SALVIAMO IL CONTRATTO NAZIONALE

Potenziarlo, non demolirlo

 

La svolta sociale in atto è brutale e tutta a danno dei lavoratori. La trattativa sulla modifica del modello contrattuale che si è aperta sotto i peggiori auspici tra Cgil Cisl Uil e Confindustria, intende assestare un colpo mortale alla contrattazione nazionale.

Dopo la catastrofe elettorale che ha visto la scomparsa dal Parlamento italiano dell’intera sinistra politica, i padroni nostrani, che si sentono ormai invincibili, pretendono l’immediata restituzione di tutto ciò che è rimasto in piedi delle conquiste e delle sicurezze sociali: dai limiti sull’orario di lavoro, alla flessibilità, dalle regole sui licenziamenti individuali all’estinzione del contratto nazionale, fino al taglio di tutto ciò che resta pubblico e allo straordinario detassato a manetta. Insomma: vogliono tutto.

Dall’altra parte abbiamo il gruppo dirigente del sindacato confederale che (avendo negli ultimi due anni di governo Prodi dilapidato il patrimonio di consenso precedentemente acquisito con le lotte sull’articolo 18) si dibatte in una pericolosa crisi di rappresentanza e pare ormai invaso dalla paura. Se agli occhi dei lavoratori ci si autodefinisce il più forte sindacato d’Europa, nei fatti si è pesantemente ridicolizzato, delegittimato e umiliato dall’intera compagine liberista che domina oggi il Paese.

Va aggiunto che la campagna scatenata dalla grande stampa asservita (Corriere, Repubblica, Espresso, Libero, Il Giornale) contro la “casta sindacale”, non intende affatto scagliarsi contro quel sindacato troppo attento ai propri interessi d’apparato e poco sensibile agli aspetti rivendicativo-conflittuali che riguardano la condizione dei lavoratori. Anzi, è esattamente il contrario. La campagna diffamatoria contro la “casta sindacale” è usata come ricatto per pretendere dal vertice Cgil una deregulation contrattuale altrimenti inaccettabile, che farà regredire le condizioni dei lavoratori agli anni ‘50: il sindacato confederale sottoposto a quotidiane minacce, altrimenti destinato ad un incerto destino (Sacconi, Brunetta), deve cioè farsi partecipe della svolta anti-sindacale per salvarsi come “casta” e preservare la propria presenza istituzionale nei posti di lavoro.

La paura è dunque determinata dalla consapevolezza di questa paradossale situazione, per cui a fronte dell’esistenza di un grande sindacato, con una forza diffusa organizzata sul territorio, con un gran numero di strutture e di iscritti, etc., corrisponde (nei fatti) una debolissima condizione sociale dei lavoratori. Fuor di metafora: abbiamo un sindacato che in Italia gode di ottima salute, mentre i lavoratori stanno male come non mai.

Questa situazione non ha pari in nessun altro paese occidentale, perchè dappertutto dove sono andati indietro i lavoratori sono andati indietro anche i sindacati (cioè meno tessere, meno potere, meno ruoli, ecc.). Qui no. Perché?

Ma veniamo alla sostanza di ciò che si sta decidendo nelle segrete stanze. Cominciamo intanto col dire che una buona contrattazione aziendale si è avuta soltanto quando forte era la contrattazione nazionale. Quando invece, tolta la scala mobile, si è accettato di vincolare per 15 anni la contrattazione nazionale all’inflazione programmata (oggi “realisticamente prevedibile”) si è progressivamente estinta anche la contrattazione di II° livello. Questi sono i fatti.

Chi oggi, nel sindacato, propina uno scambio tra contrattazione nazionale e contrattazione aziendale/territoriale racconta ai lavoratori una favola che non è mai esistita.

La contrattazione di II° livello si fa soltanto laddove vi sono rapporti di forza favorevoli (cioè sul 10% delle aziende italiane) perché per “via pattizia” le aziende non concederanno MAI NULLA !

Accettare, come sta scritto nel testo d’intesa di Cgil Cisl e Uil, di depotenziare il ruolo redistributivo del Contratto Nazionale che allungato a 3 anni (sia per la parte economica che per quella normativa) dovrà limitarsi al recupero della sola inflazione (operazione che i Contratti Nazionali degli ultimi 10 anni non sono stati in grado affatto di garantire!) riducendo le vere possibilità d’incremento salariale alla sola sede aziendale di II° livello legandola alla crescita, alla competitività e alla produttività, significa accettare l’evaporazione del Contratto Nazionale in tanti distinti e separati interessi collettivi aziendali, per definizione (più) corporativi e inevitabilmente in competizione l’un l’altro come lo sono le aziende nel mercato. D’altro canto non può sfuggirci che stabilire a priori che anche la più efficiente delle contrattazioni nazionali riesca a recuperare unicamente il gap inflazionistico (quando va bene), significa indurre nei lavoratori la tentazione di farne anche a meno, qualora, come pensa Confindustria e la Cisl, la contrattazione decentrata dovesse acquisire piena e totale autonomia rispetto al I° livello.

La sostanza è che in questa totale assenza di prospettiva strategica nella la Cgil, si sta materializzando il sogno proibito dei padroni:

UNA CONTRATTAZIONE DI MERCATO,

FATTA DA UN SINDACATO DI MERCATO !

Mentre la sopravvivenza ed il rilancio del sindacato nazionale richiederebbe

Ø una forte progettualità, autonoma ed indipendente da impresa e mercato (leggi globalizzazione capitalistica),

Ø uno sforzo di riorganizzazione straordinario attraverso il I° e il II° livello di contratta-zione a livello di sito e di filiera (cominciando magari ad investire con decisione per estendere l’ambito della contrattazione anche sul livello sovranazionale così da riunificare gli interessi dei lavoratori oltreconfine) in cui l’obiettivo principale dovrebbe essere incidere sulla ricomposizione del ciclo lavorativo, mettendo in mora per questa via, sia la frammen-tazione scaturita da appalti, esternalizzazioni e delocalizzazioni, sia la precarizzazione …..

….. viceversa, il gruppo dirigente della Cgil decide oggi di seguire Cisl e Uil nella strada dell’adattamento del sindacato e del lavoro alla competitività d’impresa e di mercato, rischiando di promuovere la contrapposizione tra lavoratori dentro e fuori il Paese e illudendosi che questa sua progressiva ritirata possa poi essere surrogata da accordi fatti per via pattizia che garantiscano “l’effettività e la piena agibilità del II° livello di contrattazione”.

Ma può bastare ad “inventare” il nuovo sindacato in azienda il solo sostegno artificiale della leva fiscale pubblica, utilizzata, al contempo, da una parte per incentivare gli straordinari (che deciderà comunque l’impresa) e dall’altra le attribuzioni retributive unilaterali?

 

COMITATO di Treviso PER LA DIFESA DEL CONTRATTO NAZIONALE