CGIL

La sindrome della «casta»

Al cuore delle difficoltà sindacali e dell'oscuramento del lavoro ci sono il deficit di democrazia in fabbrica e i vincoli delle organizzazioni sulla rappresentanza operaia. A partire dagli anni Ottanta

Lo. C.


 

I sindacati sono una casta? Carlo Podda, segretario della Cgil-Funzione pubblica ha un metodo che ritiene infallibile per rispondere a quest'accusa: «Spiego quanto guadagno e automaticamente la smonto. 1.200 euro dall'Inpdap, da quando sono distaccato non ho mai avuto scatti, sempre al quarto livello come il giorno dell'assunzione, più 1.000 euro dalla Cgil». Resta il fatto, che nessuno può negare: i sindacalisti sono percepiti come casta, assimilati ai politici dalla «gente». Ci sarà pure una ragione. Sarà perché più il sindacato si istituzionalizza e si allontana dal lavoro, più diventa un'articolazione dello stato e come tale viene visto all'esterno. Eppure, se stai ai tesseramenti scopri che le adesioni alla Cgil crescono. Ciò fa dire a Guglielmo Epifani che la Cgil sta bene e grazie al modello confederale italiano regge meglio degli altri sindacati europei i guasti della globalizzazione. Controbatte il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini: «Se la nostra gente sta male, come facciamo a dire che la Cgil sta bene?».
Chi accusa di casta i sindacati incentra le sue invettive sui bilanci e sui privilegi, piuttosto che sul deficit di democrazia e trasparenza. Siccome mediamente l'obiettivo dei fustigatori è reazionario, ciò consente ai sindacati stessi e alle sinistre varie di rimuovere il problema facendo quadrato intorno a organizzazioni che però rischiano davvero di perdere la loro ragione fondativa e la loro ragione sociale (i lavoratori). Come si risponde a chi attacca a questi attacchi? «Con un di più di democrazia - risponde dalla Camera del lavoro di Torino Claudio Stacchini - altrimenti ha ragione chi ti chiama casta. Intanto, rinnovando non soltanto i delegati ma anche tutte le tessere: è ora di finirla con gli automatismi dei rinnovi, serve un'operazione vera di reinsediamento nei posti di lavoro. Sennò non ci resta che negoziare la resa». Non si può vivere di rendita, con il padrone che trattiene la quota sindacale al dipendente, pensano in molti, soprattutto alla Fiom. Su questo Podda è più cauto: «Noi rinnoveremo il tesseramento in quelle realtà del sud in cui ci segnalano inquinamenti della malavita organizzata». E' il minimo, ma forse anche il rinnovo generale del tesseramento è il minimo per ritessere una nuova rete; quella attuale piena di buchi.
Poi ci sono i distacchi dai posti di lavoro, lavoratori pagati dal padrone per svolgere l'attività sindacale. E' una norma statutaria, giusta. Che di essa si sia fatto un uso spropositato o meglio improprio, nel pubblico impiego, nei servizi e nei trasporti, è indubbio, se il fenomeno riguarda anche segretari generali della Cgil, magari responsabili di settori totalmente estranei alla categoria d'appartenenza.
Il finanziamento dei sindacati passa soprattutto attraverso il lavoro di servizio ai cittadini svolto all'interno delle Camere del lavoro. C'è chi sostiene che le vere casseforti della Cgil siano detenute dai Caf: le dichiarazioni dei redditi servono a far cassa con i contributi pubblici e di chi beneficia di questo servizio, ma anche a far lievitare il tesseramento. Poi ci sono i patronati, i servizi fiscali, le quote di servizio. E gli enti bilaterali. C'è anche una voce pressoché sconosciuta fuori dall'ambito lavorativo che va sotto il nome di «libretto dei contratti». Non è altro che il testo del contratto nazionale acquistato dalle associazioni imprenditoriali e messo a disposizione dei sindacati firmatari che lo rivendono ai lavoratori, con prezzi differenziati per gli iscritti e i non iscritti. Solo in alcuni casi esiste la delega positiva, laddove i lavoratori scelgono di acquistare il libretto, mentre spesso l'acquisto, con la solita trattenuta sullo stipendio, è automatica, salvo parere contrario dei lavoratori. Ciò spiega anche perché la firma del contratto nazionale è sempre più considerata un dovere dei sindacati, quasi a prescindere dai contenuti, salvo perdere una fonte importante di finanziamento. Se non firmi un contratto - come ha fatto per due volte di fila la Fiom nei scorsi anni - le casse sindacali si svuotano.
Chi se la passa bene economicamente (a parte i pensionati fedeli alla linea) sono le categorie che hanno maggior accesso - o scelgono di partecipare - agli enti bilaterali e possono utilizzare quote importanti di distacchi che abbattono i costi del lavoro sindacale. Sono molti a sostenere che l'invadenza di questi finanziamenti alla lunga rischia di snaturare i sindacati, rendendoli meno autonomi dalla politica statuale e più separati dagli iscritti. Ora che il governo Berlusconi ha lanciato un attacco indecente ai veri o presunti privilegi sindacali, non sarà più possibile per la Cgil (Cisl e Uil la loro scelta l'hanno fatta da tempo, e hanno cambiato natura) rimuovere il problema: essere un pezzo dello stato, assistito e subalterno, oppure tornare a essere un sindacato di tutti i lavoratori?