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Stefano Bocconetti
Hanno vinto. Stravinto. Più o meno l'hanno sempre saputo
tutti: gli studiosi dell'economia, certo, ma anche i
sindacalisti, i dirigenti dei partiti (tranne forse qualcuno
nel piddì), le persone, le semplici persone. Solo che ora
quel "successo" è quantificabile nel dettaglio. Dunque, in
appena un quarto di secolo, il sistema delle imprese ha
sottratto ai salari otto punti percentuali del Pil, del
prodotto interno lordo. Prima, prima degli ani '80, i
profitti si prendevano il 23, 12 per cento del pil. Ora si
intascano quasi il 32 (31,3 per l'esattezza). Una
redistribuzione gigantesca, uno spostamento di ricchezza
nelle mani di chi già ne possedeva tanta che fa impressione
se tradotta in cifre, in euro. Per capire: otto punti di Pil
- con i "numeri" del Pil odierno - significherebbero 120
miliardi di euro. Tradotto: se fosse "cancellato" l'ultimo
quarto di secolo, se i rapporti fra lavoro e imprese
tornassero indietro nel tempo - diciamo a prima della
sconfitta alla Fiat - oggi i diciassette milioni di
stipendiati e salariati avrebbero settemila euro in più in
busta paga. Ogni anno.
I dati, li ha forniti la Bri, la banca dei regolamenti
internazionali, una delle più attendibili fonti di
"monitoraggio" delle tendenze economiche. E li ha anticipati
ieri, con un'analisi approfondita, la Repubblica .
Dunque, più profitti e meno salari. Come è stato possibile?
Questo lo studio non lo spiega. Ma basta accostare i
passaggi più significativi di questa redistribuzione con le
vicende politiche e sindacali per accorgersi dei nessi. Dei
rapporti esistenti. Allora, il punto di partenza sono gli
anni '60, il boom economico, la "ripartenza" dell'Italia
dopo le difficoltà del dopo guerra. In quegli anni, il
sistema delle imprese si "accontentava" del ventitrè per
cento del Pil. Al lavoro, ai redditi da lavoro dipendente
restava poco meno del settanta per cento. Più o meno come
avveniva in quasi tutti i paesi dell'Occidente.
Qualche frazione di punto in più, a favore del salario, lo
si registra alla fine degli anni '60, durante l'"autunno
caldo". Numeri quasi impercettibili.
La scossa, quella vera, la si registra a metà degli anni
'80. I "profitti" salgono, salgono. Si accaparrano una fetta
sempre più grande della ricchezza prodotta in Italia.
La spiegazione è semplice: gli anni nei quali i "sensori"
economici hanno rilevato uno spostamento dai salari alle
imprese, erano stati preceduti dai 35 giorni di occupazione
a Mirafiori, nell'autunno dell'80. La più dura prova del
sindacato italiano nel dopoguerra, che si è chiusa
esattamente come la Fiat aveva immaginato e sperato: con i
licenziamenti di massa, con l'affermazione della
"legittimità" dei licenziamenti di massa. E con la repentina
riduzione del ruolo, del «peso politico» si diceva, del
sindacato.
E ancora: quel primo,
significativo spostamento di risorse verso le imprese, era
stato preceduto dal taglio dei punti di scala mobile. Quei
quattro punti decisi dal governo Craxi, contro cui,
inutilmente, si oppose la sinistra, prima con mesi di
ostruzionismo parlamentare e poi con un referendum, nel
quale fu sconfitta.
Eppure, anche elementi così rilevanti nella storia sociale
di questo paese non hanno avuto il peso degli accordi
siglati da sindacato, Confindustria e governo agli inizi
degli anni '90. Accordi il cui risultato è leggibile
benissimo nei dati forniti dalla "Banca dei regolamenti
internazionali": a metà degli anni '90, i profitti sfondano
il muro del trenta per cento. Superano quella soglia. Da
allora in poi, le imprese si sono prese più di un terzo del
prodotto interno lordo.
Anche qui, la spiegazione, forse, è più semplice di quel che
si possa pensare. Certo ci si riferisce a fenomeni
internazionali, a tendenze dell'economia globale che si sono
affermate nel corso di decenni. Ma che pure sono "leggibili"
nel nostro paese in fatti concreti. Databili con esattezza.
Nell'estate del '92, la trattativa a tre, decise di
eliminare la scala mobile. Quel sistema automatico di
protezione dei salari che compensava le buste paga dagli
effetti dell'aumento del costo della vita.
Di più, l'anno successivo, il 23 luglio - data che dà il
nome all'accordo - gli stessi protagonisti (sindacato,
imprese e governo) decisero, di fatto, di mettere un tetto
ai salari. Si decise che gli aumenti delle buste-paga, nei
rinnovi contrattuali, sarebbero stati legati solo
all'inflazione programmata. E si parla di aumenti
contrattuali, siglati ogni tre anni se va bene, non annuali.
