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Napoli, 21 giugno 2008
Vogliamo subito dire che questa non è un’assemblea di studio
sul Mezzogiorno. Naturalmente siamo favorevoli allo studio e
sarebbe utile che intellettuali e ricercatori critici, che
di solito sono anche i più bravi, mettessero assieme le loro
forze per riflettere sullo sviluppo e in particolare sulle
contraddizioni economiche e sociali del Mezzogiorno. Ma
questa nostra assemblea è prima di tutto un’assemblea di
lotta, che vuole dare un segnale a tutte e tutti i militanti
della Cgil e del sindacato rispetto alla necessità di agire
e reagire per fermare il disastro che si sta avvicinando a
passi veloci.
Le elezioni hanno segnato un punto di svolta, dando
purtroppo ragione a chi, come noi della Rete, da tempo
sosteneva che la politica economica del governo Prodi, e il
consenso sindacale ad essa, avrebbero alla fine fatto
vincere la destra e creato tra le lavoratrici e i lavoratori
frustrazione e abbandono.
Ora però già siamo in un’altra fase. Il governo Berlusconi e
la Confindustria, proprio sull’onda della vittoria
elettorale, pensano di trasformare essa in un cambio di
regime sociale. Sentono di avere di fronte un sindacato
consenziente o confuso e un’opposizione finora inesistente.
Sentono di avere un’onda da sfruttare rapidamente, anche
perché le cose possono cambiare. La crisi economica, la
mancata realizzazione delle promesse, il disagio e la
frustrazione sociale, possono giocare brutti scherzi anche a
Berlusconi e alla presidente Marcegaglia. Per cui essi
pensano che bisogna realizzare in fretta il bottino, prima
che riparta il conflitto.
Il Mezzogiorno per noi è una sede nella quale costruire
l’opposizione, la resistenza, l’alternativa, a questo
disegno. Lo diciamo anche perché abbiamo come primo
riferimento la più importante lotta sindacale degli ultimi
vent’anni. La lotta di Melfi del 2004 che, seppure ancora
lontana da aver realizzato i suoi obiettivi di fondo,
rappresenta tuttora un segno preciso, che la risorsa più
importante che abbiamo a disposizione è il conflitto e che
la lotta paga sempre.
La nostra intenzione è quindi rivolgerci al Mezzogiorno di
Melfi, delle lotte civili nel territorio, della lotta contro
tutte le mafie, dell’intransigenza civile e della radicalità
sociale. Ci rivolgiamo al Mezzogiorno che non vuole piegare
la testa, per puntare anche su di esso per fermare l’attacco
scatenato contro i diritti e l’eguaglianza sociale.
Sappiamo infatti che il Mezzogiorno ha tutto da perdere dal
federalismo, dalla messa in discussione del contratto
nazionale, dalla nuova ondata di precarietà e flessibilità
richieste e pretese dal lavoro. Sappiamo che in questi anni
il Mezzogiorno ha subito un doppio fallimento. Quello
politico delle sue classi dirigenti, che a destra e a
sinistra, possono aver periodicamente raccolto voti, ma non
hanno prodotto alcun reale risultato sul piano della
crescita sociale e civile. L’altro fallimento è quello delle
privatizzazioni, del piccolo è bello, della sostituzione
dell’intervento pubblico con imprenditori d’assalto
finanziati con i soldi dello stato. La legge 488 sulle
iniziative territoriali è stata una fonte di colossali
ruberie a fronte di microscopiche iniziative occupazionali.
E’ tutto un progetto liberista e territorialista che è
fallito nel Mezzogiorno. Esso doveva rimpiazzare le
partecipazioni statali, l’intervento pubblico, la
programmazione economica ed industriale, credendo di poter
impiantare il modello del Nord-Est nel Sud. Il fallimento è
stato totale così come quello della politica dei patti
territoriali e dei contratti d’area. A chi nel Mezzogiorno
oggi pensa di risolvere i problemi della crescita con le
gabbie salariali dobbiamo far fare un giro nei cimiteri di
capannoni che si estendono in tutto il Sud sotto le carte
dei patti e degli accordi di sviluppo. Basterebbe questo per
dire che la tesi della Confindustria e del governo
dell’attacco al contratto nazionale come via per lo sviluppo
non è solo inaccettabile sul piano sociale, ma è priva di
qualsiasi valore sul piano dello sviluppo economico.
Per queste ragioni noi diciamo con chiarezza no al documento
Cgil, Cisl, Uil che apre al ridimensionamento del contratto
nazionale e ancor di più no a una trattativa segnata dalle
posizioni della Confindustria e del governo, a cui non c’è
risposta significativa da parte sindacale.
