RIFORMA DEL MODELLO CONTRATTUALE

 

Con gli accordi di luglio 1993 fu accettata dai sindacati confederali la moderazione salariale (bisognava entrare in Europa).

Il risultato di questi 15 anni di moderazione salariale e sotto gli occhi di tutti; Banca d’Italia, Confindustria, BCE, OCSE, rilevano che i salari dei lavoratori si attestano ai livelli più bassi in Europa (tra il 2000 e il 2005 le buste paga in Italia sono cresciute del 13,7% contro una media europea del 18%).

L’accordo di concertazione del luglio ’93 fu firmato, sotto l’egida del governo Ciampi, dai capi sindacali di allora B. Trentin, S. D’Antoni e P. Larizza.

Nel 2003 a 10 anni da quell’accordo Epifani commentava (Rassegna sindacale) : “per quanto riguardava la politica dei redditi, esso definiva meccanismi di controllo e verifica di prezzi e tariffe particolarmente innovativi. Infine il sistema contrattuale doveva garantire la difesa dei redditi reali, senza la presenza della scala mobile, e la funzione, non ripetitiva, dei due livelli di contrattazione”. In un passo successivo affermava : “passati 10 anni, oggi possiamo dire come, sotto il profilo della politica dei redditi, le condizioni economiche generali e i contenuti di quell’accordo abbiano consentito la difesa del potere d’acquisto dei salari e delle retribuzioni, ma non la loro crescita, visto che è accertato che i 4/5 della ricchezza prodotta in questi anni sono andati in direzione di profitti e tasse”………” L’idea di ridurre il peso del contratto nazionale, per rendere più forte il secondo livello di contrattazione, per ridurre costi e diritti, è priva di senso, dato che la dinamica retributiva è stata sostanzialmente moderata……”

Cos’è cambiato da allora?

Ancora 4 anni fa Epifani ritenne non necessario affrontare il tema della riforma della contrattazione  abbandonando il tavolo sindacato-confindustria, lasciando di stucco Montezemolo,Bonanni e Angeletti.

Cos’è cambiato da allora?

Oggi dopo anni di bassa crescita (il che non ha impedito alle aziende lauti profitti), con i venti di crisi che arrivando da oltreoceano scuotono l’imperialismo Europeo, i sindacati italiani si apprestano a completare il capolavoro della difesa degli interessi . . . padronali.

Si tratta infatti di riformare il modello contrattuale aggiornandolo ed adeguandolo alle nuove esigenze delle imprese italiane.

Sono anni che Confindustria esercita pressioni sul governo, sui sindacati per rimodellare la contrattazione. Con il nuovo quadro politico, con le divisioni nel sindacato, le pressioni trovano concretezza.

Governo e confindustria vogliono ridurre il contratto nazionale al recupero dell’inflazione.

L’obbiettivo è l’alleggerimento del contratto nazionale (avrà durata triennale sia per la parte economica che normativa) che avrà il compito di difendere il potere d’acquisto dall’inflazione (non si parlerà più di inflazione programmata bensì di inflazione realisticamente prevedibile), e la centralità che verrà ad assumere il contratto aziendale.

Si vuole garantire maggiore competitività e produttività alle aziende attraverso lo scambio salario-produttività, salario – redditività, salario-efficienza.

Se poi a questo aggiungiamo la detassazione secca degli straordinari e delle voci del salario variabile (incentivi, premi) promessi dal nascente governo Berlusconi, il quadro è completo.

In sostanza per rientrare in parte dalla perdita salariale determinata dai 15 anni di concertazione degli accordi di luglio ’93, occorrerà lavorare di più.

Un gran bel risultato, un vero capolavoro sindacale.

Per inciso va ricordato che la contrattazione aziendale nella situazione di polverizzazione del sistema imprese (il 90% delle aziende ha meno di 10 dipendenti) in Italia tocca una parte minoritaria dei lavoratori.

In ogni caso lo stesso documento sindacale precisa che “La contrattazione accrescitiva di secondo livello sarà incentrata sul salario per obiettivi rispetto a parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia” 

Per quanto riguarda invece la contrattazione territoriale richiamata dai vertici sindacali, la Marcegaglia ancor prima di insediarsi ufficialmente alla guida di Confindustria, ha già messo una parola tombale.

Tutto questo in barba alle tante chiacchiere ipocrite che sono state spese in questi mesi sulla sicurezza nei posti di lavoro, sulla necessità di porre freno ai tanti morti sul lavoro in nome della produttività (1260 morti in Italia nel 2007 e 913.500 incidenti sui luoghi di lavoro registrati dall’INAIL).

Noi non siamo mai stati teneri con il protocollo del luglio ’93 indicandone i limiti tendenti ad ingabbiare la dinamica salariale.

Oggi non assurgiamo a suoi difensori sottolineando che non possiamo però passare dalla padella alla brace. Lasciare il certo del contratto nazionale che anzi andrebbe rafforzato, per l’incerto della contrattazione di 2° livello è un arretramento nella difesa delle retribuzioni della generalità dei lavoratori.

Democrazia e Rappresentanza

Vengono considerate imprescindibili sia dalla CGIL che dalla CISL la centralità della contrattazione aziendale.

Per misurare la rappresentatività ( quali organizzazioni sindacali possono essere ammesse alla contrattazione) sarà utilizzato un indice che dovrà tener conto del numero degli iscritti, dei voti presi nelle elezioni delle RSU. Nella bozza d’intesa tra CGIL-CISL-UIL la soglia dovrebbe essere lasciata alla decisione delle singole categorie (nel pubblico impiego è fissata al 5%).

Il CNEL viene indicato come l’istituzione che dovrà certificare la rappresentanza e la rappresentatività delle relative organizzazioni sindacali.

Anche per l’approvazione degli accordi verrebbe preservata l’autonomia delle categorie.

Per gli accordi intercategoriali invece il procedimento sarà simile a quello seguito con il protocollo sul Welfare : le segreterie unitarie sottopongono l’ipotesi di accordo al voto dei direttivi unitari, successivamente vengono illustrati ai lavoratori e in ultimo sottoposti a consultazione certificata.

 

CONCLUSIONI

Non è un caso che l’accordo tra le segreterie generali di CGIL, CISL e UIL sulla riforma del modello contrattuale soddisfi  pienamente il neo ministro del welfare M. Sacconi, nonché il vicepresidente uscente di confindustria A. Bombassei.

Da rilevare anche la soddisfazione del segretario della CISL che parla di “risultato storico” .

Di converso la FIOM tiene il punto e la barra al centro e parla chiaramente, attraverso il suo segretario, di “assalto al contratto nazionale di lavoro”:

Noi dobbiamo unirci alla battaglia della FIOM per contrastare l’accordo in tutte le istanze sindacali e denunciare all’interno delle assemblee dei lavoratori, il rischio che lo svuotamento del contratto nazionale comporta per la difesa delle retribuzioni negli anni a venire.

 

Dario  Andreis