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«Basta contratto
collettivo», i padroni d'ora in poi lo
vogliono individuale
Da Santa Margherita
Ligure la ricetta dei giovani
imprenditori: massima flessibilità e
gabbie salariali. Plauso da governo e Pd
Sara Farolfi
INVIATA A SANTA
MARGHERITA LIGURE
Un contratto sempre
meno collettivo e sempre più «taylor
made», tagliato e cucito attorno al
singolo individuo. A tanto arriva il
«salto quantico», la «prospettiva
culturale», il «dubbio radicale»
lanciato ieri da Federica Guidi,
presidenta dei giovani industriali, in
apertura del consueto meeting preestivo
a Santa Margherita Ligure. Ma la platea
non sembra voler raccogliere la
provocazione. Pragmaticamente
consapevoli che ogni cosa ha il suo
tempo, gli industriali plaudono ai primi
provvedimenti del governo (che in questa
direzione procedono spediti), e «più
realisticamente» convergono sulla
necessità di una differenziazione
salariale tra nord e sud del paese.
Mentre da Bergamo, dove è riunito lo
stato maggiore di Confindustria, Emma
Marcegaglia detta le prime condizioni
alla trattativa con i sindacati che si
apre martedì: «Firmeremo solo con un
legame stringente tra aumento dei salari
e produttività (ma sia chiaro che quello
aziendale non può diventare un ulteriore
salario fisso) e con la previsione di
sanzioni per quei contratti siglati
fuori dalle regole».
Il post ideologico diventa il massimo dell'ideologia, ormai non è una novità. Il «vecchio» spacciato a buon mercato come «nuovo»: l'impresa, ripulita delle obsolete contrapposizioni di interessi, come centro regolatore della società («la distinzione tra capitale e lavoro risulta obsoleta come un blocco di marmo»). Non uno straccio di autoriflessione, nell'intervento di Guidi. La relazione del direttore del centro studi di Confindustria qualcosa dice in materia di produttività: in Italia l'investimento in ricerca e sviluppo delle imprese private è pari allo 0,4% del Pil (risultato che, in classifica, ci vede sopra solo alla Grecia e al Portogallo). Ma nell'intervento di Guidi due sono le strade per supplire alle vecchie scorciatoie non più praticabili (svalutazioni della moneta, competizione a basso costo e via dicendo): relazioni industriali riformulate («uno, nessuno, centomila» contratti) e la riduzione della aliquote fiscali («che produce impulsi espansivi più persistenti di quelli indotti da aumenti di spesa»). Per il contraddittorio bisognerà aspettare oggi. Inutilmente ieri ha tentato la «domanda scomoda» il moderatore del dibattito, Gad Lerner: ma siamo sicuri che in questa prospettiva non ci sia qualcuno che rischia di perdere? Nessuno risponde. «No ai contratti individuali, sì alla differenziazione territoriale delle retribuzioni», dicono, tra gli altri, Alessandro Profumo (ad Unicredit) e Ivanhoe Lo Bello (presidente Confindustria Sicilia). L'unico a tirare in ballo l'articolo 18 è Pietro Ichino, deputato Pd (ma d'altro canto, lo dice lui stesso, «la distinzione tra destra e sinistra non c'è più»). L'unico a raccogliere il «salto quantico» proposto da Guidi è Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Marco Biagi. Ma lo show spetta al ministro Brunetta che chiede di potere recitare «una doppia parte in commedia». «Non esiste un modello contrattuale efficiente sempre e una volta per tutte», e qui parla il professore Brunetta che chiede un unico modello contrattuale tra pubblico e privato, e lancia lo «shopping contrattuale». Ridisegna poi il conflitto di classe, «non più tra capitale e lavoro, ma tra buon capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia». Nelle vesti di ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche nel pubblico. |