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Ormai è una strage, ma la chiamano “diritto del lavoro”
Ogni giorno muoiono di lavoro quattro lavoratori e altrettante morti avvengono per malattie professionali contratte nell’arco della vita lavorativa e spesso nemmeno riconosciute.
Questo non è lavoro, questa è una strage.
E quello che sta scritto nelle leggi, da anni e anni a questa parte (dai contratti cosiddetti di formazione e lavoro del 1984 alle leggi Treu del 1997 e Biagi-Maroni del 2003), non è diritto del lavoro, ma diritto dei padroni a fare stragi di lavoratori.
Le imprese possono fare di tutto delle donne e degli uomini loro dipendenti: farli lavorare “in nero”; con contratti a termine, inserimenti interinali, co.co.co e co.co.pro. praticamente a vita; in posti di lavoro come caserme per disciplina e soprusi da parte della gerarchia aziendale; con ritmi produttivi da lavoro pressoché forzato; con attrezzature, macchinari e impianti vecchi stravecchi, senza manutenzione, pronti a colpirti, a invalidarti, a ucciderti; con salari di merda che ti costringono a caricarti di straordinari diurni e notturni e a rendere la tua vita un inferno; con gli ispettori del lavoro che spesso non ispezionano niente e permettono che il lavoro sia un attentato continuo alla tua salute e alla tua integrità fisica e mentale, alla tua vita.
Questo, mentre i contratti di lavoro e l’azione dei sindacati ufficiali sono spesso una resa alle “ragioni” spudorate del profitto, cioè all’ingordigia insaziabile di una moltitudine di farabutti, che si chiamano boriosamente imprenditori, disposti a fare anche quanto è successo alla clinica privata Santa Rita di Milano: interventi chirurgici con omicidio di pazienti per spillare milioni al servizio sanitario nazionale.
Prima Montezemolo e oggi la Marcegaglia (un operaio morto sul lavoro in una sua fabbrica qualche settimana fa, un altro ridotto in fin di vita pochi giorni fa in un’altra sua azienda) pretendono non solo di continuare a massacrarti l’esistenza, ma anche di rivendicare la cancellazione di alcune norme introdotte dal passato Governo, che col nuovo Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro hanno stabilito pene detentive un po’ più severe per i datori di lavoro responsabili di gravi infortuni
Ma è semplice spiegare tanto cinismo, anzi tanta ferocia: per un operaio che muore in fabbrica, se ne assume, se va bene, un altro, magari interinale o a tempo determinato, ricattabile in misura estrema, a cui si assegna un livello più basso, che non ha scatti di anzianità, che è più giovane, cioè fisicamente più adatto a subire la torchiatura del lavoro sotto padrone, che non ha esperienza di solidarietà né di lotta, che è “disarmato” per fare fronte alla legge della giungla che impera sul lavoro.
E così ogni morte diventa per i padroni un investimento produttivo, un’accumulazione aggiuntiva di profitto, un affare, un malaffare.
Anche mercoledì 11 giugno il lavoro ha continuato a uccidere e stavolta non è andato troppo per il sottile, ha fatto fuori dieci operai in un solo giorno, di cui sei in un colpo solo a Mineo, in provincia di Catania.
Il giorno prima il Governo che si definisce del “popolo della libertà” e guida una Repubblica che si vanta di essere “fondata sul lavoro”, la Confindustria e Cgil, Cisl e Uil si erano incontrati per decidere la controriforma della contrattazione collettiva e della democrazia sindacale, una “novità” per introdurre nel rapporto di lavoro uno sfruttamento ancora più bieco e un sindacalismo ancora più autoritario: il tutto finalizzato a sconfiggere ogni resistenza operaia.
Chissà cosa ne penseranno quei nostri sfortunati dieci compagni d’inferno.
CONFEDERAZIONE COBAS R.i.p., giugno 2008 - v. S. Lorenzo 38, Pisa – tel: 050.8312172; e-mail: confcobaspisa@alice.it |
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