Le conseguenze politiche dell'inflazione
Giorgio Lunghini

 
La questione salariale, che di per sé in Italia era già grave, viene ora aggravata da un'inflazione che riappare all'orizzonte, come non accadeva da anni. L'inflazione non è la peggiore delle malattie economiche, è meno grave della deflazione, di una prolungata depressione dei prezzi, depressione degli interessi, depressione dei profitti e depressione dell'occupazione. La condizione attuale del mondo economico occidentale non è ancora di deflazione, è una condizione di ristagno con inflazione. L'effetto immediato dell'inflazione è la riduzione del potere d'acquisto dei percettori di redditi fissi, cioè per salariati e pensionati: con lo stesso biglietto di banca si comprano meno merci.
La questione salariale, che di per sé in Italia era già grave, viene ora aggravata da un'inflazione che riappare all'orizzonte, come non accadeva da anni. L'inflazione non è la peggiore delle malattie economiche, è meno grave della deflazione, di una prolungata depressione dei prezzi, depressione degli interessi, depressione dei profitti e depressione dell'occupazione. La condizione attuale del mondo economico occidentale non è ancora di deflazione, è una condizione di ristagno con inflazione. L'effetto immediato dell'inflazione è la riduzione del potere d'acquisto dei percettori di redditi fissi, cioè per salariati e pensionati: con lo stesso biglietto di banca si comprano meno merci.
L'inflazione ha però anche degli altri effetti, indiretti e meno evidenti ai più. In Italia e non solo in Italia, negli ultimi anni c'è stato uno spostamento tra le classi nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; ed è cresciuto il divario tra i poveri e i ricchi nella distribuzione personale del reddito e della ricchezza. Infatti l'inflazione non è neutrale e le diseguaglianze ne vengono aumentate, con conseguenze economicamente inique e politicamente di destra. Il primo a indicare questi rischi è stato Keynes, nel lontano 1919. Lenin avrebbe detto, secondo Keynes, che il modo migliore di distruggere il sistema capitalistico è rovinarne la moneta. Di certo, secondo Keynes, l'inflazione aumenta l'incertezza, e l'incertezza, la conoscenza limitata, rende credulone l'uomo della strada, lo spinge a fidarsi di quanto gli viene detto dalle autorità più o meno «costituite». D'altra parte l'inflazione rende incerti i rapporti contrattuali tra debitori e creditori, e dunque gli uomini d'affari saranno tentati dal gioco d'azzardo anziché dall'intrapresa. L'inflazione consente al governo di confiscare una parte della ricchezza dei suoi cittadini, segretamente e passando inosservato. Non solo di confiscarla, ma di confiscarla in maniera arbitraria: con l'inflazione, molti diventano più poveri e i ricchi diventano più ricchi. E' sempre stato così - non è una novità legata all'oggi - anche se in molti fingono che non sia così. Questo spostamento arbitrario delle ricchezze mina massicciamente la fiducia nell'ordine economico esistente, soprattutto la fiducia della borghesia, che dall'inflazione è colpita non meno del proletariato. Lenin, concludeva Keynes, aveva ragione. Keynes era un liberale, non un bolscevico (come invece sosteneva Luigi Einaudi), scriveva quasi un secolo fa, il contesto e le cause dell'inflazione erano diversi, e ciò che Keynes prefigurava e temeva era il fascismo e il nazismo. Altri tempi, insomma, ma leggere i classici può essere utile e sicuramente è piacevole. Le Conseguenze economiche della pace, già pubblicato nel 1920 dai Fratelli Treves, è stato ora ripubblicato da Adelphi. Come tutto Keynes, sarebbe meglio leggerlo nella sua lingua-madre, l'inglese. Per chi volesse esercitarsi, The Economic Consequences of the Peace si può trovare su internet, al sito: http://www.econlib.org/LIBRARY/YPDBooks/Keynes/kynsCP.html. Buona lettura.