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Documento presentato da Giorgio Cremaschi e Dino
Greco al Direttivo della Cgil del 7 maggio 2008
La scelta di far precipitare sulla Cgil un documento rigido e
immodificabile, se non al tavolo delle trattative con la
controparte, chiedendo nella sostanza l’ennesimo voto di fiducia al
segretario generale su di esso, è un atto di chiusura autoritaria
che più di ogni altra cosa rappresenta la crisi di questa
organizzazione.
La Cgil non ha mai discusso di contrattazione, di contratti
nazionali, di contratti aziendali, di modello contrattuale. Questo
direttivo non ha mai fatto una discussione che davvero affrontasse
il mestiere del sindacato in questi anni. All’improvviso si presenta
l’organizzazione di fronte al fatto compiuto. Il documento delle
segreterie unitarie è contemporaneamente ambiguo e pericoloso, si
apre il negoziato nella condizione peggiore, in un quadro confuso,
privo di riferimenti contrattuali, politici e culturali, sotto
l’attacco della Confindustria. Con il rischio concreto che si
concluda solo con un accordo a perdere.
Il difetto di partenza che ha portato a questo passaggio
profondamente negativo, è che non si è mai voluto analizzare
l’andamento reale della contrattazione, fare un bilancio della
concertazione. Bilancio che è profondamente negativo. Sono stati i
grandi mezzi di comunicazione di massa a dirci che in Italia c’era
una catastrofe salariale e che dovevamo fare qualcosa. Senonché
quello che si fa va nella direzione opposta dell’aumento del salario
e della solidarietà sociale.
La catastrofe dei salari viene da lontano, dall’eliminazione
traumatica della scala mobile, che serviva proprio a garantire una
quota di salario certo ai più deboli, a tutte e a tutti coloro che
non riuscivano a rinnovare in tempo utile contratti nazionali o
aziendali. In aggiunta, con l’accordo del ’93, si è poi posto un
tetto agli aumenti dei contratti nazionali, mettendoli così sempre
un passo indietro rispetto alla tenuta del potere d’acquisto dei
lavoratori. E’ bene ricordare che i due accordi separati del
contratto dei metalmeccanici ci sono stati proprio di fronte al
tentativo della Fiom di superare i tetti del ’93 e di rivendicare
nel contratto nazionale una quota di produttività.
Ora, invece che correggere gli aspetti negativi del 23 luglio, con
il documento Cgil-Cisl-Uil li si accentua. I soldi non hanno tenuto
il passo con l’inflazione e con i profitti non perché c’era troppo
contratto nazionale, ma perché ce ne era troppo poco. Perché il
contratto nazionale non aveva più in basso il sostegno della scala
mobile, mentre subiva in alto la costrizione della gabbia della
concertazione. Ora, invece che togliere la gabbia si vuol togliere
il contratto nazionale, o almeno ridimensionarlo. Si dirà che
nessuno vuole cancellare il contratto nazionale, esattamente come
così si diceva quando è cominciato il processo di smantellamento
della scala mobile. Purtroppo la logica è la stessa di allora.
Se ci sediamo al tavolo accettando un’impostazione che dice che per
guadagnare di più bisogna dare più produttività e questa la si deve
recuperare in azienda, è inevitabile che si finisca per
ridimensionare il già tenue ruolo del contratto nazionale a favore
non della contrattazione aziendale, ma del salario individuale. Se
poi si pensa che la contrattazione territoriale possa aumentare
salari e poteri, coprendo i buchi vecchi e nuovi del contratto
nazionale, allora le esperienze del contratto dei lavoratori
agricoli e degli artigiani ci dicono che è vero esattamente il
contrario e che la contrattazione territoriale verrà istituita solo
se porterà alle gabbie salariali.
Purtroppo c’è una coerenza in queste scelte, che nasce dalle
decisioni sbagliate di questi anni. E’ per questo che sarebbe stato
necessario confrontarsi tra ipotesi alternative. Che qui
sintetizziamo in tre punti:
1. la garanzia di un recupero salariale certo per una quota di
salario di fronte all’inflazione,
2. la liberazione dei contratti nazionali da ogni vincolo, facendo
di essi lo strumento fondamentale per l’aumento delle retribuzioni
reali, come deciso nel congresso,
3. la liberazione della contrattazione aziendale dal vincolo
esclusivo del rapporto con la produttività e la redditività,
rilanciando davvero il confronto sull’organizzazione del lavoro, la
professionalità, la salute e la sicurezza con una diffusa campagna
di contrattazione articolata.
La Cgil doveva compiere queste altre scelte se voleva uscire
dall’angolo, ma non è questa la cosa più grave. Il fatto più grave è
che queste scelte, che sono parte della cultura fondante
dell’organizzazione, sono state semplicemente stralciate dal
confronto. Si doveva avere il coraggio di presentare due ipotesi,
quella del ridimensionamento e quella del rafforzamento del
contratto nazionale, alla consultazione degli iscritti e dei
lavoratori e magari chiedere proposte, modifiche, aggiunte. Si
doveva costruire il confronto sul modello contrattuale esercitando
la partecipazione. Avremmo bisogno di più democrazia e più
partecipazione anche solo per realizzare gli obiettivi del documento
Cgil-Cisl-Uil, e invece operiamo con metodi autoritari.
Per queste ragioni non condividiamo il documento qui presentato e
riteniamo necessario che nei luoghi di lavoro si svolga una
consultazione vera e non un’informazione, con voto segreto già sulla
piattaforma e che sia possibile aprire nella consultazione una
dialettica fra posizioni diverse.
Roma, 7 maggio 2008
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