Un Contratto che Merita
le Relazioni Industriali crescono
in un mondo che cambia
LE TESI DEI GIOVANI IMPRENDITORI
Santa Margherita Ligure, 6-7 giugno 2008
Relazione del Presidente
Federica Guidi
Cari amici,
“Siamo in un mondo che cambia”.
Il messaggio, chiaro e dirompente, ci è arrivato negli anni 2000
dal sociologo
inglese Giddens, ma a quasi dieci anni di distanza è ancora di
evidente
attualità.
Ma come cambia il mondo che cambia?
In una economia mondiale che tende ineluttabilmente alla
globalizzazione,
dove i più diversi sistemi economici hanno rivoluzionato e
ridisegnato i propri
modelli di produzione, di organizzazione e di mercato,
assistiamo ad una vera
e propria “mutazione genetica dell’impresa”, specie quella
piccola e media.
Le categorie che hanno orientato il nostro agire per tutto il
corso del
Novecento si sono trasformate con grande velocità. E noi con
loro.
Il contesto globale
La caduta del muro di Berlino sembra un evento lontano, ma
quell’evento,
che non è remoto, ha prodotto a catena conseguenze impensabili.
La scomparsa del socialismo reale ha liberato milioni di persone
da un
regime schiacciante, restituendoli ad una libertà talora fragile
e precaria, ma
vibrante e vissuta con entusiasmo. Decretando l’insostenibilità
– dal punto di
vista “umano” prima ancora che economico – dei regimi comunisti,
la caduta
del muro tuttavia ha finito per illuminare anche le zone d’ombra
esistenti nelle
economie occidentali.
Nel secondo dopoguerra l’Europa ha beneficiato di uno
straordinario sviluppo
economico dovuto certamente, ma non solo, al desiderio di
rivalsa dopo la
catastrofe bellica, allo spirito imprenditoriale, alla voglia di
fare degli europei e
ad istituzioni fondamentalmente amiche dell’impresa e della
crescita.
Le imprese italiane erano sì in competizione con quelle
tedesche, francesi,
americane, inglesi, ma il “rischio Paese” da noi era comunque
più alto che
altrove: ad una sostanziale stabilità politica di lungo periodo
si affiancava
un’estrema arbitrarietà della Pubblica Amministrazione,
un’ipertrofia di regole,
un fisco esoso i cui effetti depressivi erano temperati da una
certa tolleranza
verso l’abitudine all’elusione.
Per parafrasare Margaret Thatcher, vivevamo in un Paese dove le
imprese
private erano controllate dal settore pubblico e quelle
pubbliche da nessuno.
Tuttavia, in qualche modo, il capitalismo italiano si era
attrezzato per far
fronte alla concorrenza internazionale.
Si era in un’epoca in cui due terzi della forza - lavoro era
costituita da operai,
impegnati in mansioni ripetitive e parcellizzate di diretta
modificazione della
materia.
Il differenziale di produttività era molto inferiore a quanto
sia oggi e nello
stesso tempo la sostituzione delle tecnologie, che dell’aumento
di produttività
sono il principale vettore, andava a ritmi molto più lenti di
quanto invece non
avvenga adesso.
Oggi le imprese italiane non possono più contare su un basso
costo del
lavoro che potrebbe compensare la scarsa produttività e la poca
innovazione:
quel segmento del mercato è stato occupato, com’era inevitabile,
da Paesi
più giovani, in cui il costo della vita è inferiore e dove il
bisogno di uscire dalla
miseria porta ad adottare parametri diversi.
Parallelamente, l’esplosione delle nuove tecnologie ha reso le
differenze di
produttività assai maggiori: la diretta modificazione della
materia è ormai
competenza quasi esclusiva delle macchine, mentre i lavoratori
gestiscono
flussi di informazione, oppure operano attraverso quegli stessi
macchinari
che ne hanno, per così dire, “preso il posto”.
Avere a disposizione tecnologie applicate innovative non basta:
conta la
frequenza con la quale si riesce a stare al passo con
l’innovazione, senza
“perdere il treno” di un’evoluzione tecnica che in molti settori
letteralmente
non conosce sosta.
È per questo che ci siamo allontanati, come Paese, dal centro
del mercato
globale, ed è per questo che facciamo fatica a trovare un nostro
posto stabile
fra i “vincitori” della globalizzazione.
Il segmento di mercato dei prodotti a basso costo ci è reso
impraticabile da
chi “costa” meno di noi.
