davvero di perdere la loro ragione fondativa
e la loro ragione sociale (i lavoratori).
Come si risponde a chi attacca a questi
attacchi? «Con un di più di democrazia -
risponde dalla Camera del lavoro di Torino
Claudio Stacchini - altrimenti ha ragione
chi ti chiama casta. Intanto, rinnovando non
soltanto i delegati ma anche tutte le
tessere: è ora di finirla con gli
automatismi dei rinnovi, serve un'operazione
vera di reinsediamento nei posti di lavoro.
Sennò non ci resta che negoziare la resa».
Non si può vivere di rendita, con il padrone
che trattiene la quota sindacale al
dipendente, pensano in molti, soprattutto
alla Fiom. Su questo Podda è più cauto: «Noi
rinnoveremo il tesseramento in quelle realtà
del sud in cui ci segnalano inquinamenti
della malavita organizzata». E' il minimo,
ma forse anche il rinnovo generale del
tesseramento è il minimo per ritessere una
nuova rete; quella attuale piena di buchi.
Poi ci sono i distacchi dai posti di lavoro,
lavoratori pagati dal padrone per svolgere
l'attività sindacale. E' una norma
statutaria, giusta. Che di essa si sia fatto
un uso spropositato o meglio improprio, nel
pubblico impiego, nei servizi e nei
trasporti, è indubbio, se il fenomeno
riguarda anche segretari generali della
Cgil, magari responsabili di settori
totalmente estranei alla categoria
d'appartenenza.
Il finanziamento dei sindacati passa
soprattutto attraverso il lavoro di servizio
ai cittadini svolto all'interno delle Camere
del lavoro. C'è chi sostiene che le vere
casseforti della Cgil siano detenute dai Caf:
le dichiarazioni dei redditi servono a far
cassa con i contributi pubblici e di chi
beneficia di questo servizio, ma anche a far
lievitare il tesseramento. Poi ci sono i
patronati, i servizi fiscali, le quote di
servizio. E gli enti bilaterali. C'è anche
una voce pressoché sconosciuta fuori
dall'ambito lavorativo che va sotto il nome
di «libretto dei contratti». Non è altro che
il testo del contratto nazionale acquistato
dalle associazioni imprenditoriali e messo a
disposizione dei sindacati firmatari che lo
rivendono ai lavoratori, con prezzi
differenziati per gli iscritti e i non
iscritti. Solo in alcuni casi esiste la
delega positiva, laddove i lavoratori
scelgono di acquistare il libretto, mentre
spesso l'acquisto, con la solita trattenuta
sullo stipendio, è automatica, salvo parere
contrario dei lavoratori. Ciò spiega anche
perché la firma del contratto nazionale è
sempre più considerata un dovere dei
sindacati, quasi a prescindere dai
contenuti, salvo perdere una fonte
importante di finanziamento. Se non firmi un
contratto - come ha fatto per due volte di
fila la Fiom nei scorsi anni - le casse
sindacali si svuotano.
Chi se la passa bene economicamente (a parte
i pensionati fedeli alla linea) sono le
categorie che hanno maggior accesso - o
scelgono di partecipare - agli enti
bilaterali e possono utilizzare quote
importanti di distacchi che abbattono i
costi del lavoro sindacale. Sono molti a
sostenere che l'invadenza di questi
finanziamenti alla lunga rischia di
snaturare i sindacati, rendendoli meno
autonomi dalla politica statuale e più
separati dagli iscritti. Ora che il governo
Berlusconi ha lanciato un attacco indecente
ai veri o presunti privilegi sindacali, non
sarà più possibile per la Cgil (Cisl e Uil
la loro scelta l'hanno fatta da tempo, e
hanno cambiato natura) rimuovere il
problema: essere un pezzo dello stato,
assistito e subalterno, oppure tornare a
essere un sindacato di tutti i lavoratori?