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Nasce la Sinistra sindacale - Giuliano
Garavini (www.aprileonline.info)
Dopo la "chiamata alle armi" di 31 componenti del
direttivo nazionale, dirigenti e delegati della sinistra della Cgil,
non tutti appartenenti alle reti programmatiche di "Lavoro e
società" e di "Rete28Aprile" si sono dati appuntamento a Roma in via
dei Frentani. Obiettivo: riprendere la lotta per dare conforto e
coraggio a quella parte del mondo del lavoro che sente il desiderio
di ribellarsi
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Il 23 luglio prende ad essere una data sempre più significativa
nella storia del movimento italiano dei lavoratori. Questo 23 luglio
si sono dati appuntamento in via dei Frentani, dopo la chiamata alle
armi di 31 componenti del direttivo nazionale, dirigenti e delegati
della sinistra della Cgil, non tutti appartenenti alle reti
programmatiche di "Lavoro e società" e di "Rete28Aprile".
Data significativa perché si formalizza così la costituzione di una
sinistra sindacale che rivendica non solo una totale opposizione
alla attuale piattaforma per il rinnovo del modello contrattuale
avanzata anche dai sindacati confederali, ma una diversa "cultura" e
modo di intendere il rapporto fra dipendenti e imprenditori che
dovrebbe essere fatta di costante riscontro democratico con i
lavoratori, di ritorno all'analisi delle condizioni di lavoro e di
valorizzazione della lotta sociale come elemento positivo della
democrazia. Tutto il contrario del patto fra produttori teorizzato
in campagna da Veltroni e dal Partito democratico e mai criticato
apertamente dall'attuale leadership della Cgil.
Gli accordi del 23 luglio 1993 furono già sede di un piccolo dramma
interno alla Cgil. Bruno Trentin - dopo essersi già dimesso in
seguito a contestazioni e aver ritirato le dimissioni -, aveva
firmato gli accordi che, dopo l'abolizione della scala mobile,
legavano la crescita salariale all'inflazione programmata e ambivano
a provocare aumenti di produttività e competitività.
Si trattava, evidentemente, di una scommessa tutta politica: quella
che un paese dilaniato dal terrorismo mafioso, dalla crisi dei
partiti, e dall'attacco portato alla nostra valuta dalla
speculazione internazionale, potesse salvarsi grazie alla forza del
movimento dei lavoratori e restare così aggrappato al gruppo di
testa dell'Unione europea. La concertazione, inaugurata nel 1993,
avrebbe permesso di gestire la distribuzione del reddito e salvare i
servizi pubblici. Parte del sindacato, e Rifondazione comunista, un
movimento politico appena nato e guidato da un altro dirigente
storico della Cgil, la pensavano in modo del tutto opposto, credendo
che di fronte al dilagare di tendenze neoliberali e alle pressioni
provenienti dalle logiche dell'integrazione europea solo una
rinnovata dose di combattività sociale potese garantire le
condizioni di vita dei lavoratori e salvare l'autonomia del
sindacato da una deriva burocratica attenta unicamente alle
compatibilità.
Nel 1993, nonostante accuse durissime fra compagni di strada,
entrambe le posizioni erano legittime e fondamentalmente legate ad
una diversa lettura politica della realtà. Solo il trascorrere di 15
anni di grandi cambiamenti sul piano internazionale e dell'economia
italiana hanno potuto dar sostanzialmente conto del costo e dei
limiti della concertazione e degli immani sforzi senza contropartita
chiesti ai lavoratori: c'è stata una forte redistribuzione del
reddito nazionale da salari a profitti e rendite (oltre l'8 per
cento del Pil) nella totale incapacità delle imprese di innovare
sulla tecnologia; una costante riduzione della spesa per servizi
sociali spesso abbinata ad un peggioramento della loro qualità e non
sempre collegata ad una necessaria razionalizzazione (la corruzione
è rimasta inalterata); un aumento degli orari lavorativi che fa
dell'Italia uno dei paesi dell'Ocse in cui si lavora di più; il
dilagare di forme di lavoro flessibile - che ha raggiunto una cifra
complessiva di circa 6 milioni di unità - terrificante per
inesistenza di diritti e soggezione gerarchica; il permanere dello
stillicidio dello morti sul lavoro; un continuo sposamento a destra
dell'asse politico del Paese; mentre i salari reali sono arrivati al
penultimo posto posto fra quelli dell'Europa occidentale. Non era
detto che la concertazione portasse a questo - in Germania infatti i
salari sono del 40 per cento più alti di quelli italiani -: ma la
concertazione in Italia ha portato ad una vera e propria
macellazione del lavoro dipendente.
Il secondo accordo di luglio 2007 è stato, sostanzialmente, una
controfigura del primo. Il protocollo sul Welfare del 2007 doveva
rappresentare il progetto di un grande cambiamento sociale del
governo di centro-sinistra. Una battaglia talmente timida da essere
stata anticipata, come a chiedere il permesso alla controparte
imprenditoriale, da forti benefici in favore delle imprese con il
taglio del cuneo fiscale. Si trattava di un accordo che faceva poco
meglio che sancire la realtà, ma allo stesso tempo metteva in
evidenza tutti i limiti della rappresentatività democratica del
sindacato confederale. Il protocollo conteneva infatti anche
modifiche delle normativa sul precariato. Dei 5 o 6 milioni di
precari a nessuno venne offerta la concreta possibilità (quella
teorica sì) di partecipare al referendum sull'accordo e i 5 milioni
di votanti sono stati esclusivamente gli iscritti alle
confederazioni ed in maggioranza i pensionati. La disillusione dei
precari nei confronti del sindacato ha portato il 20 ottobre a
quella che è stata probabilmente la più grande manifestazione sul
lavoro del Dopoguerra organizzata al di fuori del sindacato. Ma
nemmeno da questo il sindacato confederale e il governo hanno
appreso nulla, sono andati avanti per la loro strada, rafforzando il
sentimento di sfiducia nella concreta capacità riformatrice di un
governo di sinistra sul tema del lavoro.
