Un contributo alla discussione a cura di Sergio Casanova

 

PER UN’ ANALISI DELLA CGIL.

PREMESSA: per evitare obiezioni fuorvianti, premetto di essere consapevole del peso enorme dell’azione della classe dominante e dei mutamenti strutturali del modo di produzione capitalistico e dell’organizzazione del lavoro sui rapporti di forza tra le classi e sulla cultura di massa. Si tratta delle cd. cause oggettive del fenomeno. Tuttavia il mio ragionamento prescinde da esse. Infatti, in questo contributo mi limito a cercare di verificare quanto un soggetto che, come la CGIL, avrebbe, per definizione e per la sua storia, dovuto agire per contrastare la crescita del potere (del Comando!) del Capitale, abbia invece agito, negli ultimi 30 anni, a suo favore e contro gli interessi del Lavoro. Mi riferisco dunque alle cause soggettive del fenomeno.

A) UN LUNGO ELENCO DI FATTI

Dal 1977 i sindacati confederali (spesso, d’ora in avanti, farò riferimento solo alla CGIL, dato che si tratta dell’organizzazione su cui verte questa analisi) hanno lavorato per ridurre il potere d’acquisto dei salari globalmente intesi (salario diretto, salario differito, servizi sociali), agendo o direttamente per ridurne il valore reale o, indirettamente, per ridurre i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori (d’ora in avanti scrivo solo lavoratori), coi seguenti accordi “a perdere[ Va da sé che, sempre, la CGIL ha sostenuto e sostiene che le scelte fatte sono o saranno vantaggiose, o nell’immediato o nel prossimo futuro, per i lavoratori! Ciò sottopone, da 30 anni, i lavoratori ad un sistematico smantellamento della coscienza dei propri interessi e, quindi, di sé in quanto classe ] :