Persino la tradizionale scappatoia delle imprese italiane, cioè
la svalutazione
competitiva della moneta, è stata resa impraticabile dalla
cessione della
nostra sovranità monetaria alla Banca Centrale Europea. Una
scelta
comunque virtuosa, che salva il valore dei nostri risparmi ma ha
reso più
difficile la vita ai nostri prodotti.
In questo contesto la crescente richiesta di flessibilità
nell’organizzazione del
lavoro, comune a tutti i paesi europei, va intesa come
conseguenza del
diverso scenario internazionale nel quale le nostre aziende si
trovano a
competere.
Partiamo dal modello di relazioni industriali.
In questo contesto è dunque inevitabile guardare al sistema di
relazioni
industriali come strumento principe di organizzazione del
settore produttivo,
nel più ampio tema del recupero di competitività che attende il
nostro Paese.
È pertanto necessario pensare a tale questione in un’ottica di
apertura al
cambiamento ed al miglioramento, abbandonando una difesa dello
status quo
che, se aprioristica, non potrà che risultare del tutto fuori
dal tempo.
Nel recente documento di Cgil, Cisl e Uil su “Linee di riforma
della struttura
della contrattazione” si riconosce che i processi di
trasformazione in atto
mettono in discussione tutta l’organizzazione del lavoro, dalle
condizioni della
prestazione lavorativa alla valorizzazione della
professionalità.
Secondo la più tradizionale delle logiche sindacali, però, si
pensa di gestire
queste esigenze di maggiore flessibilità attraverso la
“rivendicazione” di una
più alta capacità di contrattazione di questi fattori,
immaginando l’introduzione
di nuovi e diversi vincoli.
Del resto, negli ultimi anni, attraverso riforme più o meno
riuscite, come
Paese siamo stati impegnati proprio nel tentativo di trovare per
noi stessi una
diversa collocazione sotto il cielo della globalizzazione.
È iniziato un “processo di scoperta” che ci coinvolge
singolarmente, come
uomini e donne d’azienda, e collettivamente come Paese, che ci
vede giorno
per giorno alla ricerca di un posto dove possiamo meglio stare,
nel mercato
globale.
Se ripensiamo per un attimo alla combinazione di fattori che nel
tempo hanno
definito i confini dello scenario tratteggiato, ci rendiamo
conto che il progresso
tecnologico, le nuove potenzialità offerte dall’ICT, la
creazione di un mercato
dei servizi accanto a quello tradizionale dei beni, la velocità
delle nuove
transazioni commerciali hanno consentito di accorciare, o
addirittura
annullare, distanze che fino a poco tempo fa dividevano ancora
il mondo in
“vicino” e “lontano”.
Grazie a queste condizioni, economiche, logistiche, tecnologiche
e culturali,
molte imprese hanno cambiato pelle, hanno delocalizzato i propri
processi
produttivi o hanno creato nuove produzioni, si sono
multilocalizzate ed
internazionalizzate; hanno affrontato un processo di crescita e
maturazione,
non solo produttivo o tecnologico, ma anche culturale, portando
con sé
macchine e attrezzature ma soprattutto conoscenze e
professionalità.
Tutto questo ha dato vita a momenti di crescita, se non sempre
del mercato,
sicuramente della consapevolezza del “come si può fare impresa”
in un modo
diverso, in un sistema Paese diverso.
L’impresa che supera i confini del proprio territorio si imbatte
in altri mondi,
altri mercati, altre regole, a volte in vincoli ma anche in
opportunità, che
necessitano di un sistema di governance capace di capitalizzare
quel
processo di sviluppo e far sì che non rimanga solo un evento di
crescita
episodico.
Se guardiamo però al sistema di relazioni industriali che
dovrebbe supportare
tutto questo, ci rendiamo conto che il meccanismo è ingessato,
statico, ben
lontano dalla definizione di questi giorni del Ministro
Brunetta, che vede la
contrattazione collettiva come un “sistema aperto capace di
autoapprendimento”.
Questa definizione, questo apprendimento evolutivo e
progressivo,
presuppongono – esattamente come avviene nella ricerca
scientifica –
l’abbandono della convinzione che ciò che abbiamo ereditato dal
passato non
possa essere messo in discussione.
Il primo passo è ammettere la possibilità di un’evoluzione e,
quindi,
interrogarsi liberamente su quali vie il corso delle cose possa
prendere.
