COMMENTO
Per gli aumenti salariali prezzi e produttività
Joseph Halevi

 
Tutti ormai concordano che i salari reali siano in forte calo. Il fenomeno è assai diffuso in Europa, ma in Italia è peggiore che altrove e lo si nota con il drastico impoverimento della famiglie. Da ciò nasce la giusta convinzione che bisogna arrestarne la caduta. Benone allora? No, perchè qui comincia l'imbroglio che, per i sindacati, si annuncia insidioso e pericoloso come le sabbie mobili. Da Draghi alla Marcegaglia si canta infatti in una sol voce: «è vero, i salari reali sono in calo ma non si deve ricorrere alla loro indicizzazione ai prezzi altrimenti si aggrava la spirale dell'inflazione. L'unico modo per rilanciare i salari è aumentare la produttività: quindi ci vogliono più stimoli alla concorrenza, alla flessibilità eccetera eccetera». Alla fine si ricade nel solito statico discorso della flessibilità come unica ricetta per tutte le occasioni.
Questa è pura reiterazione ideologica, l'insidia risiede nell'aspetto pratico cioè nel far dipendere ogni eventuale aumento salariale dagli incrementi di produttività. Infatti sia Draghi che Marcegaglia quando parlano di incrementi salariali conseguenti ad aumenti della produttività mettono a confronto, in maniera volutamente ambigua, due termini eterogenei. Per aumenti salariali i due esponenti del capitalismo italiano si riferiscono soltanto ai salari monetari mentre gli incrementi di produttività vengono sempre calcolati in termini reali, al netto degli aumenti dei prezzi alla produzione.
La linea Draghi-Marcegaglia presuppone pertanto che i salari monetari possano aumentare, poniamo, del 3% solo se la produttività è nel frattempo cresciuta più del 3%. Tuttavia se, nello stesso periodo di tempo, i prezzi al consumo hanno subito un incremento del 3,6% i salari reali patiranno un calo dello 0,6%. Ne consegue che per mantenere il loro potere reale, i salari dovrebbero crescere 3,6%, mentre per non perdere terreno nei confronti della produttività dovrebbero aumentare di un altro 3% o giù di lì, per un totale del 6,6%.
Prima del pessimo accordo sul costo del lavoro del 1992-93, che sganciò definitivamente i salari dall'inflazione effettiva, nessuno avrebbe osato sostenere che l'aumento dei salari monetari debba essere ammesso solo dopo aumenti di produttività in termini reali. La posizione Draghi-Marcegaglia consiste nell'impedire che il potere d'acquisto dei lavoratori venga protetto da un'inflazione che essi non hanno causato. Solo sudando ed usurandosi di più essi potranno sperare in qualche recupero sul piano puramante monetario. In un'economia terziaria un calcolo oggettivo della crescita della produttività è impossibile. Dato il contesto politico ed ideologico essa può risultare sovente inferiore alla dinamica dei prezzi con ulteriore perdite dei salari reali. E la tendenza è questa.