Il dibattito represso da
quei mille tabù
Antonio Sciotto
Ci voleva forse il «sano
shock» inferto da Gianni Rinaldini alla
platea Cgil per far decollare una Conferenza
che non era mai veramente partita. Certo,
nessuno vuol sminuire il lavoro fatto
sull'organizzazione e i tanti quesiti non
solo «tecnici» che potranno essere risolti
nel documento messo in votazione oggi. Ma la
sostanza dei «veri problemi», il contratto,
la democrazia, i precari, quelli era da
tempo che nessuno poteva discuterli in Cgil,
perlomeno a voce alta. Troppi freni: il
governo Prodi, il «nostro governo», che
perciò non si può criticare (quella stessa
logica che, intendiamoci, ha portato alla
rovina la Sinistra: magari più presente in
piazza, ma ugualmente fallimentare nei
risultati ottenuti). Il legame asfissiante
con i partiti, soprattutto il Pd, che
opprime l'onestà del dibattito. E l'«unità»
con Cisl e Uil, a tutti i costi: spesso più
un fine che non un mezzo.
Ieri l'intervento del segretario Fiom era
molto atteso. Inizialmente per il solito
giochino: siamo un po' annoiati, vediamo il
botta e risposta tra quelli che i giornali
disegnano come i due «grandi antagonisti». E
invece Rinaldini è riuscito a conquistare
davvero la platea, solo per le cose che
diceva: ancor prima che per il contenuto,
magari non condiviso da tutti, perché
spiegava «cose» di sostanza. «E' stato
onesto», ha detto più di un delegato.
Un'«operazione verità», accolta con grande
attenzione: silenzio completo in sala, e
tutti ad ascoltare. Quando qualsiasi
intervento - tranne quello di Epifani - era
stato coperto da un costante brusio. L'unico
rumore di fondo erano le tazzine del baretto
all'ingresso. Quattro applausi, convinti,
provenienti da parti diverse della platea, e
non solo dai banchetti Fiom.
Sì, è davvero liberatorio che qualcuno parli
dentro la Cgil, perché l'atmosfera è ormai
pesantissima. Un po' per il «lutto post
elezioni». Ma soprattutto perché sembrano
spariti dal tavolo i temi che hanno fatto
grande la storia della Cgil: la solidarietà,
innanzitutto. Se si punta sul secondo
livello di contrattazione e si depotenzia il
nazionale, dove andrà a finire? E i precari?
Nella relazione di apertura di Epifani il
tema non è stato sfiorato (se non
indirettamente, per criticare la misura
sugli straordinari, che limita le
possibilità di assunzione). Due anni fa era
un tema qualificante del Congresso, ma dà
fastidio a Cisl e Uil: quindi tabù. E che
dire di una regola assolutamente
anacronistica, che non si può arrivare alle
assemblee dei lavoratori con due opinioni
diverse? Sarà forse per questo che di
giovani se ne sono visti pochissimi in
questi due giorni. E non è certo un buon
segnale.
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An. Sci.
Roma
Il secondo giorno del
dibattito alla Conferenza di organizzazione
Cgil ha affrontato problemi politici e di
più stretta attualità, come lo scontro tra
il segretario dei chimici, Alberto Morselli,
e quello dei pubblici, Carlo Podda, sul
primo «strappo» consumato con il governo
Berlusconi (ne
riferiamo sotto), ma soprattutto è stato
caratterizzato dal forte intervento del
segretario Fiom Gianni Rinaldini, che ha
avuto una platea attentissima e anche
diversi applausi (e non solo dal settore
Fiom). Rinaldini ha parlato «con il cuore in
mano» a Epifani e a tutta la Cgil, sui
contratti e il problema della democrazia,
certo, ma soprattutto ha interrogato i mille
delegati presenti su un problema più
sostanziale: dove sta andando il sindacato?
Domande che hanno risvegliato per un momento
un uditorio stanco, annoiato e soprattutto
sbattuto dalla confusione politica
post-elezioni, da cui finora nessuno a
sinistra (compresi i cigiellini) si è
davvero ripreso.
