Sintesi della relazione di Giorgio Cremaschi all’Assembla della Rete28Aprile del Mezzogiorno

Napoli, 21 giugno 2008

Vogliamo subito dire che questa non è un’assemblea di studio sul Mezzogiorno. Naturalmente siamo favorevoli allo studio e sarebbe utile che intellettuali e ricercatori critici, che di solito sono anche i più bravi, mettessero assieme le loro forze per riflettere sullo sviluppo e in particolare sulle contraddizioni economiche e sociali del Mezzogiorno. Ma questa nostra assemblea è prima di tutto un’assemblea di lotta, che vuole dare un segnale a tutte e tutti i militanti della Cgil e del sindacato rispetto alla necessità di agire e reagire per fermare il disastro che si sta avvicinando a passi veloci.
Le elezioni hanno segnato un punto di svolta, dando purtroppo ragione a chi, come noi della Rete, da tempo sosteneva che la politica economica del governo Prodi, e il consenso sindacale ad essa, avrebbero alla fine fatto vincere la destra e creato tra le lavoratrici e i lavoratori frustrazione e abbandono.
Ora però già siamo in un’altra fase. Il governo Berlusconi e la Confindustria, proprio sull’onda della vittoria elettorale, pensano di trasformare essa in un cambio di regime sociale. Sentono di avere di fronte un sindacato consenziente o confuso e un’opposizione finora inesistente. Sentono di avere un’onda da sfruttare rapidamente, anche perché le cose possono cambiare. La crisi economica, la mancata realizzazione delle promesse, il disagio e la frustrazione sociale, possono giocare brutti scherzi anche a Berlusconi e alla presidente Marcegaglia. Per cui essi pensano che bisogna realizzare in fretta il bottino, prima che riparta il conflitto.
Il Mezzogiorno per noi è una sede nella quale costruire l’opposizione, la resistenza, l’alternativa, a questo disegno. Lo diciamo anche perché abbiamo come primo riferimento la più importante lotta sindacale degli ultimi vent’anni. La lotta di Melfi del 2004 che, seppure ancora lontana da aver realizzato i suoi obiettivi di fondo, rappresenta tuttora un segno preciso, che la risorsa più importante che abbiamo a disposizione è il conflitto e che la lotta paga sempre.
La nostra intenzione è quindi rivolgerci al Mezzogiorno di Melfi, delle lotte civili nel territorio, della lotta contro tutte le mafie, dell’intransigenza civile e della radicalità sociale. Ci rivolgiamo al Mezzogiorno che non vuole piegare la testa, per puntare anche su di esso per fermare l’attacco scatenato contro i diritti e l’eguaglianza sociale.
Sappiamo infatti che il Mezzogiorno ha tutto da perdere dal federalismo, dalla messa in discussione del contratto nazionale, dalla nuova ondata di precarietà e flessibilità richieste e pretese dal lavoro. Sappiamo che in questi anni il Mezzogiorno ha subito un doppio fallimento. Quello politico delle sue classi dirigenti, che a destra e a sinistra, possono aver periodicamente raccolto voti, ma non hanno prodotto alcun reale risultato sul piano della crescita sociale e civile. L’altro fallimento è quello delle privatizzazioni, del piccolo è bello, della sostituzione dell’intervento pubblico con imprenditori d’assalto finanziati con i soldi dello stato. La legge 488 sulle iniziative territoriali è stata una fonte di colossali ruberie a fronte di microscopiche iniziative occupazionali.
E’ tutto un progetto liberista e territorialista che è fallito nel Mezzogiorno. Esso doveva rimpiazzare le partecipazioni statali, l’intervento pubblico, la programmazione economica ed industriale, credendo di poter impiantare il modello del Nord-Est nel Sud. Il fallimento è stato totale così come quello della politica dei patti territoriali e dei contratti d’area. A chi nel Mezzogiorno oggi pensa di risolvere i problemi della crescita con le gabbie salariali dobbiamo far fare un giro nei cimiteri di capannoni che si estendono in tutto il Sud sotto le carte dei patti e degli accordi di sviluppo. Basterebbe questo per dire che la tesi della Confindustria e del governo dell’attacco al contratto nazionale come via per lo sviluppo non è solo inaccettabile sul piano sociale, ma è priva di qualsiasi valore sul piano dello sviluppo economico.
Per queste ragioni noi diciamo con chiarezza no al documento Cgil, Cisl, Uil che apre al ridimensionamento del contratto nazionale e ancor di più no a una trattativa segnata dalle posizioni della Confindustria e del governo, a cui non c’è risposta significativa da parte sindacale.
