La detassazione e la subalternità del sindacato

Al momento in cui scriviamo sono uscite le prime anticipazioni sulla prima manovra del Governo Berlusconi, ossia la detassazione dello straordinario per le aziende private ma non per il pubblico impiego.

E’ bene liberare il campo da un equivoco: sia il Pd che il pdl sono favorevoli a questa soluzione e nel mondo del lavoro  le posizioni contrarie sono largamente minoritarie.

E’ ormai passato un concetto:si pagano troppe tasse e bisogna abbassare la pressione fiscale e su questa posizione ritroviamo una coesione interclassista dal commercialista all’insegnate passando attraverso il lavoratore dipendente.

Noi pensiamo di entrare nel merito delle questioni e se su un terreno pragmatico scendessero tutti ne guadagneremmo in termini di credibilità e di forza contrattuale

Che cosa contrapporre al Governo Berlusconi?

Serve un reale aumento del potere di acquisto dei salari e delle pensioni che in questi ultimi 15 anni hanno perso 500 euro al mese. Se vogliono contribuire al recupero del potere di acquisto devono innanzitutto aumentare i salari e le pensioni, ripristinare una nuova scala mobile ma su questo punto non sono sordi solo Pd e Pdl ma anche Cgil Cisl Uil.

Il solo modo per rilanciare la produttività sono gli investimenti, una sorta di nuovo Keynesismo ma gli stessi economisti di sinistra sono sordi e pensano alle teorie della decrescita e scendono sul terreno padronale che vorrebbe (e ci riuscirà) scaricare sulla fiscalità generale i costi generali-

La tassazione in Italia non è proporzionata alla ricchezza, se serve una manovra di alleggerimento fiscale questa dovrebbe andare nella direzione opposta a quella iniziata dal Governo Berlusconi , ossia ridurre il prelievo sui redditi inferiori a 40000 euro annui , una soglia dentro cui si ritrovano non solo tanti lavoratori dipendenti ma anche moltissimi autonomi di prima e seconda generazione. Per raggiungere questo obiettivo serve aumentare le tasse alle rendite e alle grandi proprietà e far pagare i costi della competitività alle aziende che invece hanno ottenuto dagli ultimi Governi sgravi di vario genere.

C’è poi un concreto rischio , ossia che una quota crescente di salario(uguale per tutti e stabile) determinato dalla contrattazione nazionale si sposti progressivamente sulla contrattazione decentrata  e sotto la voce straordinario(detassata)

E’ inutile ricordare che un contratto nazionale può essere riscritto per favorire alcuni processi come il trasferimento di istituti importanti alla contrattazione decentrata e questo sarà possibile in virtù della intesa siglata da Cgil Cisl Uil sulla nuova rappresentanza sindacale

Come sulle riforme del sistema elettorale anche e soprattutto in tema di lavoro si respira aria di grande colazione, basti ricordare quello che il Portale la voce(economisti di area pd) scrivevano solo pochi mesi fa suggerendo a Pd e Pdl  alcuni indirizzi sulla riforma contrattuale:

L’obiettivo primario di una riforma è quello di permettere a tutti i lavoratori di avere un contratto, alleggerendo al tempo stesso la struttura a più livelli della contrattazione. Altro obiettivo fondamentale è il rafforzamento del legame fra salari e produttività. Questo è fondamentale per

i)incentivare incrementi di produttività a livello di singola azienda (effetto incentivo)
ii)attrarre lavoratori nelle imprese che hanno maggiori potenzialità di crescita (
effetto riallocativo)
iii)ridurre la disoccupazione nel Mezzogiorno (dovuta a salari più alti che al Centro-Nord in rapporto alla produttività) aumentando la domanda di lavoro in aree depresse (
effetto quantità).
iv) permettere un migliore inserimento nel mondo del lavoro delle nuove tipologie di lavoratori (donne, giovani, immigrati) e un’organizzazione del lavoro in grado di meglio utilizzare le competenze dei lavoratori con più di 60 anni (
effetto forza lavoro).