Il discorso di Rinaldini è partito proprio
dall'«unità», citata finora in Conferenza
quasi ossessivamente, ma spesso senza
contenuti con cui riempirla: i
metalmeccanici hanno saputo «riconquistarla
dopo anni di accordi separati, sia sul
merito che sul metodo, grazie alle regole
democratiche con cui sono state approvate le
piattaforme da tutti i lavoratori e le
lavoratrici». E' proprio «quel voto che
titola i lavoratori» a rendere vera l'unità,
tantopiù quando Fim, Fiom e Uilm si sono
dotate di «una regola che rende
impraticabile la strada dell'accordo
separato: il fatto che il referendum
unitario possa essere indetto anche da una
sola organizzazione».
Dopo questo attacco, la prima domanda che
strappa un applauso ai delegati: «Quando
vediamo che le condizioni delle persone che
rappresentiamo sono peggiorate, possiamo
forse dire che il sindacato sta bene?».
Secondo Rinaldini, il sindacato è «malato di
una debolezza sulle strategie», «perché non
sa affrontare la vera cesura dell'epoca
moderna, ovvero la globalizzazione, che
mette le persone in gara su un unico valore:
la competitività». «Il sindacato - chiede
dunque Rinaldini alla platea - che fa?
Insegue il mercato?».
Sono le stesse imprese, e il governo, che
attaccano non solo il lavoro, «ma anche la
storia della Cgil: quando Emma Marcegaglia
dice che 150 anni di sindacato di conflitto
sono finiti, e che non c'è più altro valore
se non l'impresa e il mercato, il sindacato
cosa risponde?». «D'altra parte - continua -
ce lo ha detto anche Bonanni, ieri qui alla
nostra Conferenza, che "la storia del
sindacato antagonista è finita e si apre
quella del sindacato collaborativo"».
E poi, «c'è un altro paradosso: che adesso
le imprese hanno scoperto che c'è un
problema retribuzioni, ma danno la colpa al
contratto nazionale: l'ipotesi che ci
mettono sul tavolo è quella di indebolire il
contratto nazionale e di subordinare la
contrattazione aziendale alla produttività e
ai bilanci delle imprese. E il governo ha
già operato in quella direzione, detassando
premi variabili e straordinari».
Anzi, le imprese metalmeccaniche hanno già
cominciato a colpire: Rinaldini denuncia che
«Federmeccanica ha già scritto a Fim, Fiom e
Uilm respingendo le piattaforme integrative
di grosse imprese, affermando che sono fuori
dalle regole contrattuali attuali e tantopiù
future, perché quello che è fatto a livello
nazionale non si potrà rifare
nell'aziendale».
«Noi ci opporremo a tutto questo, ma proprio
in questa fase - ha detto Rinaldini
strappando il secondo applauso - ritengo che
vada rafforzato il contratto nazionale e
l'aumento reale delle retribuzioni. Nella
storia della Cgil, siamo sempre andati
avanti rafforzando entrambi i livelli».
Poi Rinaldini si rivolge direttamente al
segretario Epifani: «Ormai anch'io mi sento
un pezzo di archeologia industriale, ma da
quando ho vent'anni dico quello che penso.
Bada Guglielmo, evitiamo che la discussione
politica vada in un modo e poi ci si scanna
per entrare nelle segreterie, senza che ci
sia una discussione sulla strategia , su
dove va la Cgil. Apriamo una fase di
trasparenza, di vero confronto politico,
perché questo ci rafforza». Qui altri
applausi.
Quanto alle altre «opposizioni» dentro la
Cgil, il coordinatore di Lavoro e società
Nicola Nicolosi interverrà oggi. «Lavoro e
società» ha ribadito che dirà sì al
documento conclusivo solo se non sarà
espresso un «forte apprezzamento» sul testo
unitario sui contratti, già bocciato
dall'area in sede di Direttivo. Giorgio
Cremaschi, della Rete 28 aprile, ha invece
anticipato un voto contrario. Cremaschi ha
definito «perdente» la linea della Cgil, e
ha messo in guardia dall'accettare «un
ridimensionamento del contratto nazionale in
favore del salario individuale». La vera
risposta «sta nella democrazia», ma il
leader della Rete 28 aprile denuncia che «si
va al tavolo con la Confindustria senza
alcun mandato dei lavoratori, e questo
indebolirà soprattutto la Cgil».
