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«La vera posta in gioco? Democrazia, indipendenza
e salvare il contratto» - Giorgio Cremaschi
Fabio Sebastiani
Insomma, la Cgil questa volta sembra aver calcato la mano.
La segreteria della Fiom ha espresso a maggioranza piena fiducia al
gruppo dirigente di Milano. Aggiungo la mia personale solidarietà
perché quello che è avvenuto è un fatto di gravità senza precedenti.
La segretaria generale della Fiom, Maria Sciancati, è stata sospesa
perché non ha cacciato via da una assemblea pubblica un lavoratore,
peraltro delegato, espulso dalla Cgil. Il fatto non sussiste. Non
c'è una norma che imponga di cacciare dalle assemblee i lavoratori
che non piacciono ai sindacalisti. E' il segno di una torsione
autoritaria, di intolleranza nella vita dell'organizzazione e una
sorta di richiamo al serrare le file. Onestamente non scomoderei i
Gulag, che rappresentano ben altre tragedie. Negli anni '60 la Cgil
si aprì agli apporti di tutti i lavoratori. Se avesse invece
adottato questo stile di gestione il sindacato dei consigli non
sarebbe nato e al suo posto ci sarebbe stata una valanga di
espulsioni.
Entriamo nel merito, alla fine il contratto nazionale anche se
non viene cancellato viene parecchio ridimensionato.
Il documento parte dall'idea, profondamente sbagliata, che i guai ai
salari dei lavoratori in questi anni siano venuti perché c'era
troppo contratto nazionale. La verità è che ce ne è stato troppo
poco, perché il contratto nazionale doveva subire la gabbia della
concertazione. Invece che liberare il contratto nazionale dalla
concertazione si vuole liberare la concertazione dal contratto
nazionale. Nell'Italia delle piccole aziende, del lavoro frantumato
e precario, ridurne il peso significa rompere la solidarietà tra i
lavoratori a favore di un'aziendalismo che premierà solo una
minoranza.
Aziendalista?
A parole tutti sostengono ora che l'intesa difende il contratto
nazionale. Però scopriremo, un minuto dopo che si aprirà il tavolo,
che non è così. La Logica di questo documento è la stessa che ha
portato all'abolizione della scala mobile; che allora diceva
"bisogna ridurre il peso della scala mobile per avere più
contrattazione". Oggi si dice, l'accrescimento del salario avviene
solo sul cosiddetto salario per obiettivi. Per capirci, il contratto
nazionale non può far crescere i salari. Di più, la premessa
ideologica del documento dice che il miglioramento delle condizioni
di reddito dei lavoratori si fa attraverso la crescita della qualità
e della competitività delle imprese. Quindi, per essere chiari si
accetta la politica dei due tempi, prima la produttività e poi i
salari. Si accetta lo slogan bipartisan, sostenuto in campagna
elettorale sia da Berlusconi sia dal Pd, per cui per distribuire la
ricchezza bisogna produrla. In nessun punto del documento si dice o
si parla di redistribuzione della ricchezza. Si dice che la
contrattazione nazionale dà un minimo e il resto uno se lo deve
guadagnare in azienda. Anche la contrattazione territoriale che
viene esaltata come strumento per estendere il secondo livello di
contrattazione a chi non ce l'ha viene stravolta in questa logica e
diventa il cavallo ruffiano delle gabbie salariali. Infatti, in
questa logica essa può essere conquistata solo se assorbe da un lato
spazio al contratto nazionale e dall'altro diritti e poteri alla
contrattazione aziendale.
La Cgil obietta che almeno ha ottenuto regole democratiche certe.
Penso invece che si vada verso un modello centralizzato e
burocratico delle relazioni sindacali e privo di reale democrazia.
Perché i contratti nazionali verranno in realtà decisi dalle
confederazioni che stabiliranno con le controparti, in quello che
negli anni '60 la Cisl chiamava accordo quadro, quale è l'inflazione
a cui riferirsi. Il contratto nazionale viene così svuotato, in alto
dagli accordi centralizzati a livello confederale e in basso non
dalla contrattazione aziendale ma dal salario legato alla
produttività e al merito. Chiamo questo il ritorno a una forma di
cottimo. Cioè ad un salario che discrimina un lavoratore dall'altro.
Infine, voglio sottolineare che il tanto esaltato accordo sulla
democrazia è regressivo, rispetto almeno alla cultura della Cgil.
Perché si cancella anche l'ipotesi che i lavoratori votino sulle
piattaforme; perché la consultazione certificata, che non è il
referendum, si fa solo sugli accordi, senza forma di partecipazione
al negoziato. E poi perché vengono mantenuti tutti gli inaccettabili
privilegi del sindacalismo confederale a partire dalle quote
riservate per le Rsu. Il modello è quello che ha portato alla
ratifica del luglio 2007.
C'è un filo rosso che lega il clima bipartisan sul lavoro e
l'azione che il Pd sta esercitando sulla Cgil?
Il documento è negativo, ma la trattativa che si prepara lo è ancora
di più perché nasce su una campagna bipartisan a favore della
flessibilità del salario e dei diritti e prefigura un accordo che è
solo a perdere. Per dirla in sintesi invece che correggere i danni
del '93 si prepara un accordo che li aumenta, con più concertazione
e più flessibilità del salario. La Cgil subisce tutta questa
impostazione perché è guidata dalla paura dell'isolamento. In questo
la situazione è davvero opposta al 2002. Oggi la Cgil firmerebbe il
Patto per l'italia e temo che firmi anche un accordo peggiore di
quello. Il risultato elettorale è invece il motivo per cui oggi la
Cgil dice sono costretta a sedermi con Sacconi e la Marcegaglia e
devo prepararmi ad accettare quello che passa il convento. E' questa
paura ciò che produce intolleranza verso la diversità dei
comportamenti e il bisogno di normalizzazione. Ma anche per questo
dico, questa paura va contrastata. Occorre impedire l'omologazione
del sindacato e in particolare della Cgil al quadro politico.
Bisogna respingere i tentativi egemonici sulla Cgil da parte del
Partito democratico senza riproporre alcun collateralismo politico,
neanche con la crisi della sinistra radicale. Tra l'altro,
importanti dirigenti della Cgil che alle elezioni avevano scelto
l'Arcobaleno ora si schierano con Epifani. Il nodo è sindacale,
ovvero l'indipendenza del sindacato. Oggi la Cgil paga la mancata
autonomia da Prodi. E rischia di farlo nella maniera peggiore di
fonte all'attacco della Confidunstria e di Berlusconi. Per questo io
vedo la battaglia che si apre prima di tutto come una grande
battaglia di autonomia e indipendenza. Come diceva Di Vittorio, dai
padroni, dai governi e dai partiti.
09/05/2008
fonte: Liberazione |