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Fiat Zastava, è il
mercato o la campagna elettorale?
Tommaso Di Francesco
È una notizia importante
quella che arriva da Belgrado e che
coinvolge il Gruppo Fiat che negli anni '50,
all'epoca di Tito, contribuì a realizzare la
Zastava di Kragujevac. I serbi l'hanno
potuto vedere in tv. L'hanno scoperta in t v
anche i sindacati che per anni si sono
battuti per la salvare l'occupazione. Gli
stessi che a poche ore dai raid della Nato
che il 27 marzo 1999 la distrussero
seminando devastazione ovunque - ci furono
più di 120 feriti e molti morti tra quelli
che lavorarono per mesi tra le macerie
contaminate da uranio impoverito -
comiciarono a ricostruirla. L'occupazione
residua, da 36mila operai iniziali, è
diventata di 4.900 operai (4mila alla
fabbrica di automobili e 900 a quella dei
camion).
Dentro l'immensa povertà di Kragujevac che, gomito a gomito, vive la miseria della massa dei profughi fuggiti dal Kosovo, in una vasta periferia di desertificazione sociale della quale tutti i poteri in campo si sono disinteressati. Deve essere per questo che tra gli operai di Kragujevac emerge stupore, se non incredulità. Gli operai sindacalizzati, che hanno ricostruito con le loro mani gli impianti produttivi, non si fidano. «300mila vetture rispetto alle 12mila di oggi. Sembra un comizio elettorale del Partito democratico di Boris Tadic», ci dicono tre delegati sindacali raggiunti per telefono, e perfino un rappresentante del sindacato più vicino a Tadic, commenta: «Ci credo e non ci credo». Il sospetto è d'obbligo. Non solo perché le promesse qui non sono mai state mantenute. Il fatto è che l'annuncio in tv viene proprio il giorno dopo l'altrettanto televisivo annuncio dell'apertura dell'Ue a Belgrado con il Trattato di adesione (Asa). Un fatto tre volte ambiguo. È infatti soltanto simbolico (per ammissione dei contraenti), non entrerà in funzione, visto che è stato approvato con la clausola che non diventerà attuativo finché non saranno consegnati i super-ricercati Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Lì in tv, accanto a Boris Tadic e mezzo governo serbo a lui legato, c'era per la Ue lo stesso Javier Solana che il 17 febbraio è corso a Pristina ad applaudire l'indipendenza unilaterale del Kosovo dalla Serbia. Una firma a dir poco di scontro con l'altra parte della Serbia, pur europeista come quella dell'escluso premier Vojslav Kostunica che grida «il nuovo governo cancellerà tutto», o quella ultranazionalista dei Radicali. Soprattutto per la scelta del momento: in piena campagna elettorale, si vota infatti per le politiche l'11 maggio. «Vogliamo entrare in Europa con il Kosovo», pensano i serbi che, per il sondaggio Gallup, si avviano a premiare al voto gli ultranazionalisti e Kostunica. A meno che non arrivi un colpo di teatro, l'«apertura» dell'Ue. E a meno che Boris Tadic, protagonista dello strappo, non voglia mandare questo messaggio agli elettori: con me tornano gli investimenti esteri. Forse è più credibile pensare che con la joint venture Fiat Zastava ci troviamo di fronte al primato del mercato e basta. Perché, anche dopo l'accordo tra la russa Gazprom e la Serbia, c'è indubbiamente una maggiore appetibilità del mercato serbo e della sua capacità di proiezione nei Balcani e verso Oriente. Comunque, i dubbi restano. «Vogliamo lavoro e investimenti esteri - ci dicono gli operai da Kragujevac - ma il Kosovo è Serbia». Eppure i ricatti sono destinati a pesare. |