Come è nella nostra tradizione, noi Giovani Imprenditori
vogliamo fornire
stimoli ed idee, prima ancora che proposte.
Ed è di questo che intendiamo parlare, quasi con spirito
galileiano, delle
relazioni industriali come tassello importante della
competitività e dello
sviluppo economico dell’Italia.
Non siamo qui per dare risposte di carattere immediato ai dubbi
ed alle
domande della politica, ma per interrogarci sul futuro.
Contrattazione di primo e secondo livello: la situazione attuale
Tradizionalmente, a partire dai primi anni del secolo scorso,
l’elemento
fondamentale del nostro sistema di relazioni industriali è dato
dai contratti
collettivi nazionali di categoria.
La contrattazione aziendale (quella che oggi definiamo di
“secondo livello”) è
relativamente recente perché comincia a diffondersi nella
seconda metà degli
anni ‘60.
Con l'accordo del luglio del 1993 si apre poi una nuova fase
nelle relazioni
industriali, si riconosce di fatto nella contrattazione
aziendale un momento
specifico volto a cogliere miglioramenti produttivi ed
organizzativi attraverso
la partecipazione dei lavoratori, sia sul terreno redistributivo
sia su quello
delle condizioni di lavoro.
Tuttavia, i dati sembrano confermare un modesto sviluppo della
contrattazione aziendale con contenuti “genuinamente” collegati
ai parametri
di produttività, efficienza, redditività a fronte di un livello
centrale che
continua a confermarsi prevalente.
L’esiguità di questo risultato trova, però, agevolmente
spiegazione: il secondo
livello dovrebbe in principio essere collegato all'andamento
della produttività
(in base a parametri stabiliti azienda per azienda) e può solo
incrementare il
salario rispetto ai minimi nazionali.
Il contratto nazionale di categoria continua, però, ad avere un
peso eccessivo
tanto nel determinare le voci della retribuzione che le parti
normative.
Agli accordi aziendali viene di conseguenza lasciato poco
spazio, perché
gran parte delle risorse economiche disponibili sono di fatto
“consumate”, in
maniera indifferenziata, a livello centrale.
A questo si aggiunge il fatto che la contrattazione di secondo
livello non si
sviluppa nelle piccole imprese.
L’incapacità di attuare davvero la contrattazione di secondo
livello è infatti
comune a vasti settori del nostro mondo produttivo, “spaventati”
dalla
prospettiva di spostare all’interno delle imprese, specie se
piccole, elementi di
tensione e conflittualità.
Le dinamiche della contrattazione stessa sono caratterizzate da
grande
farraginosità e da rigidità ben note agli imprenditori italiani.
È però impossibile non notare come tali rigidità abbiano effetti
deleteri per i
lavoratori stessi.
La debolezza del versante decentrato, lo scarso profilo della
contrattazione
“in azienda”, rafforzano le farraginosità della contrattazione
centralizzata.
È chiaro come lo scatto mancante, nell’ingranaggio, è dato dal
fatto che la
contrattazione di secondo livello può servire sì per aggiungere,
ma mai per
derogare.
Nel momento in cui il “minimo” nazionale diventa una soglia
anche
idealmente invalicabile, in azienda non si può ottenere che un
contratto
migliorativo.
Da imprenditori sappiamo che nulla ci fa più felici del
condividere con i
collaboratori i nostri eventuali successi.
È importante che il lavoratore si senta partecipe di tutto
quanto di buono
viene da un’azienda.
Vorrei però precisare che essere partecipe non implica
condividere
responsabilità di gestione e diventare, in forma intermediata
dai sindacati,
azionista di un’impresa.
Pensare che vi siano livelli di responsabilità differenti e non
sovrapponibili
all’interno dell’azienda e che questi vadano rispettati non
significa prendere
una scorciatoia conservatrice o rifiutarsi di premiare chi
merita.
Al contrario, è naturale che un imprenditore premi chi ha reso
possibile il
successo delle sue intuizioni, è naturale perché la crescita
alimenta
l’entusiasmo e l’entusiasmo non ha senso e addirittura proprio
“non c’è”, non
può esistere, se non è un entusiasmo condiviso.
Esistono imprenditori miopi, ma sappiamo bene che la miopia
imprenditoriale
produce un solo esito: il fallimento.
Chi non riesce a valorizzare i propri collaboratori finisce da
solo per perdere
occasioni, si condanna a lavorare con persone comprensibilmente
demotivate, poco inclini a condividere le prospettive di
un’avventura al
rilancio.
