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Com'era bello il mio
delegato
Loris Campetti
La rottura si consumò in
una grigia giornata d'autunno, a Torino. Ai
quadri operai che riempivano il cinema
Smeraldo, i dirigenti nazionali di Cgil,
Cisl e Uil spiegarono che la partita era
chiusa. Finita. Aveva vinto la Fiat, il
padrone. Il più grande corteo antisindacale
e antioperaio della storia aveva riaperto
con la forza i cancelli di Mirafiori, non
restava che prenderne atto e togliere
l'incomodo blocco. L'accordo che sanciva la
capitolazione venne imposto alla rete di
delegati che per 35 giorni avevano condotto
la lotta più dura e disperata, e l'indomani
a tutti i lavoratori di Mirafiori che, con
una selva di braccia alzate per dire no alla
svendita, si sentirono dire dal palco:
«L'accordo è approvato a larga maggioranza».
Per giorni, e ancora per mesi e per anni, il gruppo dirigente di Cgil, Cisl e Uil finse che si fosse trattato di un buon accordo, l'unico possibile, cosicché a quelle «avanguardie» (si chiamavano così il secolo scorso) non fu concesso neanche l'onore delle armi, neanche la possibilità di prendere atto della sconfitta e di elaborare collettivamente il lutto per poi ripartire un'altra volta. Fu l'ultima grande lotta del Novecento, un anticipo in fabbrica dell'89 politico: anche nell'80 operaio crollò un muro, quello dei diritti collettivi. Così finì un decennio di egemonia operaia e, insieme, l'esperienza dei delegati unitari di gruppo omogeneo fu mandata in soffitta insieme al sogno, mai realizzatosi compiutamente, di estendere l'esperienza dei consigli di fabbrica al territorio: chi si ricorda dei consigli di zona, delle vertenze sulla salute a partire dal rischio zero in fabbrica, dai questionari sull'ambiente di lavoro di Ivan Oddone che si intrecciavano con l'elaborazione di Maccacaro e di Medicina democratica? E finì, in quell'autunno, anche l'anomalia della Flm. I delegati di gruppo omogeneo, eletti su scheda bianca dai lavoratori che vivevano la stessa condizione materiale, avevano una delega con un mandato preciso, revocabile in qualsiasi momento. Potevano essere ma anche non essere militanti di uno dei sindacati, tra i metalmeccanici potevano avere la tessera Flm, ma anche Fim, o Fiom, o Uilm. Rappresentavano la loro stessa condizione che dunque ben conoscevano. Le vertenze partivano dal basso e al basso tornavano per l'approvazione o la bocciatura. Dai consigli alle Rsu Questa non è nostalgia, è solo un frammento di storia. E siccome non è vero che la storia va sempre avanti e chi vince ha sempre ragione, ci assumiamo la responsabilità di dire che la storia, in quel giorno di autunno torinese, è andata indietro. Oggi le Rsu - Rappresentanze unitarie di base - assomigliano più alle commissioni interne degli anni Cinquanta che ai delegati unitari di gruppo omogeneo. Sono in parte elette e in parte nominate dalle organizzazioni sindacali a cui devono rispondere in tutto e per tutto, come fossero dei peones politici. Ci sono gruppi di lavoratori senza delegato e delegati senza gruppo, non portano nelle vertenze e nel conflitto (quando ci sono) le rivendicazioni di una linea di montaggio, di una squadra, di un ufficio, portano invece sul posto di lavoro le scelte decise centralmente dalle organizzazioni d'appartenenza. Una rappresentanza che va dall'alto verso il basso. Nel contratto dei chimici è scritto a chiare lettere. Persino le vertenze legate alle prestazioni lavorative, ai carichi e ai turni vengono spesso costruite dai sindacati esterni. Le Rsu prendono atto di scelte fatte altrove, nell'empireo sindacale, e prendono fischi dal basso, che si tratti degli scalini pensionistici di Damiano, di lavori usuranti non riconosciuti dal governo amico, di riforma del welfare o di protocolli. Poi ti chiedi perché, nell'evanescenza della politica di governo e nella verticalizzazione del sindacato, gli operai votino o non votino in libertà, fuori dal tracciato. Magari per chi predica «arricchitevi» e «fatevi furbi». O magari, in assenza di politiche concrete per il recupero del potere d'acquisto dei salari, siano pronti a fare straordinari su straordinari. Obtorto collo, ma li fanno per arrivare a fine mese. E in mezzo stanno le Rsu. Forse questa rappresentazione è troppo drastica, giacché la memoria degli anni Settanta non è andata completamente distrutta e in parte continua a vivere nella storia e nella pratica dei delegati più anziani, soprattutto nella rete di piccole e medie fabbriche metalmeccaniche sindacalizzate dove alla fin fine il delegato non è molto diverso del vecchio capo operaio. Mutazioni sindacali Che c'entra tutto