C’era un documento Cgil, Cisl, Uil sul fisco a cui doveva
seguire uno sciopero, o meglio una mobilitazione. Il governo
Prodi è caduto, quello Berlusconi sta facendo l’esatto
contrario di quello che c’è scritto in quel documento ma
Cgil, Cisl e Uil non danno cenni di vita.
C’è stato il protocollo sul welfare che noi abbiamo
contrastato, ora il governo ne cancella le timide e
insufficienti spinte alla regolarizzazione del lavoro
precario, rilancia gli appalti e i subappalti, fonti di
stragi tra i lavoratori. Si prepara ad attuare in Italia
quella criminale decisione dei ministri europei di portare a
65 ore l’orario individuale, con una nuova direttiva sulla
flessibilità degli orari. E di fronte a tutto questo, anche
qui, la Cgil borbotta critiche, Cisl e Uil consentono. Si
continua a morire di lavoro, fino all’ultima strage di
Catania. Si muore nelle piccole come nelle grandi aziende
della presidente della Confindustra, si muore ovunque mentre
il governo dichiara di voler depenalizzare e deregolamentare
il Testo Unico sulla sicurezza e mentre la parola sicurezza
viene usata solo contro i migranti, i rom, i poveri. Ci
sarebbero già oggi, anche partendo dalle moderatissime
posizioni di Cgil Cisl Uil, tutte le ragioni per uno
sciopero generale. Lo dobbiamo chiedere con forza al
sindacato confederale: vogliamo uno sciopero generale per la
salute e la vita dei lavoratori, contro la precarietà e
l’attacco ai diritti del lavoro.
Vogliamo dire con chiarezza che mai abbiamo visto una tale
debolezza del sindacato italiano di fronte a una tale e
brutale offensiva contro i diritti delle lavoratrici e dei
lavoratori.
Nel Mezzogiorno tutti gli attacchi ai diritti colpirebbero e
colpiscono ancor di più. Perché già oggi il salario è più
basso che al Nord e l’attacco al contratto nazionale lo
ridurrebbe ulteriormente. Perché la contrattazione aziendale
nel Mezzogiorno è una rarità e solo il contratto nazionale
impedisce lo sprofondare delle paghe. Perché il dilagare
della precarietà non solo non ha frenato il lavoro nero, ma
ne ha abbassato le paghe di riferimento. Perché
l’individualizzazione del rapporto di lavoro, degli orari,
dei diritti, al Sud significa consegnare le vite delle
persone al supersfruttamento, al caporalato, alla
criminalità organizzata. Perché al Sud in questi anni è
ricominciata l’emigrazione verso il Nord, che riguarda più
di un milione di lavoratori, mentre nelle campagne il
supersfruttamento del lavoro distrugge la vita dei migranti.
Tutte le condizioni di lavoro e di vita nel Mezzogiorno
stanno degradando, non c’è solo la monnezza di Napoli, ma la
sanità, i servizi pubblici, la scuola, dove si stanno
distruggendo risorse e diritti. L’idea che con il
federalismo, cioè con la costruzione di potentati locali,
con le burocrazie e i ricchi che comandano sui servizi,
sulla vita e sul territorio, l’idea che così si risolvono i
problemi del Mezzogiorno, perché spinti dal bisogno,
finalmente i meridionali diventerebbero intraprendenti e
imprenditori, è un’idea inaccettabile sul piano sociale e
scema.
Andiamo allora a definire i punti fondamentali della nostra
iniziativa sapendo che essa è di opposizione esplicita alle
tendenze e alla corrente che va oggi per la maggiore. Noi
pensiamo all’intervento pubblico nell’economia e al ritorno
del controllo pubblico sui servizi, dalla raccolta dei
rifiuti alla sanità, ai trasporti, all’istruzione. Noi
diciamo che per il Sud ci vuole un pubblico rigoroso e
onesto e non un privato che non ha mostrato alcuna capacità
di diversificarsi dal modello sociale esistente e che,
finora, ha chiesto solo di far pagare tutto allo stato e ai
lavoratori. Noi pensiamo che gli imprenditori seri, quelli
che rifiutano il pizzo e che vorrebbero un Mezzogiorno
avanzato, non siano affatto ostili a un vero ritorno in
campo del pubblico che distrugga i privilegi della grande
industria del Nord, i partiti degli affari che si sono
spesso intrecciati con la criminalità organizzata. Un nuovo
sviluppo del Mezzogiorno è alla base della nostra iniziativa
ma, proprio per questo, nella più pura tradizione e storia
della Cgil, quella di Di Vittorio, noi pensiamo che questo
nuovo sviluppo potrà affermarsi solo se crescerà un
movimento di lotta di massa dei lavoratori e delle
popolazioni meridionali che rifiuti la marginalizzazione, i
bassi salari, la politica coloniale delle occupazioni
militari e che, come le grandi lotte bracciantili degli anni
50 e operaie degli anni 70, sappia proporre una diversa via
di sviluppo fondata sulla crescita dei diritti e non sulla
compressione e distruzione di essi.
