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A un anno dalla riforma il
bilancio è negativo, storia di una «love story» mai cominciata
L’inflazione spinge il Tfr e manda i fondi al tappeto
Da maggio 2007 le casse di categoria hanno perso l’1,9% mentre la
liquidazione ha reso il 3,6%. E le adesioni crescono con il
contagocce
Un anno dopo il «sì» al Tfr nei fondi pensione la love story tra gli
italiani e la previdenza integrativa non è decollata. Forse per far
nascere la passione ci vogliono parole più chiare e mercati più
tranquilli. Complici la crisi delle Borse, e un destino economico
avverso che ha addirittura risvegliato l’inflazione (alleata del Tfr
parcheggiato in azienda) il bilancio dell’operazione è piuttosto
negativo. Le performance dei fondi sono in rosso e nettamente
inferiori a quelle della liquidazione old style , le adesioni
aumentano con il contagocce. In un anno i maggiori fondi aziendali o
di categoria hanno perso l’1,9%, con punte dell’8/10% per le linee
azionarie. Poco rispetto alle Borse mondiali (-18%), ma ben più dei
Btp (+2,36%). E soprattutto ben più del Tfr lasciato in azienda che,
complice il ritorno di fiamma del costo della vita, si è rivalutato
del 3,6%. La liquidazione ha vinto cinque a zero. Un distacco
difficile da colmare.
Se poi l’inflazione dovesse restare per un po’ dove si trova oggi
(3,6-3,7%) il Tfr parcheggiato in azienda renderebbe più del 4%
netto, rendendosi ulteriormente irraggiungibile dai portafogli in
rosso. Dati alla mano nel primo anno del Tfr «libero» hanno avuto
risultati rassicuranti solo le linee garantite, dove sono andati a
finire i soldi di chi non ha scelto. Quelle che, secondo i fautori
di una drastica riforma, sono la negazione stessa del concetto di
previdenza integrativa perché non consentono l’inseguimento di
rendimenti più elevati.
Per ritornare ottimisti bisogna allontanarsi parecchio dal quadro e
leggere i numeri degli ultimi cinque anni. Allora sì che i fondi
pensione vincono, e mica di poco: 25 a 14 contro il Tfr. E questa,
dicono i manuali, è la visione giusta, quella del lungo periodo. Ma
vallo a spiegare agli investitori, pieni di incertezze e spesso
incapaci di valutare un futuro senza (o quasi) pensione pubblica. E
così molti sono rimasti dov’erano, con il Tfr in azienda.
Secondo i dati Covip, alla fine di aprile gli iscritti alla
previdenza complementare erano 4,65 milioni, poco più di un quinto
su un totale di circa 22 milioni di lavoratori. E fra i 12,2 di
dipendenti privati interessati dalla riforma il tasso di adesione è
del 25%, lontano dal 40% fissato come obiettivo per fine 2007
dall'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
«Il bilancio è piuttosto deludente, nei primi quattro mesi del 2008
le adesioni sono cresciute del 2,8% a livello complessivo e del 2,2%
per i fondi, aziendali o di categoria — spiega Luigi Scimia,
presidente della Covip — mentre vanno meglio gli aperti e i Pip con
un più 3% e un più 12%».
Non tutti sono d’accordo con un’analisi così grigia. «Se si
considera l’anticipo di un anno nell’avvio della riforma, e la
mancanza di un’efficace campagna informativa sulle prospettive della
previdenza pubblica, il risultato non è poi così male», dice Mauro
Marè, presidente della Mefop (la società per lo sviluppo dei fondi
pensione che fa capo al ministero dell'Economia).
Ma è lo stesso Marè ad ammettere che le iscrizioni sono andate bene
nelle grandi imprese, molto sindacalizzate, mentre il tasso di
adesione in quelle sotto i cinquanta dipendenti, dove il Tfr non
conferito rimane al datore di lavoro, è bassissimo.
I fondi, poi, non hanno sfondato tra i giovani e i precari. E,
ahimè, sono proprio queste le realtà lavorative che saranno più
colpite dalla riduzione della pensione di base. Quest’anno i
deludenti dati fanno cadere il discorso, ma da qui a trent’anni chi
darà a questi lavoratori una minima pensione integrativa?
Il dibattito sulle possibili ricette per risvegliare l’interesse è
aperto. Maggiore informazione, smussamento di alcune rigidità e
ulteriori incentivi fiscali sono il piatto forte.
«Bisogna eliminare o almeno ridurre al 6% l'aliquota dell'11% sui
rendimenti annuali», sottolinea Scimia. Che non escluderebbe, in
mancanza di una forte crescita delle adesioni, una norma per sancire
l'obbligatorietà di adesione ai fondi pensione, temperata poi dalla
possibilità di uscire dopo un certo numero di anni, «come in Gran
Bretagna». Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Sergio Corbello
(Assoprevidenza) che critica l’irreversibilità della scelta.
«L’impossibilità di uscire una volta conferito il Tfr ha spaventato
molti lavoratori — dice Corbello —. Mentre andrebbero rispolverati,
come accadeva in passato per alcune categorie, i contratti di lavoro
con l'obbligatorietà di iscrizione alla previdenza complementare».
Elsa Fornero, direttore del Cerp (Centro ricerche sulle pensioni e
le politiche del welfare), vedrebbe di buon occhio la riapertura del
meccanismo di silenzio-assenso. Riproporre un semestre dove chi non
chiede espressamente di lasciare il Tfr in azienda, viene dirottato
automaticamente sui fondi pensione. Ma dopo aver «spiegato
chiaramente che la previdenza complementare è fortemente
controllata»
Dal lato delle compagnie assicurative si invoca il diritto alla
portabilità del contributo aziendale per tutti gli strumenti, «senza
limitazioni, in modo da dare maggiore libertà di scelta e creare una
vera concorrenza», dice Giampaolo Galli, direttore generale
dell’Ania, che insiste sulla necessità di rendere reversibile la
scelta.
L’altro tasto dolente è quello della poca o nulla informazione sulle
pensioni pubbliche future. Un aiuto potrà venire dal documento che
tutte le forme pensionistiche complementari dovranno dare da luglio:
una stima della rendita integrativa attesa, ma anche l’indicazione
del tasso di sostituzione di quella obbligatoria, cioè il rapporto
fra pensione e ultima retribuzione. «Bisogna informare i lavoratori
sulla pensione che riceveranno — sottolinea Marè — e per quelli più
deboli, con carriere discontinue e redditi bassi si deve pensare a
una sorta di meccanismo di solidarietà finanziato con le imposte».
Resta il problema di come raggiungere i lavoratori delle imprese più
piccole. «Bisogna puntare sui fondi aperti, che hanno una rete di
vendita, attraverso le adesioni collettive che consentono il
contributo aziendale», sostiene Marcello Messori, presidente di
Assogestioni.
Il rischio, altrimenti, è noto: che i fondi pensione restino un
paracadute elitario, aperto per chi è nelle grandi aziende e nelle
categorie più sindacalizzate. Ma molto lontano dalle spalle di chi
ne ha più bisogno.
Corriere della sera
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