Epifani: «Non siamo a un congresso». Ma le sinistre sono unite

L'emendamento della Fiom - Aumento reale dei salari, diritto al referendum

Partecipazione all'impresa? Per la Cgil non è un tabù

 

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Epifani: «Non siamo a un congresso». Ma le sinistre sono unite

Il segretario Cgil alle minoranze: «Si decide una volta per tutte, e dopo non possiamo dividerci». Ma Fiom, «Lavoro Società» e Rete 28 aprile non seguono la maggioranza
Antonio Sciotto
Roma

 
Il terzo e ultimo giorno della Conferenza di organizzazione è quello in cui si tirano le fila: e il segretario Guglielmo Epifani fa una relazione molto articolata, in cui tenta di offrire una risposta ai quesiti avanzati dalle minoranze, ma più in particolare all'intervento del segretario generale Fiom Gianni Rinaldini. Epifani non aggira gli ostacoli, anche se su alcuni punti - come ad esempio il nuovo rapporto tra «capitale e lavoro» - non riesce a offrire la risposta netta chiesta in partenza: siamo «conflittuali», come intende la Fiom, o «collaborativi», come preferiscono - con diverse sfumature - Bonanni, Marcegaglia, Sacconi? Ma sull'obiettivo «di medio termine» che Epifani si è dato, ovvero la chiusura sul modello contrattuale con le imprese (i più maligni dicono per dimettersi subito dopo, e candidarsi alle europee con il Pd, nel 2009), il percorso seguito fino a oggi non cambia, né si lascia adito alle minoranze interne per «minare il campo».
Il segretario lo ha scandito chiaramente: «Qualcuno dice che in Cgil non si discute abbastanza. Ma io mi chiedo: in tutti questi mesi, allora, cosa stiamo facendo?». «Ma a un certo punto», ha aggiunto subito dopo, «dobbiamo arrivare a una decisione, ed essere conseguenti rispetto alla scelta. Mi dispiace, non siamo in un Congresso permanente». Rinaldini, Nicolosi, Cremaschi, i gruppi intorno a loro, sono avvertiti: il dissenso si può portare fino a un certo stadio. Eppure, ieri, sebbene abbiano deciso di non fare strappi, le «minoranze interne» (e vi aggiungiamo anche l'importante categoria Fiom) hanno concluso ribadendo la propria contrarietà, in continuità con l'ultimo Direttivo: Fiom e Lavoro e società si sono astenute sul documento di maggioranza, la Rete 28 aprile ha votato contro (più avanti vedremo i particolari).
«Unica risposta: unità con Cisl e Uil»
La relazione conclusiva di Epifani, più accesa di quella di apertura e interrotta da diversi applausi, ha preso avvio da una replica a Rinaldini e alla sua osservazione sul fatto che «se i lavoratori stanno peggiorando, non si potrà mai dire che i sindacati stanno bene»: «Noi non abbiamo mai detto "monaci poveri in conventi ricchi" - ha spiegato - E' chiaro che il sindacato ha gli stessi problemi dei lavoratori». Poi il segretario Cgil è passato a definire la globalizzazione, i problemi che crea e le possibili risposte che il sindacato può dare (anche in questo caso, l'input era stato dato da un quesito del segretario Fiom). «Siamo stati tra i primi a dire che siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione, che ci pone problemi inediti. Tutto sta cambiando velocemente, c'è un'inflazione a due cifre in tanti paesi, e il costo insostenibile di beni come il grano o l'energia. Come rispondiamo a tutto questo, in Italia? Non ci nascondiamo che siamo deboli, che se chiediamo al governo di intervenire sull'inflazione, potrà agire al massimo su un 2%».
L'analisi della Cgil, se non le soluzioni, si possono in questa nuova fase avvicinare a quelle del centro-destra, o forse sono queste ultime che fanno il cammino inverso, fatto sta che Epifani riconosce un certo interesse «almeno alle prime 15 pagine del libro di Tremonti», e poi aggiunge che «anche i liberisti americani ormai si pongono il problema della creazione di un "welfare mondiale"». «In un quadro così mutato - ecco la risposta che forse si poteva aspettare Rinaldini, seppure non portata fino alle sue estreme conseguenze - non è più il tempo del sindacato che abbiamo visto nel Novecento». «Non più solo fabbrica e Stato nazionale - spiega Epifani - ma fabbrica, Europa, se non addirittura mondo, e soprattutto territorio». Il segretario fa l'esempio di un modello internazionale che però non gli piace, perché «corporativo e nato per difendersi contro i diritti dei lavoratori dei paesi più poveri: è il caso del sindacato transatlantico dei siderurgici inglesi e americani». E allora, ecco la conclusione: «La risposta al rapporto capitale-lavoro non si vede più dentro un solo conflitto: oggi ci sono conflitti tra impresa e impresa, o tra lavoratori e lavoratori. Per agire in questa complessità, non va bene chiudersi nel corporativismo, o in una trincea, dobbiamo rischiare schemi nuovi: il senso può stare solo in un sindacato confederale, agire perciò con Cisl e Uil per riunificare tutte le contraddizioni, rappresentarle e cercare di risolverle».
Successivamente Epifani è tornato a definire «mediazione alta e importante» l'accordo sui contratti con Cisl e Uil, e «rispetto a un quadro obiettivamente complicato con governo e imprese» è tornato a chiedere «unità» alle aree interne, come aveva fatto alla Conferenza della Fiom. E poi ha aggiunto: «Vedo questa iniziativa di Torino: ma perché autoconvocarsi? Non si può dibattere in assemblea nei luoghi di lavoro?».
Sui rapporti con il governo, ha annunciato che Cgil, Cisl e Uil riporranno presto la necessità di sgravare salari e pensioni, come da piattaforma sul fisco, e «se il governo in sede di Dpef dirà "non se ne fa nulla"», «noi non resteremo con le mani in mano». Sugli statali la Cgil non permetterà al ministro Brunetta di «rilegificare tutto», ma «si potrà operare una riforma, anche profonda, solo con la leva del contratto». Sugli organismi dirigenti, con la segreteria confederale in rinnovo, ha affermato di voler «chiudere rapidamente, per non lasciare nessuno nell'instabilità: avanzerò al Direttivo una proposta di nomi».
Infine i documenti, le votazioni, le alleanze. Il nodo del contendere è stato fino alla fine un «paragrafetto» del Documento conclusivo proposto dalla maggioranza che contiene un marcato apprezzamento dell'accordo sui contratti. Al Direttivo del 7 maggio, Lavoro e società aveva presentato un suo documento alternativo, che alla fine era stato votato anche dalla Fiom. Questa volta, le parti si sono invertite, ma con lo stesso risultato, ovvero la compattezza delle sinistre interne: la Fiom ha presentato un suo emendamento (testo sotto), che è stato votato anche da Rete 28 aprile e Lavoro e società, ma è stato bocciato dalla maggioranza. Sul testo di maggioranza, Fiom e Lavoro e società hanno scelto invece l'astensione, mentre la Rete 28 aprile ha votato contro. Risultato finale: 582 favorevoli, 129 astenuti, 16 contrari, su 950 delegati, di cui 727 votanti. Lavoro e società, che si prepara alla Assemblea nazionale del 26 e 27 giugno a Roma, ha visto la conferma della scissione de facto di un gruppetto, capeggiato da quella che dovrebbe essere il rappresentante dell'intera area nella segreteria confederale: Paola Agnello Modica e qualche altro delegato hanno appoggiato il documento della maggioranza. A questo punto, probabilmente al prossimo Direttivo, il gruppo guidato da Nicolosi chiederà di «riesercitare» quello che lui stesso definisce «diritto di proposta per la rappresentatività negli esecutivi», congelato da Epifani nel 2006. In parole più semplici, è probabile che venga chiesto di cambiare rappresentante in segreteria confederale.

