Una 'rivoluzione copernicana' non impossibile
di Dino Greco - Camera del Lavoro di Brescia
Sulla situazione della sinistra politica e del sndacato
05/06/2008
L’esito del voto è così
eloquente da non lasciare margini di equivoco. Il cartello
della Sinistra Arcobaleno, unita sotto il nuovo simbolo,
raccoglie a Brescia e provincia il 2,6%, la Lega il 27,2:
dieci volte tanto. E sono, in gran parte, voti di popolo,
voti operai. Ma non è un fulmine a ciel sereno. Di eclatante
c’è l’annientamento della rappresentanza parlamentare
dell’intero arcipelago rosso-verde, ma il processo politico
è da tempo sotto gli occhi di tutti. Anche se si è fatto di
tutto per esorcizzarlo, per sovrapporre alla realtà una
comoda (ma quanto autolesionistica!) interpretazione
ideologica: quella per cui gli operai -e qui ce ne sono
tanti- non possono che stare a sinistra. Dunque, abbiamo a
che fare con un sommovimento profondo della società che ha
ridislocato parte consistente di quegli strati sociali che
la sinistra avrebbe l’ambizione di rappresentare. Oggi lo si
scopre attraverso il trauma elettorale che di quel processo
è l’espressione contabile, l’effetto, non la causa. Ma se la
crisi della sinistra ha questa dimensione, non provvisoria e
perciò non transitoria, sarebbe letale attendersi
resurrezioni a breve. Occorre scavare nelle cause profonde e
remote. Non solo in quelle estemporanee, legate alla
escogitazione veltroniana del cosiddetto ‘voto utile’,
oppure della forzosa articolazione bipolare della
rappresentanza parlamentare favorita da una legge elettorale
iper-maggioritaria, ben peggiore della legge truffa che nel
‘53 suscitò ben altra risposta nella sinistra. Tutte cose
vere. Ma una forza che si ispira al lavoro e che lì si
propone di mantenere le proprie radici non può nascondere
una ecatombe politica di queste dimensioni dietro le scelte
del PD. Non è mai prova di saggezza imboccare la scorciatoia
consolatoria e autoassolutrice di attribuire ad altri la
propria crisi di consenso. Se si indugia a lungo su questo
crinale ci si consegna ad un patetico declino, davvero
irreversibile.
Bisogna allora prendere il coraggio a due mani e guardarsi
dentro. La sinistra ha per due anni condiviso un’esperienza
di governo nella quale l’emergenza salariale, la lotta alla
precarietà, lo stato crescente di vera e propria indigenza
di estese masse non hanno avuto alcuna seria, percepibile
risposta. La sinistra è apparsa ininfluente e persino
grottescamente irridente quando qualche suo esponente si
affannava a dire che ‘anche i ricchi piangono’ e che ’stiamo
cambiando l’Italia’, mentre nessuno se ne accorgeva. Il
sindacato ha poi fatto la sua parte, congelando il conflitto
e sottoscrivendo un accordo (quello su welfare e dintorni)
che ha avuto sulle condizioni dei lavoratori e dei
pensionati l’effetto di un impacco caldo su una gamba di
legno.
Non basta, per rappresentare il lavoro, dire cose giuste:
sui bassi salari da aumentare, sulla precarietà da
combattere, sul welfare da ricostruire. E non si tratta di
offrire ‘prodotti’ accattivanti sul mercato della politica.
Occorre perseguire lo scopo. Occorre fare la fatica di
ri-organizzarsi nei luoghi di lavoro e di vita, nelle
fabbriche e nel territorio, dove la politica è stata
sciaguratamente espiantata. Una sinistra di opinione lascia
il tempo che trova, diventa un circolo autoreferenziale,
privo di antenne che le permettano persino di capire cosa
succede. Quando lo spazio pubblico si riduce all’esibizione
dei suoi leader nel talk show televisivo, alla messa in
scena della competizione nel teatrino mediatico, la
sinistra, fatalmente, soccombe. Perché essa o è sociale o
non è.