A conti fatti, i salari sono così risultati l'unico
"elemento" economico sotto controllo. I prezzi hanno
continuato a crescere, le tariffe pure, la spesa pubblica,
la spesa sociale a ridursi. Ma le buste-paga hanno dovuto
fare riferimento solo all'inflazione programmata.
Per essere ancora più chiari: nel giro di poco tempo, meno
di un decennio, venti milioni di persone hanno visto ridursi
- e consistentemente - gli strumenti che si erano inventati
a tutela dei loro redditi. Prima la contingenza - appunto,
la scala mobile - poi il valore economico del contratto
nazionale. Anche allora - esattamente come avviene in questi
giorni - si disse, e lo dissero anche autorevoli dirigenti
della Cgil, che la "perdita" su quei due versanti sarebbe
stata compensata da un incremento della quota salari da
redistribuire nella contrattazione articolata. Nelle
vertenze di fabbrica. Non è stato vero, non è vero. La
contrattazione articolata ha interessato meno del venti per
cento dei lavoratori. Nulla, o quasi.
Così, i profitti si sono presi alla fine degli anni novanta
un terzo del Pil. E non si sono fermati: due anni fa, nel
duemila e cinque, la fetta era ulteriormente cresciuta. Era
arrivata al trentuno e trentaquattro per cento. Di
conseguenze le buste-paga, tutte le buste-paga, si sono
dovute accontentare del sessantotto e sette per cento. Ai
lavoratori va sempre meno, mettendoci dentro anche il
"colpo" ricevuto col cambio della lira con l'euro. La Fiom
ha calcolato che lo stipendio medio di un metalmeccanico
oggi è di mille e duecento euro. In lire, sarebbe stato due
milioni e trecentocinquanta mila. Non alto, ma dignitoso.
Oggi mille e 200 euro non bastano. A nulla.
E non sembra finita. Non sembra proprio finita. Perché
proprio in questi giorni le tre confederazioni hanno
annunciato di aver raggiunto un accordo. Fra di loro, che
non sarà difficile allargare anche alla Confindustria.
Accordo che pomposamente chiamano di riforma della struttura
contrattuale. Anche in questo caso, però, nulla di nuovo.
Insomma: si va nella stessa direzione di sempre. L'idea è
quella di trasferire ulteriori risorse verso la
contrattazione aziendale, continuando a rendere sempre più
sottile il contratto nazionale. Di più: l'idea, sostenuta da
tutte e due le più grandi forze politiche che si sono
"fronteggiate" in questa campagna elettorale, è quella di
legare il salario alla produttività nelle aziende. Guadagni
di più solo se produci di più, guadagni di più solo se
l'azienda è in grado di produrre di più.
Sta per saltare, insomma, l'ultimo strumento, tenue, a
difesa dei salari. E quel terzo di Pil intascato dalle
imprese continuerà a crescere. Come è avvenuto in tante
altre parti del mondo. Come è avvenuto nel paese del Sol
Levante dove negli stessi venticinque anni, i profitti sono
aumentati di nove punti, o in Spagna, dove in venticinque
anni si è passati dal 27 per cento al trentatrè per cento.
Ma anche qui, forse vale la pena riflettere su un altro
dato. Che lo spostamento di ricchezze verso le imprese se
riguarda tutto il mondo, è meno accentuato - un po' meno
accentuato - in alcune zone. In alcuni paesi. Su questo non
arriva in soccorso lo studio della "Bri" ma occorre servirsi
di altre fonti. La Germania, per esempio, dove la
redistribuzione è un pochino meno vantaggiosa per le
imprese. Vale la pena allora interrogarsi se in qualcosa,
almeno in qualcosa, abbia pesato il modello contrattuale di
Berlino. Quello difeso a spada tratta dal potente sindacato
dei metalmeccanici tedesco. Difeso dagli assalti dei governi
socialdemocratici prima e poi di Grande Coalizione. Quello
che prevede il rinnovo annuale della parte salariale, quello
che prevede ogni anno la definizione di un adeguamento delle
buste-paga all'inflazione. Quella vera, non quella
immaginata dai governi.
In Italia si sta scegliendo un'altra strada. E dire che
appena poche settimane fa, in piena campagna elettorale,
tanti - anche quelli che non avevano le carte in regola per
farlo - mettevano l'accento sulla "questione salariale". Chi
non ricorda le tante denunce sulla terza settimana?
Sull'impossibilità per una famiglia su tre ad arrivare alla
fine del mese? Ora è tutto dimenticato, ora si va in
un'altra direzione. Lo fa anche il sindacato. Che sta
trasformandosi sempre più in quello che un grande segretario
della Fiom, che non c'è più, Claudio Sabattini chiamava "il
sindacato di mercato". E gli indici economici si limitano a
prenderne atto. Hanno vinto, insomma.
04/05/2008 |