Se, come ci hanno insegnato i moderni teorici dell’impresa (da
Joseph
Schumpeter a Israel Kirzner), l’imprenditore è uno “scopritore”
di opportunità,
l’imprenditore miope si condanna a guardare il mondo nello
specchietto
retrovisore. Ma che opportunità imprenditoriali ci sono nel
passato?
È evidente, chiaro, naturale, che l’impresa che ha successo è
spinta a
condividere i propri risultati con chi contribuisce, giorno dopo
giorno, a farla
grande. Ed è questo fatto “naturale” che espone gli accordi del
’93 ad una
critica, forse ingenerosa, ma comunque contenente un fondo di
verità.
Perché normare, perché incentivare ciò che può naturalmente
avvenire e
verificarsi in condizioni di mercato? Soprattutto, perché negare
che la
partecipazione alle opportunità debba sottendere una
partecipazione, invece,
ai rischi?
C’è una costante nelle relazioni che premiano il merito.
È la possibilità di scommettere su se stessi, per migliorare o,
al limite, anche
peggiorare.
Non c’è “merito” col paracadute.
Non si può ottenere la lode se non si accetta la possibilità di
scivolare indietro
nella scala dei voti.
Ogni vittoria ammette l’evenienza della sconfitta.
Se guardiamo invece al resto del mondo, vediamo che in economie
più libere
della nostra nascono con grande frequenza (e muoiono, talora,
altrettanto
frequentemente) nuove imprese, i cui fondatori spesso sono
armati di un
capitale soltanto: le proprie idee.
Se è vero che la difficoltà dell’accesso al credito e la
centralizzazione sulle
banche del nostro sistema finanziario ci fanno sentire lontane
le tante Silicon
Valley del mondo, è altrettanto vero che pure in Italia sono
passati i tempi in
cui il capitale era tranquillamente assimilabile alla rendita
fondiaria.
Risulta obsoleta la distinzione fra capitale e lavoro come un
blocco scolpito
nel marmo.
La nostra società, molto più mobile, insieme alla crescente
terziarizzazione
dell’economia, contribuisce invece a rendere tale separazione
molto più
porosa.
La “società della conoscenza” non salta i lavoratori come
fossero un ostacolo:
essi ne sono parte integrante.
Ma allora, è ancora possibile guardare il mondo con le stesse
lenti che ci
permettevano di mettere a fuoco i contorni della società uscita
dalla
rivoluzione industriale?
Adottando una prospettiva tanto realistica da sconfinare nel
cinismo, sarebbe
facile ricondurre la persistenza di questo modello di relazioni
industriali alla
mutua convenienza delle parti sociali di giustificare, con la
negoziazione
centralizzata, la ragione stessa della propria esistenza.
Non è possibile ridurre il senso del nostro essere qui insieme,
dell’esperienza
comune di essere imprenditori iscritti ad una associazione
imprenditoriale, a
questa ambizione di difesa dello status quo. E sarebbe
altrettanto ingeneroso
leggere in questi termini anche l’esperienza del sindacato, di
chi ne fa parte,
di chi ne anima le battaglie.
È del tutto evidente che le parti sociali si aggregano attorno a
interessi
comuni.
Nel contempo, non credo che davvero l’attenzione all’interesse
immediato
spenga così inevitabilmente la nostra capacità di pensare un
futuro migliore
per il Paese: vale per i sindacati come per i rappresentanti
dell’impresa.
Inoltre, la pluralità degli interessi in gioco costringe anche
chi li rappresenta
ad un meccanismo, quello del dialogo e del confronto, che per
definizione
esclude che le posizioni di arrivo combacino perfettamente con
quelle di
partenza.
Sappiamo bene che il “gioco delle parti” è assai meno scontato
di quanto non
si potrebbe immaginare.
Quello che però possiamo dire è che, sicuramente, la prospettiva
del
cambiamento coinvolge anche le parti sociali. Se cambiano le
regole, muta
anche il modo di giocare. Da questo punto di vista, credo sia
opportuno
esercitare, in questi giorni, un po’ di fantasia e “pensare” a
come saremo di
qui ad alcuni anni.
Non è sicuramente un problema che ci riguarderà domani e neppure
dopodomani, ma penso sia importante ribadire che abbiamo bisogno
di un
“salto” culturale.
La prima sfida che ci attende è dare al secondo livello di
contrattazione
sempre più spazio.
