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Nuovo modello contrattuale: ottima occasione per il padronato!
Il solito falso ed ipocrita allarmismo quotidiano legato all’emergenza salariale dei lavoratori italiani da parte dei diversi attori della scena sociale non deve stupire. Accanto a questo autentico dramma sociale si sono sprecate, nei mesi scorsi, intere discussioni, analisi e previsioni di ogni tipo. Alla lunga, gli stessi soggetti responsabili di tali esiti disastrosi si ripresentano al tavolo della nuova trattativa e propongono cio’ che appare ormai ineluttabile al fine di metter mano al potere d’acquisto dei vari lavoratori, rilanciare i consumi e far “ripartire” la stanca economia italiana: un nuovo modello contrattuale su cui investire credibilita’ e “saggezza” di rappresentanza. CGIL, CISL, e UIL veri e propri soggetti protagonisti di quello scellerato accordo del 23 luglio 1993 riprendono in mano le redini di una nuova stagione contrattuale e nell’ambito di nuovi orizzonti di crescita(?) economica ( fin’ora mai stati concretamente positivi per i lavoratori e le loro condizioni) si preparano a rendersi strumenti affidabili e funzionali al mantenimento del saggio di profitto per un sempre piu’ affamato padronato italiano. Il leit motif di questa presunta nuova stagione sindacale sembra esser l’indice di produttivita’, che va’ aumentato e reso funzionale ad una piu’ giusta ed equa ripartizione della ricchezza attraverso una contrattazione di secondo livello. Sembra tutto molto facile ma il problema non e’ esattamente cosi’ presentabile: il tasso di produttivita’ in italia e’ tra i piu’ alti del mondo (per quanto ne dica l’OCSE) e cio’ che interessa maggiormente le imprese e’ aumentare i ritmi di lavoro incentivando una cottimizzazione oraria tutta a scapito dell’intera collettivita’ lavoratrice, la quale, nel perverso meccanismo delle dinamiche concorrenziali del mercato non ci avrebbe nulla da guadagnare. Non solo: questo presunto e necessario aumento di produttivita’ aprirebbe le porte a continui ed ancor piu’ lunghi orari di lavoro facendo aumentare ulteriormente i gia’ numerosi e vari incidenti. Ma c’e’ un dato molto significativo; di recente la Nokia ha manifestato l’intenzione di trasferire le sue produzioni tedesche in Romania, paese che presenta un’indice di produttivita’ cinque volte inferiore alla Germania. E’ chiaro che al capitale poco importa aumentare la tanto decantata produttivita’ se non in relazione all’aumento del profitto! E questo l’egregio “giuslavorista” deputato del PD Pietro Ichino dovrebbe saperlo dal momento che ,in maniera ancora piu’ sfacciata rispetto ad altre orrende proposte, pretende di devolvere ai lavoratori una parte di tutta questa ricchezza attraverso l’indebolimento della piattaforma contrattuale nazionale ed il rafforzamento di accordi integrativi locali, di settore, di distretto, di sito ecc. Tesi questa che sembra esser sposata in pieno dalle tre sigle sindacali citate e che sara’ al centro della discussione con le dirette controparti appena terminato il periodo elettorale. Ma le sciagure future non si arrestano qui: tutti questi passaggi fanno presagire un profondo cambiamento di rapporto coi lavoratori dal momento che questi ultimi (ancora una volta) sono stati letteralmente tenuti fuori da tutta questa discussione che li riguarda in prima persona. Come del resto si e’ verificato nella fase preparatoria dell’accordo sul welfare del luglio scorso, nessuna assemblea e’ stata indetta per informare l’andamento di tutta la grossa vertenza e addirittura la UIL ha puntato opportunisticamente i piedi alzandosi dal tavolo e denunciando le “cattive” intenzioni delle controparti datoriali (10 marzo 2008). Capisaldi di questa nuova proposta di riforma risultano essere la triennalizzazione economica e normativa, l’adeguamento salariale in base al tasso d’inflazione “realisticamente” prevedibile ( nomi nuovi ma dalla medesima sostanza!), incentivi e premi per maggiori indici di rendimento e nuove flessibilita’ in uscita che accanto al presunto abbattimento fiscale dei salari promesso come futura disposizione legislativa da qualsiasi futuro governo dovrebbe ridare fiato al potere d’acquisto dello stipendio dei lavoratori italiani. Sono ipotesi che danno uno schema ben preciso di dove si sta’ andando: eventuali aumenti salariali saranno pagati dai lavoratori stessi mentre alle imprese si garantira’ una forza lavoro sempre piu’ piegata e pronta a spremersi cercando di arrivare alla fine del mese. Sul versante fiscale la manovra neogovernativa rischia di far mancare nelle casse dello stato circa venti miliardi di euro ed e’ chiaro che tutti questi soldi verranno tolti a forme di salario differito oggi presenti ( sanita’, scuola, servizi ecc) e non a forme di parassitismo legato alle forti rendite finanziarie di questi ultimi anni. C’e’ inoltre da dire che non esiste alcuna impresa pronta e contenta nel distribuire profitti attraverso la contrattazione di II livello. Anzi: gli aumenti salariali di tale specie vengono conquistati, il piu’ delle volte, dopo lotte durissime e non rappresentano affatto un fattore di durevole stabilita’ economica dal momento che solo il 10% delle imprese (30% di lavoratori) li concedono al suo interno. Tutto questo mentre sullo sfondo compare la solida prospettiva del cosiddetto “sindacato” unico, futuro tranquillo strumento di raffreddamento sociale del nuovo Partito Democratico di Veltroni e Rutelli; marionette parlamentari (oggi all’opposizione) dei poteri forti di questo paese gia’ pronti a scaricare col nuovo governo i costi della devastante crisi finanziaria sul lavoro e le sue variegate componenti.
Enrico Pellegrini RETE 28 Aprile FILCAMS CGIL
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