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La Cgil orfana del voto
amico
Loris Campetti
Il vostro programma è il
mio programma, e viceversa. L'ultimo
congresso della Cgil era stato segnato dalla
suggestione per l'incipiente governo Prodi,
su cui il segretario generale del più grande
sindacato italiano, Guglielmo Epifani, e la
maggioranza del suo gruppo dirigente avevano
investito con convinzione. Un mese dopo, il
governo Prodi è arrivato. E' durato due anni
e in questi due anni è cambiato il paese -
gli orientamenti e le soggettività - ma è
cambiata anche la Cgil.
Con il governo Prodi l'atteggiamento del primo sindacato italiano è stato fin troppo generoso, rispetto alle questioni sociali su cui pure quel congresso aveva preso posizioni nette. La lotta alla precarietà, la difesa dei salari e delle pensioni, innanzitutto, avendo alle spalle, la Cgil, una grande mobilitazione culminata nella manifestazione al Circo Massimo con Cofferati e con la raccolta di cinque milioni di firme, mentre Cisl e Uil varavano la legge 30 con un accordo separato, senza e contro la Cgil. Ma erano altri tempi, era la stagione di Berlusconi in cui le piazze erano piene di lavoratori, di pacifisti, di no global, di società civile; erano i tempi in cui si parlava delle Camere del lavoro come case comuni della sinistra, luoghi aperti ad altre culture, ad altri movimenti e in fondo, a una grande speranza collettiva. E ad alleanze sociali e politiche che oggi potrebbero apparire quanto meno audaci. La logica del governo amico, più praticata che ideologizzata, ha toccato livelli particolarmente alti già nel primo anno del governo Prodi, quando una manifestazione - il 4 novembre del 2006 - sul tema caro alla Cgil della lotta alla precarietà, è stata trasformata dal gruppo dirigente di corso d'Italia in uno spartiacque tra buoni e cattivi, responsabili e irresponsabili. Non si può criticare un governo già attaccato dalle destre all'opposizione e da quelle al governo. In questo clima, con una precipitazione del confronto interno all'organizzazione, è iniziato un processo alle posizioni più radicali, meglio sarebbe dire più autonome, dentro e fuori il sindacato. La scelta della Cgil di siglare l'accordo con il governo e la Confindustria sul protoccolo sul welfare e di blindare il referendum tra i lavoratori e i pensionati, trasformandolo in un voto sul governo amico, ha approfondito il fossato non tanto con le sinistre interne, con la Fiom e le aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 Aprile, nonché con la nascitura Sinistra Arcobaleno, quanto piuttosto con la fascia più sofferente dei lavoratori. I fischi a Mirafiori, troppo presto rimossi, ai segretari generali delle tre confederazioni gridavano questa sofferenza, denunciavano una solitudine e una delusione per l'operato di un governo poco amico che aveva scelto la politica dei due tempi: prima il risanamento e poi la redistribuzione. Quei fischi rappresentavano un appello ai sindacati ad assumersi la responsabilità della difesa della loro gente, criticando un atteggiamento troppo accondiscendente verso una politica economica che invece di ridurre le ingiustizie sociali le aumentava. Poi è arrivato il Partito democratico, è caduto il governo Prodi ed è cominciata la campagna elettorale. Un pezzo di segreteria della Cgil è passata direttamente da corso d'Italia alle liste del Pd, mentre Epifani, Bonanni e Angeletti affiancavano Veltroni sul palco di Brescia. Se c'è il partito unico può ben esserci anche il sindacato unico, la cui vocazione è la concertazione con il governo e le controparti sociali. Per realizzare finalmente la riforma del sistema contrattuale, riducendo i contratti nazionali al puro recupero dell'inflazione e spostando sul secondo livello - nelle aziende dove si fa l'integrativo, una netta minoranza - gli aumenti salariali. Legati alla produttivita, naturalmente. Mentre comincia a passare l'idea che se i salari sono troppo bassi bisogna defiscalizzare gli straordinari e far lavorare più ore i salariati per incrementarne le buste-paga. Ma in Italia è successo qualcosa di straordinario. L'operazione di rinnovamento e semplificazione di Veltroni ha compiuto il miracolo di far stravincere le destre e cancellare la Sinistra Arcobaleno. Lo scenario è cambiato, al governo è tornato il trio Berlusconi, Fini e Bossi. C'è qualcosa da ripensare nella Cgil? Oppure la concertazione si può fare proprio con tutti? E i contratti nazionali vanno comunque sterilizzati? E il sindacato unico resta l'obiettivo? Se è così, ha ragione chi nella segreteria di Epifani sostiene che se la Sinistra è stata cancellata, non c'è ragione perché essa «resti sovrarappresentata» nella Cgil. In vista della Conferenza d'organizzazione, se dovesse passare questa logica, non potrebbe che accentuarsi la campagna di «bonifica» ai danni delle sinistre interne. C'è naturalmente un'altra strada possibile, che passa attraverso un'autocritica per aver mal sopportato e poi rimosso i fischi di Mirafiori. Per un difetto di autonomia nei confronti della politica, e non solo. Di becchini della sinistra ce ne sono già abbastanza, che si affiancano alla vocazione suicida della sinistra stessa, perché debba scendere in campo anche la Cgil. Che forse farebbe bene a guardare dentro il proprio corpo militante, ferito e deluso. E a chiedersi come mai, mentre la Cgil sosteneva il governo amico e poi il Pd sul palco di Brescia, la sua gente andava a votare per la Lega e Berlusconi, oppure neanche andava a votare. Sempre a Brescia. C'è ancora tempo per riaprire e far prendere aria alle Camere del lavoro. |