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E'
polemica dopo le parole del deputato
Paolo Nerozzi al Sole 24 Ore. Ieri la
lettera di Cgil, Cisl e Uil al ministro
Brunetta
Statali, «un'inedita
ingerenza del Pd sul sindacato»
Sara Farolfi
Roma
«Un'indecenza totale». Le
dichiarazioni del neo deputato Pd, Paolo
Nerozzi, al Sole 24 Ore hanno tenuto banco
ieri alla fiera di Roma. E suscitato
commenti tra quadri e dirigenti Cgil
(rigorosamente anonimi) che, nel migliore
dei casi, parlano di un episodio «fuori
luogo», «sgradevole».
Non tanto perchè l'ex segretario confederale
Cgil (nonchè ex segretario generale Fp Cgil
e molto vicino all'attuale segretario, Carlo
Podda), minimizza l'abbandono della Cgil al
tavolo della pubblica amministrazione
convocato dal ministro Brunetta, bollandolo
come «una scaramuccia, uno strappo di
metodo, nulla di grave». Quanto piuttosto
per l'affondo politico contro la 'Sinistra
che fu' (Sinistra democratica in
particolare), che nei commenti di molti
viene letto come un'indebita, e
assolutamente inedita, ingerenza del Pd
nelle vicende del sindacato di corso
d'Italia: «Una sfrontata pretesa di
subalternità della Cgil al partito
democratico». Un modo per il Pd, è la
lettura, di evitare il conflitto con il
governo.
Dice Nerozzi al quotidiano di Confindustria:
«Abbiamo visto a ottobre dello scorso la
Sinistra in piazza sulle pensioni con 100
mila persone. E in 100 mila li hanno
votati». E ancora: «Chi oggi pensa che nella
Funzione pubblica resistano quelli di
Sinistra democratica si sbaglia. Podda, che
è il segretario della categoria, vota Pd
tanto per essere chiari». Nerozzi è stato
tra i promotori di Sinistra democratica,
dove ha traghettato anche un pezzo di Cgil.
Dopo la rottura sul protocollo su pensioni e
welfare è passato al partito democratico.
«Ha litigato con Pietro Ichino fino al
giorno delle elezioni», dicono. Da neo
deputato dichiara invece: «Siamo sulla
stessa lunghezza d'onda».
«Non sono iscritto a nessun partito, poi sì,
alle ultime elezioni ho scelto il voto
utile, ma credo che questo non interessi a
nessuno», è la risposta del segretario della
funzione pubblica Carlo Podda, minimizzando
le parole dell'amico, e sodale, Nerozzi: «Un
modo per smontare una lettura caricaturale
che è stata data della vicenda, quella di
una Cgil che abbandona il tavolo della
trattativa perchè 'estremista'».
Sulla 'vertenza statali' ieri, dal palco
della conferenza d'organizzazione, l'attacco
è arrivato dal segretario dei chimici,
Alberto Morselli. «L'abbandono del tavolo
rischia di dare un'immagine che non
corrisponde alla realtà, cioè che esista per
la Cgil un territorio franco dove
flessibilità e produttività non hanno
cittadinanza», dice Morselli, «e rischia
anche di essere un pretesto per molti per
mettere in discussione la ricostruita unità
sindacale». Parole che hanno fatto
letteralmente infuriare Podda. Intervenendo
poco dopo, il segretario della Funzione
pubblica ha detto che «non c'è un problema
unitario, e a testimoniarlo è la lettera che
con Cisl e Uil abbiamo spedito al ministero
per il riavvio della trattativa». E riferito
all'atteggiamento di Brunetta: «Come si fa a
non vedere che così la politica si candida a
fare anche la rappresentanza sociale?».
Note polemiche insomma su una questione
seria e complessa. Sotto la quale scalpitano
anche i riposizionamenti interni in vista
del rinnovo della segreteria Cgil.
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