 

Aumento reale dei salari, diritto al referendum
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1) Il Contratto nazionale deve rafforzare il suo carattere solidale, la sua funzione normativa e salariale a partire dall'obiettivo di incrementare il valore reale delle retribuzioni.
2) Il passaggio alla durata triennale dei Contratti deve prevedere un meccanismo automatico di tutela del salario dall'inflazione.
3) La contrattazione aziendale deve mantenere un carattere acquisitivo senza introduzione di vincoli che ne impediscono la concreta possibilità di intervento su tutto ciò che compone la prestazione lavorativa e il salario non può avere carattere totalmente variabile.
4) Il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a decidere la validazione delle piattaforme e degli accordi tramite referendum è la condizione indispensabile per costruire un processo di unità sindacale. Tale diritto deve poter essere esercitato anche in presenza di diverse posizioni tra le organizzazioni sindacali, perchè la democrazia è l'unico modo per evitare accordi separati e far decidere i lavoratori.
***Emendamento proposto dalla Fiom: il testo è ripreso letteralmente dal Documento della Conferenza di organizzazione della categoria, tenuta a Cervia il 15 e 16 maggio scorsi. Oltre che da gran parte dei delegati Fiom, l'emendamento è stato votato anche dai delegati appartenenti alla Rete 28 aprile di Giorgio Cremaschi, e dalla gran parte dei 120 delegati relativi all'area «Lavoro e società» coordinata da Nicola Nicolosi; qualche restante unità, i più vicini a Paola Agnello Modica, hanno invece appoggiato il testo della maggioranza. Cremaschi aveva annunciato in un primo momento la possibilità di presentare un documento alternativo, ma poi ha rinunciato. L'emendamento è stato ritenuto «compatibile» ma in votazione è stato bocciato: è comunque servito a rinsaldare le «opposizioni» Cgil.

