«Altro che moderne relazioni sindacali

Fabio Sebastiani
«Altro che moderne relazioni sindacali. Se cade il contratto nazionale di lavoro si torna alla fine dell'800». Osvaldo Squassina, ex segretario bresciano della Fiom, esperto di salari e buste paga, scuote la testa. Questa storia del rinnovo dei modelli contrattuali attraverso un forte riequilibrio a favore dei contratti aziendali non lo convince proprio. E come lui molti sindacalisti che anche da posizioni "di destra" hanno sempre guardato al vincolo di solidarietà tra lavoratori come allo strumento fondamentale per la garanzia dei diritti elementari, primo fra tutti quello a non trovarsi costantemente sotto il ricatto individuale. «Innanzitutto, chi oggi parla di spostare l'accento nei rapporti aziendali - aggiunge Squassina - non si rende conto che il primo e il secondo livello di contrattazione sono due facce di una stessa medaglia. Dal punto di vista del lavoratore, se si depotenzia la prima anche la seconda sarà più debole». Difficile dargli torto, soprattutto se si pensa al fatto, storico, che il contratto nazionale nel "biennio rosso" nasce esattamente come tentativo di fare massa critica, di non farsi più "circondare" dai padroni fabbrica per fabbrica.
Un altro elemento da notare, secondo alcuni esperti di diritto del lavoro, è che la fine del contratto nazionale potrebbe avere tra le sue conseguenze anche effetti anticostituzionali, laddove si parla di parità di salario a parità di lavoro. Se, a partire dal maggior peso del contratto aziendale, infatti, si dovesse arrivare alle "gabbie salariali", il rischio di una corsa al ribasso del costo del lavoro potrebbe portare a fortissime differenze nella busta paga per aree e quindi anche nelle stesse categorie.
Un pericolo ben presente agli stessi imprenditori. E' lo stesso Carlo Dell'Arringa sul "Sole 24 ore" di ieri a vedere nella «rete protettiva dei salari minimi, sotto la quale non è socialmente opportuno scendere» una possibile soluzione a questo problema. A dire la verità i commi costituzionali dell'articolo 36 a rischio sarebbero due, compreso quello della retribuzione sufficiente «ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa a tutti i lavoratori e alle loro famiglie».
«La determinazione del salario minimo - sottolinea ancora Squassina - è una cosa difficilissima che di fatto è in vigore proprio nei paesi dove non c'è un contratto nazionale. Sarebbe una gestione tutta politica della lotta sindacale e della rivendicazione dei lavoratori».
Anche Nicola Nicolosi, leader di Lavoro Società, sottolinea l'estrema difficoltà a dipanare un nodo di questa portata. «A quel punto vuol dire che passeremmo da un modello rivendicativo a uno redistributivo». «Voglio sottolineare però - aggiunge - che nei paesi dove è in vigore il modello redistributivo attribuisce al salario una fetta di ricchezza nazionale di almeno dieci punti maggiore rispetto a quella italiana attualmente ferma al 40%». «La funzione del contratto nazionale - conclude Nicolosi - gioca un ruolo fondamentale nell'assetto democratico del paese e a guardar bene la storia è stato, insieme alla scuola e alla televisione, l'unica esperienza non retorica e celebrativa dell'unità del paese».
Per Danilo Barbi, segretario generale della Cgil dell'Emilia Romagna, il nodo del confronto con gli imprenditori non si può far risalire unicamente all'equilibrio tra primo e secondo livello del contratto. «Il panorama è piuttosto frastagliato - dice - perché ci sono anche quelli che non vogliono il contratto aziendale, come nel commercio, o addirittura, come nell'artigianato, che spingono per quello regionale». «E' indubbio - continua Barbi - che l'equilibrio tra contratto aziendale e contratto nazionale è in discussione, ma la battaglia è per la contrattazione tout court». Per Barbi, comunque, il contratto nazionale è quello che ha «promosso le condizioni di miglioramento sociale e collettivo dei lavoratori». E non solo da un punto di vista economico.
Contro la revisione dei modelli contrattuali, infine, anche il mondo del sindacalismo di base è in movimento. Il 17 a Milano è prevista una grande assemblea di delegati e delegate. Cinque i punti all'ordine del giorno: salari, sicurezza, precarietà, rappresentanza e concertazione. «Il problema del contratto nazionale - sottolinea Paolo Leonardi - è il suo rafforzamento perché così come è non fa altro che dare un po' di salario in cambio della cessione di diritti».


04/05/2008