Si arriva così alla recente vittoria di Berlusconi, il cui governo
sta assestando una ulteriore spallata al mondo del lavoro
dipendente. Di concerto con Confindustria viene presentato un nuovo
modello contrattuale che, nella sostanza, costituisce un attacco al
contratto nazionale, già criticato su tutti i grandi mezzi di
comunicazione -ma da settori Partito democratico- come retaggio del
passato e di una antistorica lotta di classe. Questa le ragioni
espresse nella relazioni introduttiva dell'assemblea di oggi, poi
ribadite in un documento finale che auspica per l'autunno la ripresa
del conflitto, che motiverebbero per la sinistra della Cgil
l'opposizione frontale alla trattativa in corso sul modello
contrattuale e la richiesta d uno sciopero generale:
1) Il nuovo modello contrattuale non è stato discusso nei suoi
contenuti nelle assemblee e nei luoghi di lavoro che non hanno dato
mandato a negoziarlo;
2) Di fronte ad un sindacato che è debole nei luoghi di lavoro e non
è stato capace di difendere il potere d'acquisto del lavoratori,
indebolire il contratto nazionale significherebbe un ulteriore
abbassamento dei salari;
3) Legare gli aumenti salariali alla contrattazione decentrata
significa dividere i lavoratori, indebolire lo stesso sindacato, e
farlo avvicinare in modo preoccupante alla condizione di un
sindacato di azienda;
4) L'aumento a tre anni della scadenza per i rinnovi contrattuali è
accettabile solo in presenza di meccanismi automatici di adeguamento
se no anche questo si traduce in diminuzioni salariali;
5) Il Governo non sta negoziando veramente, ma sta mettendo in
pratica la demolizione di ogni meccanismo di solidarietà e
attaccando per far scomparire il pubblico dall'economia: se questo è
lo scenario, accettare la cornice contrattuale offerta dal Governo
significherebbe rinunciare a qualsiasi opposizione all'opera di
distruzione sociale.
Nei vari interventi che si sono susseguiti nel corso dell'Assemblea
è emerso in primo luogo una critica all'impostazione che vuole gli
incrementi di salario legati ad aumenti di produttività. Anzi, fa
notare nella sua nota Luciano Gallino, è proprio la disastrosa
condizione salariale che non incentiva investimenti delle imprese
nella ricerca e nella tecnologia per aumentarne la produttività. Del
resto, come riporta un'inchiesta sul lavoro della Fiom condotta
l'anno scorso e sintetizzata nell'assemblea: su un campione di 100
mila operai metalmeccanici tutti si lamentano che il lavoro è
ripetitivo, monotono, noioso, che sono limitate le pause, che non
c'è nessuna capacità di influire sui ritmi e tempi di lavoro, mentre
il salario medio è la miseria di 1170 euro quello di donne e
immigrati è di circa 200 euro di meno. Ai dipendenti non è rimasto
più nulla da dare.
Vi è chi ha notato che di fronte alla soppressione della scala
mobile il sindacato non ha saputo reagire: non sono quindi gli
operai che di un tratto sarebbero diventati di destra, è il
sindacato che non ha saputo difenderli aprendo il campo ad istinti
di tipo egoisitico. Un sindacato che assomiglierebbe sempre di più a
quelli del "socialismo reale": organismo che inquadra e disciplina i
lavoratori, piuttosto che strumento per dar voce alle loro
rivendicazioni.
Di fronte a questo sfracello sociale non è chiaro che tipo di
reazioni proponga la dirigenza della Cgil. Morena Piccinini,
segretario confederale che ha coraggiosamente parlato all'assemblea,
crede che anche una manifestazione di 3 milioni al Circo Massimo non
modificherebbe nulla degli assetti attuali (piuttosto direi che
sarebbe difficile portarne 3 milioni vista la fiducia nel sindacato
oggi). Fatto sta che le prospettive della sinistra sindacale
appaiono chiare: riprendere la lotta per dare conforto e coraggio a
quella parte del mondo del lavoro che sente il desiderio di
ribellarsi ma non ne ha il coraggio, arrivando anche allo sciopero
generale. Il principale tasto toccato dai dirigenti della sinistra
sindacale è quello dell'uguaglianza fra i lavoratori, ma occorre
dare anche prospettive che incentivino la partecipazione dei
lavoratori al di là dei referendum sui contratti. Qui forse è il
principale limite dell'elaborazione dell'assemblea del 23 luglio che
dovrà essere in futuro superato.
Ora che esiste una sinistra sindacale ed è chiaro per cosa si batta,
tocca però all'attuale dirigenza della Cgil far capire ai lavoratori
per cosa se si batte e in che modo.
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