Parte la trattativa ma pesa la direttiva che piace a Sacconi

S. F.

ROMA


 

La trattativa tra sindacati e imprese sulla riforma del modello contrattuale si aprirà mercoledì prossimo e, si può dire, non sotto i migliori auspici. I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno incontrato ieri la presidente degli industriali, Emma Marcegaglia per definire i tempi del negoziato, che inizierà proprio dal cuore del problema, la distribuzione dei pesi tra contratto nazionale e contrattazione di secondo livello. Si punta ad un accordo entro il 30 settembre, anche se sul punto Guglielmo Epifani (Cgil) è stato cauto: «Sul mercato del lavoro sarà un confronto molto duro, e la Cgil non dirà mai 'sì' ad un accordo qualunque, perchè c'è un grande problema di diritti e di salari». Un accordo 'a tutti i costi', per opposte ragioni, non lo vuole neppure Confindustria: «Verificheremo nel merito le reali possibilità di andare avanti», dice Marcegaglia. Decisamente più ottimisti gli umori in casa Cisl e Uil. «L'obiettivo è chiudere presto, entro e non oltre settembre - dice Raffaele Bonanni (Cisl) - perchè vogliamo godere degli interventi di detassazione promessi dal governo per rafforzare i salari». «Un ottimo inizio», secondo Luigi Angeletti, che forse sarebbe già pronto a firmare.
Ma come si diceva gli auspici non sembrano dei migliori. Non bastasse, ieri è arrivata una pessima notizia dall'Unione europea, con la direttiva che liberalizza (selvaggiamente) l'orario di lavoro, e colpisce al cuore la contrattazione collettiva. Notizia accolta con favore dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che pare non aspettasse altro e che già in mattinata aveva spiegato più nel dettaglio, alla commissione lavoro della Camera, il suo piano di «deregolazione chirurgica del mercato del lavoro». «Come può un governo votare in Europa un provvedimento diverso e peggiore dalla legislazione italiana, sapendo che non si potrà essere al riparo dagli effetti invasivi di una simile scelta?», domanda il segretario confederale Cgil, Fulvio Fammoni. Sacconi invece ha le idee molto chiare: «Maggiore attenzione deve essere data all'esatto contenuto delle normative europee in materia di lavoro e di orario per evitare, come accaduto nel recente passato, di trasporre i precetti europei aggiungendo oneri e vincoli non previsti dalla legislazione europea e che rischiano di penalizzare non poco l'Italia rispetto agli altri Stati».
«Spettatore interessato» alla trattativa tra parti sociali sui contratti, ieri il ministro del lavoro ha chiarito che non intende toccare l'articolo 18 (su cui insiste invece Pietro Ichino), puntando su un obiettivo decisamente più a portata di mano, una «deregolazione del mercato del lavoro»: «Un ritorno alla lettera e allo spirito della legge Biagi», in sintesi. Il governo intende portare a regime per tutto il lavoro dipendente la defiscalizzazione di premi e straordinari (le parti variabili del salario, contrattate o meno). E rispetto alla trattativa sui contratti, aggiunge il ministro, «mi auguro che le parti facciano presto, e noi la potremo supportare con la disciplina fiscale. Quanto alla Cgil, mi auguro che vorrà riflettere un po' di più e non interpretare le nostre proposte in termini di pregiudizio».
Il confronto, tra sindacati e imprese, si annuncia duro sul versante del lavoro privato. Ma le cose non vanno molto meglio sul versante della pubblica amministrazione, dove il governo è la controparte stessa e dove ancora non c'è neppure una trattativa. Prima di incontrare Marcegaglia, ieri, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto il punto con i segretari di categoria. Ne è uscita una posizione convergente su una premessa (la condivisione degli obiettivi di efficienza, risanamento e trasparenza della pubblica amministrazione) e due richieste: un confronto sulla traduzione operativa e concreta dei documenti già presentati dal ministro Renato Brunetta, e una risposta sul rinnovo dei contratti scaduti del pubblico impiego. Su questo, oggi è previsto l'incontro tra sindacati e governo.