Questo significa in prima battuta insistere per attribuire al
contratto nazionale
il compito di operare - secondo i principi della dottrina
tedesca - come un
“mantello” che dà copertura per le garanzie minime. È
comprensibile e
appropriato, in questa fase, che resti alla contrattazione
nazionale stabilire
dei minimi tabellari. Lo è di meno la pervasività delle
prescrizioni negoziate a
livello centrale.
In qualche maniera, se si vuole che si faccia più contrattazione
di secondo
livello, bisogna incentivarla limitando quella di primo.
La contrattazione nazionale deve essere esclusivamente “di
garanzia”,
lasciando al rapporto fra lavoratori e impresa, a livello
aziendale, la
definizione della più ampia sfera possibile di condizioni
contrattuali.
I limiti di oggi, le opportunità di domani
È senza dubbio vero che la leva fiscale può svolgere un ruolo
fondamentale
e dovrebbe premiare quanto più possibile la negoziazione
decentrata,
incentivando così una innovazione contrattuale che porti ad
agire sulle
componenti variabili del salario per rilanciare la produttività.
Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nelle sue
recenti
Considerazioni Finali presentate il 31 maggio scorso, ha
chiaramente indicato
come l’alleggerimento del prelievo sulle parti della
retribuzione più connesse
con la produttività può avere su questa effetti positivi,
incentivando la
contrattazione salariale a premiare gli aumenti di efficienza.
Due le direzioni di ragionamento che dobbiamo quindi esaminare.
La prima attiene la necessità di una riduzione delle imposte
che, a
prescindere, produce effetti positivi sulla produttività, così
come, del resto,
sui consumi.
Uno studio realizzato ad inizio anno da tre economisti della
Banca d’Italia
(Lorenzo Forni, Libero Monteforte e Luca Sessa, su “Effetti di
equilibrio
economico generale della politica fiscale: stime per l’area
euro”) ha, infatti,
esaminato gli effetti macroeconomici di politiche fiscali a
portata di mano dei
nostri governi, nel medio - breve periodo.
La conclusione può apparire scontata, ma merita di essere
segnalata: la
riduzione delle aliquote fiscali produce impulsi espansivi più
persistenti
rispetto a quelli indotti da aumenti di spesa.
La riduzione delle tasse sul lavoro favorisce anche gli
investimenti.
Nell’insieme, gli effetti espansivi sulla produttività,
conseguenti a riduzioni
delle aliquote fiscali, risultano più persistenti rispetto a
quelli degli aumenti di
spesa.
Cito questo lavoro perché mi sembra che segnali al Governo un
fatto
importante, cioè che la doverosa riduzione della fiscalità sul
lavoro non può
essere finanziata con l’aumento del prelievo su altri fronti, ma
deve essere
finanziata con un taglio alla spesa corrente.
Ne va della stessa efficacia degli interventi auspicati dal
Ministro Sacconi, e
con lui da tanti altri.
Tagliare le imposte sul lavoro è importante e utile, soprattutto
se fa parte di
una strategia generale di riduzione della fiscalità. Perché non
è limitando il
prelievo soltanto su un versante che si potrà ottenere l’effetto
volano che ci si
attende comunemente da una riduzione fiscale.
È difficile dimenticare, infatti, l’importanza che i tagli
fiscali hanno dal punto di
vista anche meramente “psicologico”.
Se gli italiani vedessero le tasse scendere, da una parte, ma
risalire dall’altra,
ne deriverebbe, invece, un senso di smarrimento, come se fossero
stati
ingannati.
Non è privo di significato che il premio Nobel per l’economia
Edward Prescott
abbia individuato, come provvedimenti più urgenti per rilanciare
la
competitività italiana, due leve: la riforma del mercato del
lavoro e la riduzione
delle tasse.
La prima ha già trovato un buon grado di realizzazione; sulla
seconda il
Governo si è incamminato nella giusta direzione con i
provvedimenti appena
approvati sulla detassazione dei premi e degli straordinari.
In seconda battuta, vorrei collegare il tema della riduzione
della fiscalità sul
lavoro e del superamento di certe rigidità nella contrattazione
a due livelli, al
tema complessivo della semplificazione del Paese.
Negli ultimi anni vi sono state riforme molto positive, sul
fronte del rapporto
fra imprese e lavoratori, ma ve ne sono state anche di negative,
che hanno
sommato nuovi vincoli ai vincoli già esistenti, che hanno
aggiunto complessità
al rapporto fra datori di lavoro e dipendenti.