Qualche tempo fa, per descrivere quella che a molti appariva
una incomprensibile schizofrenia politica, usai la formula
‘leghismo rosso’, denunciando il pericolo di una metamorfosi
già in pieno dispiegamento, quella dell’operaio Cgil, magari
sindacalizzato e conflittuale, che al dunque volge il suo
voto a destra. L’ossimoro è tuttavia solo apparente e la
contraddizione non sta nella realtà, ma nell’inadeguatezza
delle nostre categorie interpretative. Quando Bossi dice che
è la Lega che rappresenta il lavoro non si riferisce ai
lavoratori come classe (alla quale noi continuiamo ad
attribuire connotati di granitica compattezza ideologica),
ma al lavoratore isolato, passivizzato nella sua
individualità, deprivato di un’identità collettiva e,
inesorabilmente, di una coerente progettualità politica.
Quando il lavoratore non ce la fa collettivamente, il suo
sguardo rincula nel particolare, il suo particolare. E mette
in atto tecniche di sopravvivenza, di pura autodifesa, anche
ai danni del proprio contiguo più debole. La sua concezione
del mondo, delle relazioni sociali diventa un impasto
eterogeneo, una sorta di sincretismo ideologico. Allora può
avvenire (ed avviene) che alla solidarietà ‘orizzontale’
(fra operaio e operaio, fra lavoratore e lavoratore) se ne
sostituisca una ‘verticale’, fra l’operaio e il suo datore
di lavoro al quale ultimo questuare qualche ora
straordinaria, necessaria per tirare avanti o per mandare il
figlio a scuola, magari contendendola al suo compagno di
linea. E magari, sempre all’unisono con il proprio padrone,
inveendo contro il fisco esoso che tartassa il reddito di
entrambi. Si forma così una nuova identità che non è più di
classe, ma solo di luogo, di etnia (presunta o reale), di
chiusura paranoica, fondata sulla paura, generatrice di
razzismo e intimamente reazionaria. Così, mentre alla
Masterplast di Cornate d’Adda muoiono un operaio di
Vimercate ed un ragazzo del Burkina Faso, uniti nella
materialità della loro condizione di lavoro e persino nella
comune drammatica fine, passa un’ideologia che li
rappresenta come nemici, antagonisti irriducibili in un
mondo nel quale si dà ad intendere che non vi sia posto per
tutti.
La risposta della sinistra, il cartello elettorale, è nata
come stato di necessità, di fronte al precipitare della
crisi di governo, delle elezioni, della scelta di rottura a
sinistra del PD, già ampiamente sperimentata durante i due
anni di compresenza al governo. Alle spalle non c’era però
quel processo di ricerca, quell’incubatoio teorico e
politico che solo potrebbe, nel tempo, dare sostanza e
realtà non effimera ad una fase costituente più ampia o
anche, più modestamente, ad un progetto federativo. Lo
testimonia il fatto che il clamoroso insuccesso elettorale
si è risolto, nel volgere di 24 ore, in una centrifuga che
ha istantaneamente dissolto quella che era stata presentata
come una marcia irreversibile. Insistervi, come se nulla
fosse, equivale ad una recidivante negazione della realtà
che è indice di un preoccupante stato confusionale. A
sinistra non c’è spazio per partiti-contenitore. O per
partiti del Capo. Eppure è proprio questo che è avvenuto. Le
‘case della sinistra’ sono rimaste il nome diverso dato a
qualche sede del PRC, mentre la cosiddetta sinistra diffusa,
senza appartenenze, si è centrifugata in un profluvio di
iniziative generose quanto inconcludenti dove ho avuto
spesso la sensazione che la questione sociale, la questione
operaia e la materialità della condizione di vita di gran
parte del popolo fossero considerate come un modo vecchio,
rétro, di affrontare le cose. Senza vedere che proprio lì
sta un punto nodale della crisi della sinistra: altri, in
modo perverso e magari fraudolento, lo fanno al posto
nostro.
