|
Davide Varì
Non accadeva dal '96. Da più di dieci anni, infatti,
l'inflazione non registrava un aumento verticale così
importante. I dati diffusi ieri dall'Istat, del resto,
parlano chiaro e ci dicono che a marzo la nostra
inflazione è arrivata al 3,3%. Un pesantissimo +0.4
rispetto al dato di febbraio. Non solo, la decisa
tendenza al rialzo viene conferma anche dalla
rilevazione dei prezzi alla produzione, dalla quale,
sempre a febbraio risulta un aumento su base annua del
5,7%.
Come se non bastasse, Confindustria, il centro studi di
Confindustria, fa sapere che la situazione non è poi
così grave e che le misure per tutelare le fasce della
popolazione più colpite dall'aumento dei prezzi «non
passano nè attraverso blocchi o controlli sui prezzi, nè
per aumenti generalizzati delle retribuzioni con sconti
fiscali estesi a tutti. Occorre - specificano da viale
dell'Astronomia - che il Paese adotti finalmente un
welfare moderno» Come dire, a nessuno venga in mente di
far sborsare i soldi alle imprese, è compito dello
Stato, semmai, metter mano al portafogli.
Di fronte a tutto questo lo sforzo di Piergiovanni
Alleva, ordinario di diritto del lavoro all'Università
degli Studi di Ancona, non è tanto, o non è solo
concentrato sulle cause di questo aumento
dell'inflazione - petrolio alle stelle, recessione
mondiale e così via - quanto, piuttosto, sulle azioni da
intraprendere per tutelari i salari e il potere
d'acquisto dei lavoratori.
Parla esplicitamente di scala mobile Alleva, che «non è
un parolaccia», ma un modo concreto per «salvaguardare
il poter d'acquisto dei lavoratori e degli strati
sociali più deboli ed esposti». Anche perchè proprio
Alleva nel lontano '93, quando si decise di abolire la
scala mobile, fu tra i pochi a manifestare i propri
dubbi: «Lasciando le retribuzioni al gioco dei rapporti
di forza tra le parti - ebbe a dire allora - entro dieci
anni i salari italiani diverranno i più bassi d'Europa».
Una profezia che purtroppo si è avverata.
Non solo, il professor Alleva è convinto che gli
strumenti di misurazione dell'inflazione, il famoso
paniere, almeno così com'è oggi «non è assolutamente
rappresentativo dell'uomo medio. Anche perchè l'uomo
medio non esiste più». Soluzione? «Progettate un paniere
di beni di consumo primario su cui costruire vere forme
di garanzie dei salari».
Professor Alleva, l'inflazione schizza al 3.3%, non
accadeva da 10 anni. Cosa succede?
I motivi sono quelli che ormai conosciamo da tempo.
Aumento del prezzo del petrolio, recessione mondiale e
così via. Ma il problema, il problema che dobbiamo
risolvere riguarda la tutela del potere d'acquisto dei
lavoratori.
Da parte sua Confindustria fa sapere che la situazione
non è poi così drammatica e che i soldi per i lavoratori
devono arrivare dallo Stato e non certo dalle imprese...
Non mi stupisce. Confindustria continua a fare
rigorosamente il proprio mestiere, il mestiere di
padrone. E' infatti evidente che a viale dell'Astronomia
parlano di possibilità di aumento salariale solo
parziale e legato esclusivamente al risultato
produttivo. Di fronte al risultato sono disposti a
pagare solo una parte della retribuzione. Il resto, sia
chiaro, lo paga lo Stato. Insomma, massimo rendimento
per l'impresa e massima fatica e incertezza per il
lavoratore.
Da Sinistra, invece, per dare più potere d'acquisto ai
salari arriva la proposta di una nuova "scala mobile".
Che ne pensa?
Innanzi tutto credo che non si debba aver paura delle
parole. Chi parla di scala mobile sembra quasi che dica
una parolaccia. Vogliamo chiamarla indicizzazione?
L'importante è che ci si metta d'accordo sulle modalità.
Da questo punto di vista vedo due possibili strade. La
prima riguarda la tutela del potere d'acquisto
attraverso un'integrazione rispetto all'adeguamento in
via contrattuale o alla salvaguardia di quest'ultimo. Mi
spiego, la scala mobile vera è quella che tutela il
valore reale dei salari compresi gli incrementi
contrattuali. Ogni contratto è acquisizione di ricchezza
nuova. Se il costo della vita è passato da 100 a 105, di
questo 105 posso avere un aumento salariale che mi porta
a 103. Il problema a questo punto è: indicizzo solo i 2
punti necessari per arrivare a 105 o indicizzo anche il
103? Come seconda scelta metodologica possiamo pensare
di adeguare i salari aumentando il guadagno nominale,
dando dunque più soldi al lordo oppure aumentando il
guadagno al netto. Mi spiego, per avere la stesso potere
d'acquisto con 100 devo avere 105 netti oppure 108 lordi
che mi diventano 105. Altrimenti devono togliermi i 5
punti dalla tasse.
In questo caso però pagherebbe il nostro erario e non le
imprese.
Certo, a questo punto dobbiamo decidere se aumentare i
salari o tagliare le tasse. E' evidente che se tagliamo
le tasse tagliamo anche i servizi per cui, alla fin
fine, il peso di tutto ricade sempre sui lavoratori. Per
questo Berlusconi dice di detassare gli straordinari. Se
detassiamo il salario quando vi è un aumento di
produttività significa che il lavoratore viene
retribuito dall'erario. Insomma dobbiamo decidere se
l'aumento salariale devono pagarlo i padroni o lo Stato.
Capisco una scala mobile attraverso la detassazione
quando non vi è aumento di ricchezza, ma non la capisco
affatto quando invece siamo di fronte ad una ricchezza
nuova da dividere tra profitti e salari.
Si parla anche di riprogettazione del nuovo paniere, che
ne pensa?
La misurazione dell'inflazione non è un dato neutro. In
effetti non ha molto senso parlare di paniere unitario
dell' uomo medio. Siamo di fronte ad una polarizzazione
molto importante per cui i ceti più poveri concentrano
la propria capacità di consumo sui beni primari, ed i
ceti benestanti sui beni di lusso e non primari. In
tutto questo sono proprio i beni primari ad aumentare di
prezzo mentre quelli di lusso diminuiscono. Per questo
dico che bisogna pensare di tutelare i beni veri,
progettare un paniere di beni di consumo primario e
garantire i salari proprio rispetto all'eventuale
aumento di quest'ultimi.
01/04/2008
|