Gli esempi non sono difficili da trovare.
All’interno della riforma in materia di dimissioni, il paradosso
dell’obbligo del
lavoratore che intenda dimettersi ad utilizzare un apposito
modulo (numerato
progressivamente, datato e di durata limitata a quindici giorni)
disponibile sul
sito del Ministero del Lavoro, rilasciato o vidimato da uno dei
soggetti abilitati
all’invio telematico. Le dimissioni comunicate verbalmente o
anche mediante
atto scritto diverso da quello imposto dalla legge sono
considerate nulle.
Che cosa succede se il lavoratore o collaboratore si rifiuta di
utilizzare il
modulo? Quale condotta dobbiamo tenere, come imprenditori?
Non possiamo nemmeno dimenticare la fretta con cui il precedente
Governo
ha licenziato il “Testo unico” sulla sicurezza sul luogo di
lavoro.
Nessuno di noi è insensibile innanzi alla tragedia rappresentata
dalle morti
bianche e vorrei dire a qualsiasi incidente sul lavoro.
Ciò non toglie che Confindustria abbia dovuto rappresentare, sin
dall’inizio,
una posizione critica, condivisa dalle altre associazioni datoriali e del lavoro
autonomo.
Chi fa impresa in Italia sa quanto sia difficile dare completa
applicazione a
prescrizioni di legge sempre più minuziose, contraddittorie,
incomplete,
vaghe, non coordinate. Come al solito, in Italia, l’eccessiva
complessità di
norme tanto barocche prelude a una situazione nella quale la
volontà e la
capacità di farle rispettare latitano.
Rendere ancora più complesse e difficili da rispettare le norme
che
presidiano la sicurezza sul lavoro impone costi crescenti agli
imprenditori che
già seguono il dettato della legge facendo propria la “cultura
della sicurezza”,
mentre non sfiora neppure chi dell’illegalità fa una prassi,
perché questa
cultura non gli appartiene.
La condivisione dei principi con cui garantiamo la sicurezza sul
lavoro è un
valore in sé: perché le morti bianche, quando si verificano,
rappresentano un
fallimento per lo Stato, per la cultura d’impresa e per il
sindacato.
Un fallimento dello Stato perché le sue leggi restano lettera
morta.
Un fallimento della cultura d’impresa perché essa non esiste,
laddove non c’è
rispetto per il lavoratore.
Un fallimento dei sindacati perché non riescono a garantire ai
propri associati
il più fondamentale dei diritti: quello a lavorare senza temere
per la propria
incolumità.
Non è certo elencando un cahier de doléances che penso si
possano trovare
delle risposte, né considero le altre parti sociali, o la classe
politica,
responsabili esclusivi di tutto questo aumento delle rigidità,
in un’epoca che,
come abbiamo più volte detto, non lo consente.
Credo però che non sia possibile un autentico cambiamento delle
relazioni
industriali a prescindere da una semplificazione complessiva dei
rapporti di
lavoro.
Una maggiore enfasi sul secondo livello della contrattazione può
rappresentare, per le aziende, un’opportunità, ma allo stesso
tempo un
onere.
Portare, seppure su base volontaria, la contrattazione in
azienda è una
prospettiva che allarma gli imprenditori, abituati a demandare
quel compito
alle proprie associazioni.
Questo fatto va bilanciato con uno snellimento, con una
lubrificazione delle
relazioni industriali. Dobbiamo investire di più sul secondo
livello di
contrattazione, perché è lì che si può incidere per premiare
davvero il merito
e per incentivare la creazione di ricchezza. Ma per farlo con
efficacia
dobbiamo avere meno preoccupazioni.
La legge deve farci venire meno mal di testa, lasciarci più
liberi di pensare a
come accordarci coi nostri dipendenti.
La crescita dimensionale dovrebbe essere un obiettivo anche per
le piccole
imprese, invece troppo spesso finisce per essere un’opportunità
che si rifiuta,
perché diventando più grandi si finirebbe per subire oneri
normativi troppo
pesanti, che un imprenditore cerca, fino a quando può, di
evitare.
Come giustamente richiamava il Presidente Marcegaglia nella sua
relazione
dell’Assemblea del 22 maggio scorso, non basta rivedere solo la
contrattazione ma servono nuove regole nel mercato del lavoro e
nel welfare.