C’era un documento Cgil, Cisl, Uil sul fisco a cui doveva seguire uno sciopero, o meglio una mobilitazione. Il governo Prodi è caduto, quello Berlusconi sta facendo l’esatto contrario di quello che c’è scritto in quel documento ma Cgil, Cisl e Uil non danno cenni di vita.
C’è stato il protocollo sul welfare che noi abbiamo contrastato, ora il governo ne cancella le timide e insufficienti spinte alla regolarizzazione del lavoro precario, rilancia gli appalti e i subappalti, fonti di stragi tra i lavoratori. Si prepara ad attuare in Italia quella criminale decisione dei ministri europei di portare a 65 ore l’orario individuale, con una nuova direttiva sulla flessibilità degli orari. E di fronte a tutto questo, anche qui, la Cgil borbotta critiche, Cisl e Uil consentono. Si continua a morire di lavoro, fino all’ultima strage di Catania. Si muore nelle piccole come nelle grandi aziende della presidente della Confindustra, si muore ovunque mentre il governo dichiara di voler depenalizzare e deregolamentare il Testo Unico sulla sicurezza e mentre la parola sicurezza viene usata solo contro i migranti, i rom, i poveri. Ci sarebbero già oggi, anche partendo dalle moderatissime posizioni di Cgil Cisl Uil, tutte le ragioni per uno sciopero generale. Lo dobbiamo chiedere con forza al sindacato confederale: vogliamo uno sciopero generale per la salute e la vita dei lavoratori, contro la precarietà e l’attacco ai diritti del lavoro.
Vogliamo dire con chiarezza che mai abbiamo visto una tale debolezza del sindacato italiano di fronte a una tale e brutale offensiva contro i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Nel Mezzogiorno tutti gli attacchi ai diritti colpirebbero e colpiscono ancor di più. Perché già oggi il salario è più basso che al Nord e l’attacco al contratto nazionale lo ridurrebbe ulteriormente. Perché la contrattazione aziendale nel Mezzogiorno è una rarità e solo il contratto nazionale impedisce lo sprofondare delle paghe. Perché il dilagare della precarietà non solo non ha frenato il lavoro nero, ma ne ha abbassato le paghe di riferimento. Perché l’individualizzazione del rapporto di lavoro, degli orari, dei diritti, al Sud significa consegnare le vite delle persone al supersfruttamento, al caporalato, alla criminalità organizzata. Perché al Sud in questi anni è ricominciata l’emigrazione verso il Nord, che riguarda più di un milione di lavoratori, mentre nelle campagne il supersfruttamento del lavoro distrugge la vita dei migranti.

Tutte le condizioni di lavoro e di vita nel Mezzogiorno stanno degradando, non c’è solo la monnezza di Napoli, ma la sanità, i servizi pubblici, la scuola, dove si stanno distruggendo risorse e diritti. L’idea che con il federalismo, cioè con la costruzione di potentati locali, con le burocrazie e i ricchi che comandano sui servizi, sulla vita e sul territorio, l’idea che così si risolvono i problemi del Mezzogiorno, perché spinti dal bisogno, finalmente i meridionali diventerebbero intraprendenti e imprenditori, è un’idea inaccettabile sul piano sociale e scema.
Andiamo allora a definire i punti fondamentali della nostra iniziativa sapendo che essa è di opposizione esplicita alle tendenze e alla corrente che va oggi per la maggiore. Noi pensiamo all’intervento pubblico nell’economia e al ritorno del controllo pubblico sui servizi, dalla raccolta dei rifiuti alla sanità, ai trasporti, all’istruzione. Noi diciamo che per il Sud ci vuole un pubblico rigoroso e onesto e non un privato che non ha mostrato alcuna capacità di diversificarsi dal modello sociale esistente e che, finora, ha chiesto solo di far pagare tutto allo stato e ai lavoratori. Noi pensiamo che gli imprenditori seri, quelli che rifiutano il pizzo e che vorrebbero un Mezzogiorno avanzato, non siano affatto ostili a un vero ritorno in campo del pubblico che distrugga i privilegi della grande industria del Nord, i partiti degli affari che si sono spesso intrecciati con la criminalità organizzata. Un nuovo sviluppo del Mezzogiorno è alla base della nostra iniziativa ma, proprio per questo, nella più pura tradizione e storia della Cgil, quella di Di Vittorio, noi pensiamo che questo nuovo sviluppo potrà affermarsi solo se crescerà un movimento di lotta di massa dei lavoratori e delle popolazioni meridionali che rifiuti la marginalizzazione, i bassi salari, la politica coloniale delle occupazioni militari e che, come le grandi lotte bracciantili degli anni 50 e operaie degli anni 70, sappia proporre una diversa via di sviluppo fondata sulla crescita dei diritti e non sulla compressione e distruzione di essi.