1977- eliminazione della “contingenza” (per i giovani: era la parte del salario attribuibile alla scala mobile, cioè al suo adeguamento all’aumento del costo della vita)  ai fini del calcolo delle “liquidazioni” (oggi TFR. Modo di calcolo: una mensilità media lorda relativa all’ultimo anno di lavoro x numero anni di lavoro). Le avrebbe dimezzate, visto che la contingenza rappresentava circa la metà del salario in busta paga. Gli effetti dell’accordo interconfederale che la prevedeva furono vanificati da un referendum di DP, che costrinse a riformulare una legge che aboliva quel taglio e preservava, sostanzialmente, il diritto alla liquidazione. 2) 1978- La “linea dell’EUR”, pietra miliare nella “svolta” dei sindacati nella direzione dell’accettazione dei principi economici neoliberisti; vi tornerò nel prossimo paragrafo. 3) 1978- promozione da parte di Lama della cd. “legge per l’occupazione giovanile”, con la quale, per la prima volta, si estendevano le possibilità di ricorso al contratto a tempo determinato, oltre i casi tassativamente previsti dalla legge del 1962. 4) 1981- prima accettazione ufficiale della bontà della politica dei redditi.  5) 1983- primo taglio alla scala mobile, il cui potere di recupero dell’inflazione viene ridotto del 25%. 6) 1984- introduzione dei contratti di formazione-lavoro, con notevole estensione della diffusione dei contratti a termine.  6) 1986- secondo taglio alla scala mobile: un’altra riduzione del 25% e sua semestralizzazione.; 7) 1990- legge sulla limitazione all’esercizio del diritto di sciopero, auspicata dai sindacati e preceduta da una sua autolimitazione;  8) 1992- sostegno alla Finanziaria lacrime e sangue di Amato, accreditando anche la falsa qualifica di imposte patrimoniali alla tassazione sulla casa (allora ISI, poi ICI) e sui conti correnti bancari (entrambe “patrimoniali alla rovescia” in quanto colpivano proporzionalmente di più i possessori di piccoli “patrimoni” (la casa di abitazione e i piccoli risparmi); 9) 1992- sostegno alla prima controriforma delle pensioni;  10) 1992- appoggio ai “decreti Bassanini” sul P.I. ( proprio lui! L’attuale consulente di Sarkozy per la “modernizzazione” del pubblico impiego); 11) 1992- abolizione della scala mobile. 12) 1993- via libera alla “politica dei redditi” e alla “flessibilità”.  13) 1995 – fattiva collaborazione all’organica controriforma Dini delle pensioni (sistema contributivo, lancio del “secondo pilastro” privato delle pensioni, con finanziamento a carico del TFR);  14) 1996- il cd. “patto per il lavoro”, vero e proprio “statuto” della precarietà; 15) 1998- il “patto di Natale”, detto così per la data della sua stipulazione e per le ulteriori regalie ( natalizie! ) a favore delle imprese; 16) 1999- connivenza sull’introduzione del “patto di stabilità interna” e, quindi, con la programmatica riduzione della spesa per i servizi da parte degli enti locali; 17) 1999- richiesta  ufficiale a D’Alema, presidente del consiglio, dell’estensione del lavoro interinale. Esso, per l’intervento del PRC, era limitato ai lavoratori di qualifica almeno pari alla quinta ed era vietato in agricoltura e nell’edilizia. Grazie all’intervento dei sindacati confederali, fu esteso fino al secondo livello contrattuale e all’agricoltura ed edilizia: quindi ai lavoratori contrattualmente più deboli e non qualificati e ai settori economici più aggredibili dai fenomeni di “caporalato”.  18) 2006- forte campagna a favore della Finanziaria 2007, caratterizzata da un’invereconda azione di disinformazione su una inesistente grande redistribuzione attuata attraverso IRPEF, mentre : 1) non si tornava neppure alla situazione precedente Berlusconi, che, allora, vedeva fortemente critico il PRC! Infatti, nella Finanziaria 2001 (col PRC all’opposizione e critico perché la manovra non era sufficientemente redistributiva!) la redistribuzione attraverso l’IRPEF alle famiglie fu di 15.200 miliardi di £ pari a circa 7,5 mld. di €., mentre in Finanziaria 2007 la redistribuzione alle famiglie è stata di 4 miliardi, compresi gli assegni familiari (1,7 mld.). L’aliquota minima 2001 era al 18% e nel 2007 al 23% (introdotta da Berlusconi e di cui nessuno ha chiesto la riduzione!!); 2) si attuava un ulteriore aumento della regressività complessiva che caratterizza il nostro sistema tributario (aumento dei contributi previdenziali versati dai lavoratori, aumento delle addizionali IRPEF, aumento dell’ICI, riduzione imposte sui profitti [IRAP, meno 6 mld.!], introduzione di tickets sanitari, aumento occulto dell’IVA a seguito del forte aumento dei derivati petrolio); 3) la redistribuzione dovrebbe avvenire soprattutto attraverso la spesa sociale, che invece veniva pesantemente ridotta. (sanità, EELL, scuola).  19) 2007-  tentato esproprio del TFR (…a volte ritornano!), col quale si mette in gioco il futuro dei giovani eliminando il loro diritto al TFR e sostituendolo con una semplice, e non fondata su nulla di certo, speranza, affidata addirittura alle sorti della finanza internazionale. La Cgil sostiene che ci sono garanzie ed è assolutamente falso. Al contrario di quanto viene detto, neppure i fondi “chiusi” o “negoziali” possono dare garanzie sul rendimento. Il comma 9 dell’art. 8 del Dlgs. 252/2005, stabilisce (come forma massima di tutela) “…l’investimento [dei TFR]  nella linea a contenuto più prudenziale, tale da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili…al tasso di rivalutazione del TFR”. L’unica garanzia reale è, dunque, un investimento il meno rischioso possibile, mentre nessuno, per il futuro, può garantire la restituzione del capitale rivalutato, come pure viene affermato, in spregio alle logiche di mercato. Ma hanno il loro interesse: del 40% dell’ammontare del TFR che, finora, è affluito ai Fondi pensione, gran parte è andato a Fondi cogestiti dai sindacati: su 8 mld. di € tolti al TFR, 6 vanno ad essi! Senza contare, naturalmente, gli ideologismi dei neofiti e le menzogne spudorate. Paradossalmente, solo i sindacati dicono che i lavoratori non rischiano. I padroni (vedi la guida ai Fondi pensione de “Il Sole-24 ore”) riconoscono, come è ovvio per chiunque sappia cos’è il mercato finanziario internazionale (quindi anche i dirigenti sindacali!), che si rischia di perdere e di perdere anche tutto;  20) 2007- vergognoso protocollo sul welfare, che peggiora la condizione dei precari [ se ne lascia inalterata la condizione giuridica (che resta sottoposta alla L. 30, nel 2003 attaccata dalla CGIL come una delle maggiori nefandezze di Berlusconi); se ne aggrava la condizione strutturale sul mercato del lavoro, da un lato aumentando l’età pensionabile e dall’altro incentivando il ricorso delle imprese agli straordinari; si aumentano pesantemente i contributi sociali dei più precari tra i precari (co.co.pro e co.co.co), ponendo a loro carico il 44% del finanziamento della nuova “controriforma” delle pensioni; si diminuiscono ulteriormente le pensioni future riducendo da 10 a 3 gli anni tra una “verifica” (= riduzione) e l’altra del coefficiente di trasformazione ed eliminando l’obbligo per il Ministro del Lavoro di consultare i sindacati!], diminuisce ancora le pensioni future (accelerando il processo di privatizzazione del sistema pensionistico, diminuendo dell’8% il coefficiente di trasformazione), aggiunge altri regali alle imprese (per 300 mn.)(abolizione dei contributi aggiuntivi che le imprese dovevano versare per le ore di lavoro straordinario e riduzione dei contributi pagati dalle imprese sul salario aziendale); 21) 2007- finanziaria 2008, ancora fresca nella memoria di tutti. Da notare la successiva pantomima inscenata sui salari. Pochi giorni dopo aver approvato una Finanziaria che non dava nulla ai salari e ignorava i precari, i sindacati hanno cominciato a straparlare di recuperi salariali e del fiscal-drag (che non viene restituito da molti anni!), di riduzione delle aliquote (l’accorpamento delle aliquote fatto da Visco nel 1998, che danneggiò i redditi bassi e premiò quelli alti, fu approvato dai sindacati! Il mantenimento dell’aumento dell’aliquota minima dal 18% al 23% [deciso da Berlusconi nel 2002] è stato fatto passare sotto silenzio). La sede per tutti quei provvedimenti sarebbe stata, appunto, la Finanziaria. Ma dato che in quella sede i sindacati avrebbero avuto un potere contrattuale che a gennaio non avevano più e dato che da decenni lavorano per i bassi salari, hanno agito in modo da non mettere in difficoltà il loro governo amico e, al contempo, non gravare troppo sulle tasche dei padroni e dello Stato (esso deve già dare tanti soldi ai padroni e per la guerra che non gliene possono restare per i lavoratori, per la precarietà, per i pensionati, per i servizi sociali!)…e poi moraleggiano sull’antipolitica e si sgomentano per il voto dei lavoratori alla Lega!!!; 22) 2008- lo smantellamento, in atto, del contratto nazionale di lavoro. Mancano gli aggettivi per qualificarlo.