questo con la nostra inchiesta sulla Cgil? C'entra, perché il maggior sindacato italiano, oggi, è il prodotto delle grandi trasformazioni iniziate con la rottura torinese di 28 anni fa. Se la centralizzazione delle decisioni è l'elemento caratterizzante di questa stagione, se la democrazia si riduce a un voto (ed è grasso che cola, quando si vota) e non inizia più dalla costruzione dal basso delle scelte sindacali, se le Camere del lavoro non sono case aperte ai lavoratori, ai pensionati, alla società e ai movimenti ma luoghi di prestazione di servizi «alla persona», se tutto questo è vero è difficile capire il presente senza liberarsi dalle amnesie. Dunque, torniamo alle Rsu, che con tutti i loro limiti strutturali restano il solo punto di rifondazione possibile per restituire un senso al sindacato, alla Cgil. Il delegato svolge un ruolo di supplenza, più che negoziale con la controparte e di coordinamento dei lavoratori. Supplenza al vuoto lasciato dalla politica: con le sinistre che hanno disertato i luoghi di lavoro, nonché il territorio, il delegato è l'unico interlocutore per l'operaio lasciato solo. Supplenza a un welfare in ritirata. Secondo il segretario della Fiom torinese Giorgio Airaudo, il delegato rappresenta comunque l'ultimo legame tra l'operaio e il sindacato. Ma non è quasi mai soggetto negoziale. Al punto che nella terra della Fiat si è deciso di passare all'adozione di gruppi omogenei da parte dei delegati, nel tentativo di «reipiantare un qualche germe consiliare dentro un'organizzazione sindacale centralizzata, autoreferenziale». Airaudo ci prova anche con una scuola quadri settimanali per le Rsu e ipotizza un ritorno al passato, al mutualismo: «Sarebbe più utile fare uno spaccio in Camera del lavoro che contrattare un paniere con gli enti locali». E qui si apre un discorso complicato a sinistra, tra chi guarda soprattutto al territorio, a una confederalità capace di costruire vertenze «sociali» (casa, servizi collettivi, asili, pendolarità, sostegno agli ultimi, iniziative per gli immigrati) aprendo le Camere del lavoro alla società abbandonata dalla politica, e chi invece pensa che senza il lavoro delle categorie «queste sono solo chiacchiere» (Gianni Rinaldini), roba da Spi - il potente sindacato pensionati che storicamente opera sul sociale e il territorio ed ha come interlocutori gli enti locali. Insomma, si giocano le proprie carte nella ricostruzione della presenza sindacale nel posto di lavoro (Fiom), oppure per fermare il rinsecchimento della contrattazione e il rischio di corporativizzazione delle categorie il reimpianto sindacale va fatto nella società, puntando sulla democrazia partecipata (come sostiene da tempo Dino Greco), legando diritti del lavoro e diritti di cittadinanza? Non si tratta di presidiare il territorio, mica la Cgil è la Benemerita, ma di costruirvi vertenze aggiuntive, non sostitutive di quelle sul lavoro, e conflitto sociale. Sapendo che il biennio rosso 2001-2002, quando la Cgil si era meticciata con i movimenti sociali e il pacifismo, si è chiuso (Claudio Stacchini, Camera del lavoro di Torino). Democrazia cercasi Anche Carlo Podda, alla guida della Funzione pubblica, teme la chiusura corporativa nei posti di lavoro dove si finisce inevitabilmente per scambiare salario con straordinari, come capita non solo tra i meccanici ma anche nella sanità. Il rischio del trasferimento della vertenzialità dalla fabbrica e dai servizi verso il territorio è la riduzione del ruolo della Camera del lavoro a puro soggetto di erogazione di servizi, terminali retribuiti dell'apparato statale, mentre i suoi gruppi dirigenti si trasformano in lobbies politiche che discutono i bilanci comunali. Rovesciando così l'antico sogno dell'estensione al sociale del modello di democrazia costruita collettivamente sul lavoro. Democrazia diventa parola vuota, se non si associa a partecipazione attiva, a crescita collettiva: questo è il nodo irrisolto, anche nella Cgil. La preoccupazione serpeggia in molte categorie del sindacato di Epifani, e rende fragile il «monocolore» della sua segreteria. Non tutti i critici del segretario hanno a cuore allo stesso modo l'autonomia politica e sociale del sindacato e, al suo interno, il protagonismo di ogni livello organizzativo. Tra chi dissente e chi mugugna c'è chi organizza la battaglia contro la liquidazione del contratto nazionale e chiede la ripresa del conflitto contro il governo e la Confindustria, ma c'è anche chi semplicemente rivendica per sé il ruolo di primo attore nella trasformazione in senso cislino del maggior sindacato italiano. (2-fine. La pima puntata è uscita mercoledì 23 luglio) |