Ciò che deve essere garantito non è un posto di lavoro, bensì
reddito e
formazione adeguati, investendo su modelli di flexicurity attivi
e moderni.
Da qualche parte, quindi, bisogna pur cominciare a dare un
segnale.
La semplificazione è la grande sfida della politica italiana, a
tutti i livelli: nella
regolamentazione, nella Pubblica Amministrazione, nel fisco.
Le relazioni industriali offrono uno straordinario banco di
prova a chi voglia
semplificare la vita degli italiani che lavorano, e spero sia
un’occasione che
questo nuovo Governo non desideri perdere.
Ripensare il contratto: uno, nessuno e centomila
Come ho chiarito sin dall’inizio, la riflessione di oggi non
vuole essere
l’occasione di un’altra incursione in quel territorio ricco di
sfide e opportunità,
ma inevitabilmente anche di compromessi, che è la soluzione
“politica” dei
problemi dell’oggi.
Se posso fare un’esortazione anche ai sindacati e agli esponenti
del Governo
e dell’opposizione che oggi sono con noi, li pregherei davvero
di parlarci non
solo dell’Italia di qui a sei mesi, ma dell’Italia del 2020, di
un Paese che avrà
già scavalcato le insidie che ora ci atterriscono e avrà saputo
ripensarsi.
È nell’esame dei modi possibili in cui cambieremo noi stessi,
che dovrebbe
risiedere il valore di iniziative come questa.
Siamo Giovani Imprenditori e il dato anagrafico implica tante
cose, non ultima
una vocazione alla speranza, senza dimenticare, però, una
esigenza di
concretezza.
Finora, ho voluto portare la vostra attenzione su due questioni.
Da una parte, la necessità di una contrattazione di secondo
livello che non
sia solo “di secondo livello”, ma anche a pieno titolo
“contrattazione”.
La questione è quella di una condivisione di destino, fra
lavoratori e imprese.
Dall’altra, ho cercato di sottolineare come le relazioni
industriali vadano non
solo aggiornate ma anche “fluidificate”.
Da questo punto di vista il quadro non mi sembra esaltante.
Gli ultimi anni ci hanno regalato miglioramenti, ma anche
peggioramenti. Si è
semplificato, ma anche complicato.
Ogni volta che l’operare degli imprenditori si scontra con nuovi
obblighi, i costi
per le imprese salgono.
Se i costi per le imprese salgono, significa che esse sono in
grado di offrire
meno lavoro e meno opportunità. L’utilizzo della legge per
“raddrizzare i
problemi” ne crea di nuovi.
Da ultimo, vorrei sollecitare chi interverrà dopo di me con un
dubbio radicale,
con una provocazione culturale.
Siamo davvero sicuri che il futuro non vada nella direzione, non
solo di
un’esaltazione del secondo livello di contrattazione, ma di un
recupero della
dimensione individuale del rapporto contrattuale?
Il “premio” al merito passa inevitabilmente da una dimensione
più vicina
all’impresa.
È l’essenza di un rapporto che si sostanzia nella cura dei
talenti, magari
diversi da quelli premiati in passato, ma è anche la direzione
nella quale non
possiamo non muoverci, se desideriamo avere una forza lavoro di
sempre
migliore qualità.
Se vogliamo, per intenderci, frenare la “fuga dei cervelli” e
tenerci in Italia le
menti migliori con cui lavorare dobbiamo premiare in maniera più
massiccia le
competenze e la voglia di acquisirle. La flessibilità intesa
come flessibilità
positiva. La dedizione all’impresa e il desiderio di fare.
Per farlo, il contratto dovrebbe allora essere sempre meno
“collettivo” e
sempre più “tailor made”, fatto su misura, tagliato attorno al
singolo individuo.
Perché se le condizioni di impiego possono essere quelle per
tutta una
categoria, le caratteristiche che ho citato sono peculiarmente
individuali.
Vorrei guardare ancora più avanti, però, aggiungendo un elemento
di
prospettiva.
Le attuali relazioni di politica industriale, in Italia come nel
resto d’Europa,
sono figlie di un’epoca che ha visto declinare il contratto
propriamente inteso,
insieme all’autonomia negoziale, alla libertà d’impresa, alle
logiche di
mercato.
È nell’epoca della programmazione economica che la facoltà degli
imprenditori e dei lavoratori di stipulare in piena indipendenza
i propri contratti
declina, lasciando il posto ad una “contrattazione” collettiva.