All’elenco (forse incompleto) va aggiunto, in senso negativo, l’effetto prodotto, e spalmato su tutte le categorie dei lavoratori, appunto dai contratti di categoria, i quali (salvo per la FIOM, prima del recente accordo) hanno applicato, a volte in peggio, la linea generale in termini di “moderazione” salariale e di diritti (in questo caso, anzi, i sindacati di categoria, in genere, hanno accettato da subito la L. 30, anche quando la Confederazione vi si opponeva, almeno a parole).

In termini generali poi, da segnalare: a) l’azione di supporto alla riduzione di servizi pubblici essenziali e alla loro semiprivatizzazione. Segnalo il caso della Sanità. La CGIL è, da anni, l’alfiere della sua “razionalizzazione”. Un solo dato, relativo ai posti letto (ogni 1000 abitanti. Fonte: “Calendario Atlante De Agostani 2006”):  in Francia sono 7,8, in Germania  8,9 e in Italia 4,3. E’ noto a tutti che i sistemi sanitari francese e tedesco sono meno razionali ed efficienti di quello italiano, verso il quale non si riesce a frenare l’afflusso di malati da quei paesi! Eppure la CGIL fornisce spesso pezze d’appoggio anche alle “razionalizzazioni” (mai riduzione, ovviamente!) dei posti letto. D’altra parte esse, come il complesso dei tagli alla sanità e il suo stesso processo di privatizzazione, sono state decise in gran parte da “governi amici” che, dal 1992, hanno governato per quasi 11 anni! Sulla stessa lunghezza d’onda, i sindacati confederali hanno assecondato o, addirittura, auspicato le privatizzazioni dei vari settori produttivi, compresi quelli “strategici”, così come il ricorso “a manetta” alle esternalizzazioni dei servizi locali connesso all’assegnazione progressiva della loro gestione all’apparato del sistema delle cooperative, con esiti, oltre che di sfruttamento intensivo dei “soci”-lavoratori, persino antieconomici per i bilanci pubblici! E i processi di privatizzazionie e di esternalizzazione sono tra le cause strutturali del dilagare delle precarietà del lavoro!  b) anche la drastica, progressiva e tutt’altro che conclusa riduzione delle imposte e dei contributi per le imprese, ha riscosso il consenso della CGIL, con evidenti conseguenze ulteriormente negative per i salari in termini di redistribuzione del reddito.

