Contratti, buonumore a destra
Maurizio Sacconi e Alberto Bombassei si felicitano per le scelte delle segreterie sindacali
Francesco Piccioni

 
L'accordo tra le segreterie generali di Cgil, Cisl e Uil sulla riforma del modello contrattuale piace. Per ora soprattutto al neoministro del welfare - e coautore della «legge 30» - Maurizio Sacconi, nonché al vicepresidente uscente di Confindustria, Alberto Bombassei. Il primo si è mantenuto sulle generali, definendola «una buona intesa che di per sé costituisce un modo più agevole per perseguire un nuovo modello contrattuale». Entra invece già nel merito Bombassei, con spirito molto pratico: il punto sulle sanzioni per le imprese che dovessero ritardare il rinnovo contrattuale («potrebbe essere accettato se poi si prevedono sanzioni anche dall'altra parte») e quello sull'«inflazione realisticamente prevedibile» («una definizione talmente complicata che rischia di essere male interpretata, e preferirei non ce ne fossero»).
Quanto basta per capire che difficilmente questo testo, che ha già diviso la Cgil, passerà indenne al confronto con Confindustria e il governo. I quali, intanto, incassano il successo politico: la maggioranza Cgil si appresta a cambiare pelle (e pratiche) all'organizzazione storica del movimento operaio italiano. Scorrendo il testo è facile vedere la contraddizione tra obiettivi dichiarati (ad esempio «migliorare le condizioni di reddito» dei lavoratori) e mezzi pensati per raggiungerli (la fumosa «inflazione realisticamente prevedibile» cui andrebbe agganciata la rivalutazione economica in sede di contratto nazionale; ma soprattutto «la contrattazione accrescitiva di secondo livello» subordinata a «produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia).
Ha molte ragioni, su questo punto, Nicola Nicolosi, coordinatore dell'area Lavoro e società, che si chiede «perché si fa tanta fatica a inserire in un documento sindacale l'obiettivo di aumentare i salari?». In fondo l'ultimo congresso della Cgil (Rimini, 2006) si era chiuso unitariamente proprio grazie alla dichiarazione di chiusura dell'epoca della «moderazione salariale». Questa bozza di «piattaforma», invece, accetta vincoli (produttività e redditività a livello aziendale) che nella pratica potranno essere tradotti soltanto in un modo: se vuoi guadagnare di più devi lavorare di più, non chiedere un aumento a parità di ore. Ossia l'apertura a un rapporto individuale (e perdente) tra lavoratore e imprenditore, che prefigura la fine del ruolo sindacale fin qui conosciuto.
Perché accettare ora quel che non si poteva accettare - e la Cgil abbandonò il tavolo con Confindustria proprio su questi punti - quattro anni fa? Più che un sospetto è quasi una certezza il fatto che abbia pesato molto, nelle scelte di Corso Italia, l'esito delle elezioni. Non solo per il timore di dover agire conflitto in condizioni di semi-isolamento contro un governo socialmente «forte»; non solo per la scomparsa di una rappresentanza di sinistra in parlamento; «ma anche» per le scelte veltroniane, che hanno precluso al Pd, in futuro, quasi ogni rapporto con la sinistra. Per chi non ignora i profondi legami storici tra Cgil e quello che era il Pci, si tratta di un'equazione senza incognite.
Ha vinto, a giudizio di molti, la Cisl di Bonanni, che da tempo punta a un sindacato unitario caratterizzato soprattutto come «servizio», «aconflittuale» (secondo una definizione già usata da Sergio Cofferati...), cooperante con imprese e governi. E che mal sopporta la legittima esigenza dei «rappresentati» di incidere sulle scelte e i passaggi «concertati» dai vertici. E proprio in materia di rappresentanza (modalità per verficarla e certificarla) sembra essersi esaurita tutta la spinta propositiva dell'attuale gruppo dirigente della Cgil. Fosse stato per la Cisl, come già avvenuto nella prima stesura della piattaforma, in febbraio, questo argomento sarebbe forse rimasto nella penna.