UNA PROPOSTA: UN PREMIO A DUE LIVELLI

I sindacati e le rappresentanze di categoria non riescono a trovare un accordo perché la Cgil si oppone a un rafforzamento del secondo livello di contrattazione. Al di là delle obiezioni della Cgil, lo spostamento del fulcro della contrattazione a livello di azienda deve necessariamente tenere conto del fatto che in molte imprese non ci sono rappresentanze sindacali oppure che queste sono deboli e i datori di lavoro si oppongono ad aprire un secondo livello di contrattazione. Si deve poi fare in modo che la retribuzione di secondo livello contempli davvero premi variabili e non semplici incrementi retributivi in aggiunta a quanto deciso dalla contrattazione di primo livello.
Siamo convinti che esista un modo per preservare la contrattazione nazionale e al tempo stesso legare il salario alla produttività. La nostra proposta di riforma, che si potrebbe chiamare premio a due livelli, segue questi semplici principi.
A
livello nazionale si determinano gli incrementi salariali volti a mantenere inalterata la capacità di acquisto. Si tratta di incrementi percentuali, applicabili a tutta la struttura retributiva, prendendo come riferimento gli obiettivi di inflazione della Bce.
Sempre a
livello nazionale si stabilisce, settore per settore, una regola che leghi il salario all’andamento della produttività aziendale, da applicare ex-post alle imprese in cui durante il periodo coperto dal contratto nazionale non sia stato possibile sottoscrivere un contratto di secondo livello. Ad esempio nelle imprese industriali, la regola potrebbe consistere nell’aumentare i salari in proporzione del 50 per cento dell’incremento del reddito lordo operativo pro-capite (al netto dell’inflazione). Ovviamente l’aumento varierà da impresa a impresa e finirà per premiare i lavoratori in virtù degli incrementi di produttività aziendali.
Dove invece si svolge la
contrattazione aziendale, questa deve contemplare premi di produttività (con regole definite azienda per azienda). I premi vengono definiti ex-ante e vengono immediatamente monetizzati in base ai risultati aziendali. Possono essere sia positivi che negativi, nel qual caso di fatto modificano in peggio (per il lavoratore) il contratto nazionale.
La riforma proposta può essere portata a termine senza alcun intervento dello Stato. In questa prospettiva la mancanza di un Governo nazionale con pieni poteri più' che un ostacolo potrebbe essere addirittura un'opportunità

Abbiamo citato per esteso questo articolo scritto il 20 Marzo 2008 da Tito Boeri  e Pietro Garibaldi proprio per potere smontare meglio le loro tesi

1.      Non è vero che la contrattazione di secondo livello permette recupero salariale, basta pensare che nella pubblica amministrazione molti contratti sono stati respinti dalla corte dei conti perché ritenuti fuori dalla linea della contrattazione decentrata. Nelle piccole aziende con meno di 15 dipendenti non esiste per lo più contrattazione, si possono licenziare le voci di dissenso senza la giusta causa e i ritmi di lavoro sono spesso più intensivi e ironia della sorte cresceranno le ore di straordinario facendo guadagnare soprattutto il padrone che dalla detassazione ricava un guadagno assai maggiore dei 200\300 euro annui del lavoratore (calcoli del La Repubblica)

2.      La proposta di calcolare gli aumenti sulla inflazione viene ripresa da Cgil Cisl Uil che nella nuova intesa parlano di  inflazione prevedibile, un parametro così astratto che non fa presagire niente di buono

3.       Allo stato attuale tutti i lavoratori hanno un contratto ma la stragrande maggioranza dei contratti è costruita apposta per ridurre il costo della manodopera e basterebbe vedere quelli delle cooperative o il multiservizi per capire che i processi di esternalizzazione avvenuti in questi ultimi 20 anni hanno determinato perdita di salario e di diritti per migliaia di lavoratori e lavoratrici precari e sfruttati

4.      legare il salario alla produttività aziendale vuol dire legare il lavoratore ad una variabile dipendente (se l’azienda va bene tu guadagni) ma per arrivare in fondo al mese, pagare affitti o mutui, mandare a scuola i propri figli, c’è bisogno di un salario certo senza il quale non è possibile neppure acquistare una utilitaria a rate. Quindi far dipendere il salario dai profitti significa far ritornare i lavoratori ad una condizione di semischiavitù tipica della prima fase industriale

5.       Non è vero che l’Italia spende più di ogni altro paese europeo per mettere in regola i propri lavoratori, i dati che spesso leggiamo sulla stampa nazionale possono essere interpretati in altro modo. L’Italia di Tremonti è l’Italia dei paradisi fiscali dove gli obiettivi principali sono gli sgravi fiscali e non  il rilancio di una competitività che necessita anche e soprattutto di investimenti adeguati in termini di innovazione, formazione proprio ciò che il capitalismo italiano e il suo nanismo non hanno saputo fare negli ultimi 20 anni

Quello che invece vediamo all’orizzonte è un crescente populismo sulla cui scia si muovono i sindacati che accettano di scaricare sulla fiscalità generale i costi invece di chiedere aumenti reali dei salari e delle pensioni, investimenti produttivi che questo Governo non ha alcuna intenzione di fare

E da questi punti che bisogna ripartire perché dietro alla riforma della contrattazione non c’è solo la difesa della concertazione di cgil cisl uil,  ma un processo ben più complesso che gli stessi settori della sinistra radicale e del sindacalismo di base non sanno cogliere , una cecità imperdonabile che pagheremo a caro prezzo

 

Federico giusti