Per fare questo sappiamo che bisogna scontrarsi con quello
che è diventato il sindacato meridionale. Ci sono positive
eccezioni, come sempre, ma la tendenza di fondo è negativa,
il sindacato nel Mezzogiorno, anche la Cgil, è diventato
parte di questo sistema in crisi e non un grande
organizzatore sociale in grado di cambiarlo. Le vicende
della Campania sono emblematiche al riguardo, con la totale
incapacità del sindacato, della Cgil, di costruire una
propria autonomia al potere politico locale e di affrontare
dal punto di vista del lavoro e delle popolazioni il dramma
dei rifiuti.
Il sindacato della concertazione nel Mezzogiorno diventa il
sindacato del consociativismo più burocratico e inutile. Nel
Mezzogiorno è in caduta verticale la democrazia e la
partecipazione alla vita sindacale, a meno di non voler
credere che siano stati un segno di partecipazione sindacale
il milione e duecento mila persone che hanno votato in solo
due regioni, Campania e Sicilia, nella consultazione sul
protocollo del 2007. Persone che non hanno lasciato alcuna
traccia di sé, né nella vita sindacale, né nella vita
politica, visto come sono andate le recenti elezioni
siciliane. Il sindacato meridionale deve tornare a essere di
operai e popolo, di giovani, precari e disoccupati che
partecipino alla costruzione delle piattaforme, che possano
decidere su di esse, sulle lotte, sui loro risultati. È bene
ricordare che senza la democrazia diretta davanti al camper
davanti ai cancelli, non ci sarebbe stata la vertenza di
Melfi.
Per questo vogliamo organizzare la resistenza e la
partecipazione dei quadri, delle iscritte e degli iscritti,
delle lavoratrici e dei lavoratori meridionali, perché essi,
più di tanti altri, hanno bisogno di un sindacato che faccia
fino in fondo il suo mestiere, che organizzi le lotte sul
salario, sui diritti, contro le stragi sul lavoro e stia
nelle strade, di fronte alle fabbriche, contro il lavoro
nero e il caporalato. Un sindacato che sia un contropotere
reale nella società.
Con questa assemblea la Rete28Aprile si comincia ad
organizzare nel Mezzogiorno, non solo nella Cgil, ma in
mezzo alle lavoratrici e ai lavoratori, per costruire
ovunque possibile risposte, partecipazione, lotta.
Si apre una fase difficilissima. Noi operiamo a livello
nazionale per far fallire il negoziato con la Confindustria
ed impedire così il disastro sul contratto nazionale. Non
perché pensiamo che il sistema contrattuale uscito
dall’accordo del 23 luglio del ’93 vada bene. Ne siamo
convinti oppositori. Ma perché pensiamo che esso debba
essere cambiato a favore del salario e dei diritti e non a
favore dell’impresa e del mercato. Prepariamoci quindi nelle
prossime settimane, a settembre, a costruire iniziative di
massa che dicendo no a Confindustria e al Governo parlino
direttamente della condizione sociale delle lavoratrici e
dei lavoratori e delle popolazioni del Mezzogiorno.
Diciamo no alla differenziazione salariale e sociale. No
allo sganciamento del Mezzogiorno dal resto del paese. No
alla rottura dell’uguaglianza dei diritti, delle paghe,
delle condizioni di lavoro. No - e sentiamo tutta la rabbia
nel doverlo dire esattamente 40 anni dopo - no alle gabbie
salariali che le grandi lotte del 1968 hanno cancellato. Già
oggi ci sono differenze inaccettabili, nelle paghe, nei
diritti, nel mondo del lavoro. Già oggi c’è una
distribuzione della ricchezza iniqua, che ha visto ben dieci
punti del Pil spostarsi dal salario ai profitti. Già oggi il
Sud viene pagato meno e ha meno diritti del Nord, per cui
noi ci battiamo per una nuova e più avanzata eguaglianza
sociale e non per accettare la continua marcia verso il
basso nelle differenze e nelle fratture sociali.
Questa sarà la Rete28Aprile nel Mezzogiorno che dovrà essere
presente ogni volta che c’è un’iniziativa di lotta, ogni
volta che si vuole contare e decidere. Una sola Melfi non è
bastata, dobbiamo operare perché ce ne siano molte altre e
questo è oggi possibile. Per questo ci impegniamo, buon
lavoro compagne e compagni.
Giorgio Cremaschi
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