Ancora oggi la durata del contratto, le condizioni retributive e
gli altri elementi
che vanno a costituire l’ossatura del rapporto tra l’azienda ed
il suo capitale
umano sono sottratti alle decisioni dei protagonisti, ai quali
viene lasciato uno
spazio di autonomia molto marginale.
Tornare al “contratto” significa, allora, superare questo
modello triadico fatto
di sindacati, associazioni delle imprese e Governo, per ridare a
ogni singolo
soggetto il pieno controllo del proprio lavoro e della propria
esistenza.
Un tale cambio di prospettiva risponde all’esigenza di rendere
davvero
“maggiorenne” il diritto del lavoro, giacché esso deve
contemplare norme che
regolano un rapporto fra adulti, per quanto ad alcuni di questi
venga
riconosciuto uno spazio di relativa debolezza.
Queste considerazioni valgono ovviamente per una larga parte
della
legislazione sul lavoro, ma anche per i contratti collettivi.
Il sistema che abbiamo prospettato, con una contrattazione di
secondo livello
che diventa fondamentale e preponderante, contribuisce ad
ovviare a questi
problemi.
Ma credo vada ammesso comunque che è impossibile confezionare un
medesimo vestito per persone di taglia diversa.
Fuori di metafora, il contratto collettivo viene da un’epoca
dominata da
logiche impersonali e segnata dal trionfo di standard
convenzionali.
Nei decenni scorsi era diffusa l’idea che impiegati e operai
avessero
preferenze, esigenze e bisogni perfettamente analoghi e
definibili in anticipo.
La cultura della massificazione aveva prodotto una crescente
regolazione di
ogni ambito dell’esistenza e, tra le altre cose, anche questa
utopia di un unico
contratto collettivo nazionale.
Per di più, l’economia insegna che la possibilità di avere buone
condizioni
contrattuali dipende essenzialmente dalla domanda, dalla
situazione generale
del mercato e dalla condizione particolare di chi offre agli
altri il proprio
lavoro.
Da ultimo, nel momento in cui limita l’area delle opzioni
disponibili per le
imprese e per i dipendenti, la contrattazione collettiva
distrugge opportunità.
Impedendo un libero accordo, questo sistema di normazione
corporativa
ostacola la stipula di contratti; e poiché ogni contratto (come
ogni scambio) è
per definizione produttivo di benessere per quanti lo
sottoscrivono
liberamente, questa congerie di norme si rende responsabile
dell’impoverimento complessivo della società.
Restituire libertà d’iniziativa ai singoli imprenditori e
lavoratori, senza
distinzione, significa riconquistare spazi sottratti per troppo
tempo alla sfera
dell’autonomia della persona e quindi riguadagnare concrete ed
effettive
libertà dei singoli.
Questo implica anche il superamento di una logica sottilmente
autoritaria che
con il pretesto di “fare il nostro bene”, finisce per costruire
un sistema
amministrativo che grava su di noi decidendo al nostro posto e
questo vale
per lavoratori e imprese allo stesso modo.
Questa restituzione di autonomia negoziale può esaltare il
contributo dei
lavoratori alle imprese, dare la possibilità agli imprenditori
di premiare
davvero il merito e le competenze, rendere più fluido e agibile
tutto il sistema
delle relazioni industriali.
Ritengo che quello che stiamo presentando sia un “salto
quantico” rispetto al
mondo attuale delle relazioni industriali, poiché ciò che
vogliamo indicare
come Giovani Imprenditori, in ossequio alla nostra tradizione,
non è una
politica, bensì una prospettiva culturale.
Qualsiasi passo in avanti in quella direzione sarà il benvenuto.
Qualsiasi contributo alla discussione sarà parimenti ben
accetto.
La sfida di ripensarsi alla luce di un mondo che cambia, lo
sappiamo bene, è
trasversale.
Solo un Paese sclerotizzato, solo un Paese perduto, rifiuta a
priori di
evolversi.
Solo una società fortemente radicata nel passato e incapace di
guardare al
futuro non accetta una sfida che sarebbe ipocrita non giocare.
Una sfida, forse una scommessa: perché è nella sfida che sta la
voglia e
nella scommessa il coraggio per cambiare questo mondo.
E come dice il drammaturgo irlandese George Bernard Shaw “le
persone che
riescono in questo mondo sono quelle che vanno alla ricerca
delle condizioni
che desiderano, e se non le trovano le creano”.