Per fare questo sappiamo che bisogna scontrarsi con quello che è diventato il sindacato meridionale. Ci sono positive eccezioni, come sempre, ma la tendenza di fondo è negativa, il sindacato nel Mezzogiorno, anche la Cgil, è diventato parte di questo sistema in crisi e non un grande organizzatore sociale in grado di cambiarlo. Le vicende della Campania sono emblematiche al riguardo, con la totale incapacità del sindacato, della Cgil, di costruire una propria autonomia al potere politico locale e di affrontare dal punto di vista del lavoro e delle popolazioni il dramma dei rifiuti.
Il sindacato della concertazione nel Mezzogiorno diventa il sindacato del consociativismo più burocratico e inutile. Nel Mezzogiorno è in caduta verticale la democrazia e la partecipazione alla vita sindacale, a meno di non voler credere che siano stati un segno di partecipazione sindacale il milione e duecento mila persone che hanno votato in solo due regioni, Campania e Sicilia, nella consultazione sul protocollo del 2007. Persone che non hanno lasciato alcuna traccia di sé, né nella vita sindacale, né nella vita politica, visto come sono andate le recenti elezioni siciliane. Il sindacato meridionale deve tornare a essere di operai e popolo, di giovani, precari e disoccupati che partecipino alla costruzione delle piattaforme, che possano decidere su di esse, sulle lotte, sui loro risultati. È bene ricordare che senza la democrazia diretta davanti al camper davanti ai cancelli, non ci sarebbe stata la vertenza di Melfi.
Per questo vogliamo organizzare la resistenza e la partecipazione dei quadri, delle iscritte e degli iscritti, delle lavoratrici e dei lavoratori meridionali, perché essi, più di tanti altri, hanno bisogno di un sindacato che faccia fino in fondo il suo mestiere, che organizzi le lotte sul salario, sui diritti, contro le stragi sul lavoro e stia nelle strade, di fronte alle fabbriche, contro il lavoro nero e il caporalato. Un sindacato che sia un contropotere reale nella società.
Con questa assemblea la Rete28Aprile si comincia ad organizzare nel Mezzogiorno, non solo nella Cgil, ma in mezzo alle lavoratrici e ai lavoratori, per costruire ovunque possibile risposte, partecipazione, lotta.
Si apre una fase difficilissima. Noi operiamo a livello nazionale per far fallire il negoziato con la Confindustria ed impedire così il disastro sul contratto nazionale. Non perché pensiamo che il sistema contrattuale uscito dall’accordo del 23 luglio del ’93 vada bene. Ne siamo convinti oppositori. Ma perché pensiamo che esso debba essere cambiato a favore del salario e dei diritti e non a favore dell’impresa e del mercato. Prepariamoci quindi nelle prossime settimane, a settembre, a costruire iniziative di massa che dicendo no a Confindustria e al Governo parlino direttamente della condizione sociale delle lavoratrici e dei lavoratori e delle popolazioni del Mezzogiorno.
Diciamo no alla differenziazione salariale e sociale. No allo sganciamento del Mezzogiorno dal resto del paese. No alla rottura dell’uguaglianza dei diritti, delle paghe, delle condizioni di lavoro. No - e sentiamo tutta la rabbia nel doverlo dire esattamente 40 anni dopo - no alle gabbie salariali che le grandi lotte del 1968 hanno cancellato. Già oggi ci sono differenze inaccettabili, nelle paghe, nei diritti, nel mondo del lavoro. Già oggi c’è una distribuzione della ricchezza iniqua, che ha visto ben dieci punti del Pil spostarsi dal salario ai profitti. Già oggi il Sud viene pagato meno e ha meno diritti del Nord, per cui noi ci battiamo per una nuova e più avanzata eguaglianza sociale e non per accettare la continua marcia verso il basso nelle differenze e nelle fratture sociali.
Questa sarà la Rete28Aprile nel Mezzogiorno che dovrà essere presente ogni volta che c’è un’iniziativa di lotta, ogni volta che si vuole contare e decidere. Una sola Melfi non è bastata, dobbiamo operare perché ce ne siano molte altre e questo è oggi possibile. Per questo ci impegniamo, buon lavoro compagne e compagni.


Giorgio Cremaschi