Ovviamente, non ci sono, a portata di mano, ‘ricette per
l’osteria dell’avvenire’. Personalmente, diffido dei
‘costruttori di soffitte’, di coloro che sono espertissimi
nello sciogliere, nel dissolvere, senza davvero mai
costruire. Sarà che dalla Bolognina in avanti ne abbiamo
viste davvero troppe. Due cose da evitare: la scorciatoia
catartica, volontaristica verso una ‘cosa’ altra e nuova che
è tale solo perché sopprime il ceppo da cui proviene e
l’illusione che tutto si può risolvere con una semplice
riesumazione iconografica. O ai simboli corrisponde una
sostanza o divengono un feticcio utile a coprire una
sostanziale impotenza: entrambe le prospettive conducono
sullo stesso binario morto.
Più che una ricetta (magari ve ne fosse una!)
un’osservazione di metodo: ricostruire la presenza della
sinistra in tutti i luoghi della vita associata; lavorare
alla creazione di circuiti di democrazia partecipata
ostruiti o mai attivati; ricominciare a interrogare la
realtà, riconnettendosi e dando risposte, qui ed ora, ai
bisogni sociali che non possono attendere; esercitare
ovunque una pressione conflittuale sui poteri costituiti,
dismettendo l’abitudine di considerare che o sei
rappresentato nelle istituzioni o ti è preclusa ogni
agibilità politica. E lavorare nella realtà, anzi, nelle
realtà, per immersione. Senza la spocchia di chi pensa
sempre di saperne una più degli altri, ma senza mai tirarsi
indietro, senza alcuna rinunzia ad esprimere un punto di
vista, una risposta, a proporre una soluzione.
Poi c’è il sindacato. E’ di cruciale importanza l’esito del
ruvido confronto ormai maturo, dentro la Cgil. E’ piuttosto
evidente che neppure il sindacato influisce più (o sempre
meno) sulla formazione delle idee e di un’identità
collettiva dei lavoratori che pure organizza nelle sue file.
Un sindacato che interpreta il conflitto come patologia
delle relazioni sociali è destinato a rifluire dentro
un’autodistruttiva ideologia interclassista, dentro un’idea
subalterna e collaborativa, a-conflittuale dei rapporti fra
lavoro e impresa che del sindacato cambia i connotati in
quanto nega in radice una soggettività politica e culturale
del lavoro. La tendenziale trasformazione del sindacato in
un sindacato dei servizi può sì fornire (parziali) risposte
a bisogni individuali, ma compatibili con qualsiasi
concezione del mondo, dei rapporti sociali, anche i più
lontani da quella solidaristica ed egualitaria. Insomma, la
bizzarra tesi di un sindacato che gode di ottima salute
mentre i lavoratori vivono una macroscopica condizione di
marginalità economica e sociale è il segno palpabile di una
deriva burocratica che dobbiamo tentare di arrestare. Anche
in questo caso occorre agire dal basso e dall’alto. Per
reinsediare il sindacato nel territorio, riformandolo dentro
uno statuto di democrazia integrale, dove la sovranità dei
lavoratori su ogni atto negoziale diventi un imperativo
imprescindibile. Del sindacato (cominciando dalla Cgil)
occorre ripensare la ‘forma’, riarticolando la
confederazione come una rete molecolare di Camere del lavoro
comunali, una per ogni campanile, centro di annodamento e di
organizzazione delle lotte sociali, punto di intersezione
fra diritti nel lavoro e diritti di cittadinanza. Dovremo
impegnare una dura battaglia per rilanciare il ruolo
universale, solidaristico del contratto nazionale di lavoro
e, contemporaneamente, per reinventare una contrattazione
articolata che unifichi tutti i lavoratori in ogni sito
produttivo e lungo la filiera che concorre alla generazione
del prodotto. Fare tutto ciò equivale ad una ‘rivoluzione
copernicana’, difficile, perché controcorrente, ma non
impossibile.