Va sottolineato, infine, che, come se non bastassero la parcellizzazione del lavoro e la diversificazione estrema degli interessi immediati delle varie frazioni di lavoratori, spesso anche all’interno della stessa impresa, i sindacati hanno o cancellato o depotenziato i residui elementi unificanti tra i lavoratori: prima con l’abolizione della scala mobile, poi ponendosi l’obiettivo della scomparsa del TFR e ora con la grave limatura alla centralità del CCNL.

 

B- LE MUTAZIONI DELLA CGIL

1) LA MUTAZIONE IDEOLOGICA

A partire dal 1978 ( con una svolta sancita dal Congresso dei tre sindacati confederali svoltosi all’EUR. La “linea dell’Eur” si stabilizza definitivamente dopo la sconfitta alla FIAT del 1980) i sindacati assumono in dosi crescenti elementi dell’analisi economica neoliberista. Passano dalla politica economico-sociale dal lato della domanda (ruolo della spesa pubblica e redistribuzione a favore dei salari), che li aveva sostanzialmente caratterizzati fino ad allora, a quella dal lato dell’offerta, che tutto pone al servizio del profitto. A dispetto dei costanti richiami formali all’”autonomia sindacale”, si realizza nel tempo un perfetto parallelismo nelle assunzioni teoriche e collateralismo nell’azione concreta con le scelte del partito di riferimento ( PCI, PDS, DS. Ed è già in atto l’”effetto PD”, non solo in termini di assetti interni, ma con l’ulteriore salto qualitativo rappresentato dai contenuti del Protocollo sul welfare: “il diritto del lavoro diventa diritto commerciale, in quanto il lavoro è giuridicamente fatto merce” si diceva a proposito della L. 30. Ora pare che ciò sia  confermato anche dalla CGIL! E che dire della “riforma” del contratto nazionale di lavoro? E teniamo conto che c’è rimasto veramente poco “da cedere”!).  La progressiva assunzione teorico-pratica dell’ideologia neoliberista passa dalla subalternità alla piena condivisione a partire dagli anni ’90. Non ci si fa mancare nulla! Tutti i dogmi rifiutati fino alla metà degli anni ’70 vengono via via acquisiti: con l’Eur si fa propria l’idea dello scambio salario-occupazione, assumendo un principio economico elaborato per la prima volta a metà dell’’800 dalla scuola neoclassica, secondo il quale salari più bassi garantiscono una maggiore occupazione. Si noti che, nell’ambito delle teorie economiche elaborate a partire dalla seconda metà del ‘700, solo due scuole pongono in relazione tra loro salario ed occupazione: i neoclassici dalla seconda metà dell’’800 e i nostri amici neoliberisti. Tutte le altre teorie, anche quella dei classici (i padri del liberismo!), negano ogni relazione meccanica tra le due entità. “Sdoganato” così il neoliberismo , si assiste al diluviare dei suoi dogmi: l’assunzione del deficit pubblico come causa di (quasi) tutti i mali, l’ apprezzamento “a prescindere” per le privatizzazioni delle imprese produttive, la “razionale” condivisione (fino alla cogestione!) della concezione privatistica e aziendalistica dei servizi e, quindi, il sostegno alle esternalizzazioni. E ancora: l’assunzione dello scambio “flessibilità”-occupazione; la “presa d’atto” (e la cogestione...per garantire i lavoratori) della inevitabilità della privatizzazione della previdenza, in un quadro che assegna alla Borsa e alla Finanza un ruolo lineare e positivo per l’occupazione!!!

2) LE MUTAZIONI MATERIALI E DI RUOLO.

Nel cercare di dare un giudizio compiuto sulla CGIL, non credo si possano continuare a ignorare gli elementi inquietanti riguardo il suo ruolo complessivo come enorme entità burocratizzata sempre più sbilanciata su "impegni" non sindacali. Due considerazioni relative ad “effetti collaterali”.

L'affare dei CAF, e di tutti gli altri servizi ai cittadini gestiti con entrate garantite dalle casse dello Stato, rappresenta anche un’importante forma di “reclutamento” all’organizzazione (chi si iscrive risparmia 70 €, solo per la compilazione del mod. 730) e ciò contribuisce a gonfiare, in particolare, le iscrizioni allo SPI. E quest’ultimo, vero e proprio cane da guardia della Confederazione, è sinonimo di garanzia per la conferma delle scelte della maggioranza e, contemporaneamente, di controllo sulla scelta del voto degli iscritti e sulla sua gestione, come è emerso in modo particolarmente plateale nella recente consultazione sul welfare.