 

Sondaggio tra alcuni segretari. No alle ipotesi Sacconi-Bonanni, però si possono sperimentare alcuni spazi di decisione. Ma è altro dalla contrattazione
Sara Farolfi
Roma

 
Raffaele Bonanni e Maurizio Sacconi ne parlano quotidianamente. «Collaborazione» tra impresa e lavoro, dice il ministro del Lavoro (che pensa all'azionariato dei dipendenti). «Partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese», ripete il leader Cisl (che teorizza invece la presenza dei sindacati nei consigli di amministrazione delle aziende). Due ipotesi accomunate dalla volontà di superamento dell'antagonismo nei rapporti tra capitale e lavoro e l'approdo a un modello collaborativo. Un cambio di «cultura sindacale» che Emma Marcegaglia ha messo al centro della sua prima relazione davanti alla platea di Confindustria (ma i padroni sono da sempre contrari alla partecipazione dei lavoratori). E in Cgil?
Guglielmo Epifani, concludendo la conferenza d'organizzazione, ha posto una domanda: «Siamo sicuri che la versione tradizionale dei rapporti tra capitale e lavoro, per cui ci sono interessi non conciliabili o comunque distinti, sia ancora valida?». La confederazione di corso d'Italia non ha mai fatto mistero della propria contrarietà tanto alle incursioni di Sacconi, quanto allo storico cavallo di battaglia Cisl. Ma il tema della partecipazione dei lavoratori alla vita dell'impresa mai è stato tabù.
In Cgil il modello tedesco non viene considerato riproducibile in Italia, mentre l'azionariato non è considerato un modello di vocazione sindacale. Convince invece ciò che una volta si diceva «democrazia economica», il fatto cioè che i lavoratori possano partecipare e pesare nelle decisioni di impresa, su piani distinti da quelli di competenza della contrattazione. Susanna Camusso, segretaria della Cgil Lombardia, si dice convinta del fatto che una forma di partecipazione, «mai risolutiva comunque della condizione materiale dei lavoratori», potrebbe anche favorire la contrattazione. «Il conflitto non è a prescindere - dice Camusso - ma in funzione di un obiettivo». Alberto Morselli, segretario generale dei chimici Cgil, parla di un «sindacato partecipativo, sulla base di piattaforme rivendicative», e va a nozze anche con la «versione collaborativa dei rapporti tra capitale e lavoro». La segretaria generale dei tessili, Valeria Fedeli, lo definisce «un diverso modello di relazione industriale, che comunque andrebbe calibrato sull'assetto produttivo del paese, dove il lavoro, con la partecipazione, può godere di ulteriori vantaggi economici».
In quali sedi? «Potrebbero essere i consigli di sorveglianza, ma si potrebbero trovare anche altre forme», dice Camusso, che pensa a un sistema duale. Storicamente, è stato il cosiddetto «modello Iri» al centro del dibattito in Cgil sulla democrazia economica. Il congresso della Fiom dell'88, che tutti ricordano come «il congresso della codeterminazione», quello richiamava: un sistema informativo molto avanzato in cui tutte le fasi più importanti di un'azienda venivano discusse anche con le organizzazioni sindacali. Non se ne fece mai nulla. E anche allora le imprese non volevano saperne.
«La democrazia economica non si fa in un'azienda sola, ma con strumenti di politica economica e politica industriale», dice Giorgio Cremaschi (Fiom), «quello che propone Bonanni è una forma di aziendalismo, poi se davvero potessero esserci forme e luoghi per un ulteriore potere dei lavoratori, sarei favorevolissimo». Fermo restando, conclude, che si tratterebbe di una ulteriore via per i lavoratori, perché «la partecipazione non è il sindacato».
Alla Zanussi (oggi Electrolux) esiste ancora, ma solo sulla carta, un sistema partecipativo fatto di commissioni composte da rappresentanti sindacali e aziendali: in realtà non ha mai funzionato, racconta Cremaschi. Fallimentare - racconta Fabrizio Solari, segretario della Filt Cgil - anche il tentativo dell'azionariato in Alitalia, dove qualche anno fa è stato distribuito il 20% delle azioni tra i lavoratori come acconto degli aumenti salariali a venire. Quel che è certo però, dice Solari, è che «oggi le emergenze sono altre e hanno più a che fare con la legittimazione del sindacato dal basso, che con la sua legittimazione nell'impresa».