La partecipazione alla gestione dei fondi pensionistici costituisce un netto salto di qualità. Attraverso le politiche concertative i sindacati partecipano anche alle decisioni generali di impostazione della politica economica. A questo livello si compiono scelte che non sono neutrali tra gli interessi della rendita finanziaria e quelli del salario. Un chiaro conflitto di interessi! Che ricadute avrà sulle sue future scelte politiche della CGIL? Se la Lega delle cooperative o l'Unipol hanno avuto un qualche peso sulle scelte e le mutazioni culturali del PCI-PDS-DS, come potrà pesare la gestione dei fondi pensione sull’evoluzione futura della CGIL? E ora il PD è interconnesso a ben più ampi interessi sul fronte bancario e della finanza!

Entrambi questi esempi ci ricordano anche che il finanziamento della CGIL trova fonti ben diverse dai contributi degli iscritti e che ciò pesa, a sua volta, sulla natura del sindacato, del quale, contemporaneamente, cresce la dimensione aziendale e l’impronta aziendalistica.

D’altra parte il peso della burocrazia non può essere ignorato quando si analizzano i comportamenti e si formulano previsioni riguardo all’evoluzione politica di qualsiasi organizzazione politica o sociale che sia. Non c’è ragione di credere che gli aspetti deteriori della burocratizzazione  risparmino proprio i sindacati! E il loro peso è cresciuto via via che nella CGIL si annacquava la vocazione conflittuale, sostituita da tempo dall’impronta concertativa e si affermava il ruolo di organizzazione rivolta alla fornitura di servizi al cittadino.

E il ruolo della burocrazia ( a partire dalla sua connaturata priorità: quella della conservazione di se stessa) è molteplice e capillare e si manifesta, in occasione di importanti scadenze, come quella della citata consultazione sul welfare, nei pesantissimi interventi sull’informazione dei lavoratori, fino alle violazioni dei principi minimi riconosciuti in qualsiasi Stato di diritto, come la propaganda e le indicazioni a senso unico sul voto fin dentro i “seggi”. O nella vita quotidiana dell’organizzazione, con l’obiettivo di rendere invivibile l’”ambiente di lavoro” ai dissenzienti. E si arriva alle recentissime “vendette” trasversali nei confronti dello stesso Segretario della FIOM, reo del “gran rifiuto” al protocollo! Sul protocollo si è rotta la conduzione “alla vasellina” che aveva caratterizzato la gestione Epifani e l’apparato si è immediatamente adeguato.

 

C- L’INTRECCIO COL COMPLESSO DI POTERE DEL PD  

La mutazione ideologica e quella materiale e di ruolo si muovono parallelamente anche al crescente peso delle “necessità” dell’agglomerato di potere di cui il partito di riferimento e la CGIL stessa sono parte integrante

La recente esperienza del “governo amico” l’ha dimostra forse anche più incardinata in quel complesso di potere di quanto fosse presumibile. Un po’ tutti  si riteneva, infatti, che si sarebbero manifestate più contraddizioni e meno linearità di quanto abbiano dimostrato i comportamenti della CGIL riguardo alla politica economico-sociale di Prodi.

E, forse, l’errata previsione dipende da una non adeguata valutazione del peso assunto dal complesso politico-economico-sociale-manipolatorio costituito da PD - sindacati confederali (non solo come collaboratori nelle scelte di politica economica, sociale e del lavoro a livello nazionale e locale, ma anche come veicoli di manipolazione di massa) - vari potentati cooperativistici ( alimentati dagli appalti pubblici di lavori e servizi alle cooperative “rosse” e a quelle bianche )- istituti bancari e assicurativi (dall’Unipol al Monte dei Paschi di Siena, alle banche di area cattolica) – associazioni di massa (dall’ARCI all’UISP, alle ACLI, all’associazionismo cattolico, alle Società di mutuo soccorso e alla loro diffusione capillare: gestiscono soldi, mano d’opera e cultura) - gestione del denaro pubblico da parte dei vari livelli istituzionali (i quali non solo gestiscono il denaro [foraggiando altri centri di potere come le cooperative, che spesso sostituiscono i servizi pubblici, o varando vere e proprie speculazioni immobiliari e/o finanziarie da parte di altri pezzi del complesso descritto, dalla Lega delle cooperative alle banche e alle assicurazioni], ma prendono anche decisioni che riguardano la manipolazione della cultura, attraverso la gestione di servizi ed enti pubblici: la scuola pubblica, a seguito dell’”autonomia finanziaria”, ha aperto le porte ai manager in veste di “formatori” degli studenti; le Province finanziano corsi di formazione al lavoro in chiave squisitamente neoliberista) – strumenti mediatici (grandi giornali e reti televisive nazionali).