Quando i media non si ricordano più di ciò che avevano riferito sul Kosovo
(17 marzo 2008)
Dovremmo credere nel Migliore dei Mondi Possibili! La
macchina della propaganda occidentale ha girato a pieno
ritmo per celebrare l’ultimo miracolo della NATO: la
trasformazione del “Kosovo” Serbo in “Kosova” Albanese.
Attraverso la potenza mediatica, il fatto che gli Stati
Uniti si siano impadroniti senza vergogna alcuna di un
territorio altrui di grande importanza strategica, per
installarvi una gigantesca base militare (Camp Bondsteel), è
stato trasformato in una leggenda edificante di “liberazione
nazionale”.
Per i pochi sfortunati che si sono resi consapevoli della
verità – complicata – sul Kosovo, valgono le parole di
Aldous Huxley, che sembrano confarsi al meglio: “Tu
conoscerai la verità e la verità ti renderà pazzo.”
A proposito del Kosovo, la verità rassomiglia a lettere
scritte sulla sabbia mentre sta arrivando mugghiando lo
tusnami della propaganda.
La verità è disponibile, per esempio in un articolo molto
istruttivo di George Szamuely, pubblicato di recente in
CounterPunch (http://www.counterpunch.org/szamuely02152008.html").
Frammenti di verità sono rintracciabili a volte nei grandi
mezzi di informazione, soprattutto nelle lettere dei
lettori.
Ma, benché io sia priva di speranza su qualsiasi tentativo
di opposizione contro questa marea propagandistica,
nondimeno mi sia concesso di prendere in esame una sola
goccia di questa irresistibile marea: un articolo di cronaca
firmato da Roger Cohen, dal titolo “Un nuovo Stato in
Europa”, pubblicato il giorno di San Valentino
nell’International Herald Tribune.
L'editoriale di Cohen è decisamente tipico del modo
sfacciato con cui tratta di Milosevic, della Russia e dei
Serbi. Cohen scrive: « Slobodan Milosevic, il dittatore
scomparso, ha messo in movimento l’ondata nazionalista ed
omicida della Serbia il 24 aprile 1987, quando si era recato
in Kosovo per dichiarare che “gli antenati dei Serbi
sarebbero stati umiliati” se i Kosovari di etnia Albanese
avessero ottenuto partita vinta.»
Io non so proprio dove Roger Cohen sia andato a pescare
questa citazione, ma che non ha alcun riscontro nel discorso
che Milosevic aveva pronunciato quel giorno in Kosovo. Ed è
cosa sicura che Milosevic non si era recato in Kosovo per
esporre proposizioni di questa fatta, ma al contrario per
consultare i funzionari della locale Lega dei comunisti
della città di Kosovo Polje sulle gravi problematiche
economiche e sociali che investivano la provincia. Oltre
alla povertà cronica della provincia, alla disoccupazione e
alla deplorevole gestione dei fondi per lo sviluppo elargiti
dal resto della Jugoslavia, il principale problema sociale
consisteva nel permanente esodo dal Kosovo di abitanti Serbi
e Montenegrini sotto la pressione dei Kosovari di etnia
Albanese.
In quel periodo, di questo problema anche i principali mezzi
di informazione occidentali erano costretti a prenderne
atto.
Per esempio, ben prima, il 12 luglio 1982, Marvine Howe
scriveva nel New York Times che i Serbi abbandonavano il
Kosovo a decine di migliaia sotto la spinta di
discriminazioni ed intimidazioni da parte della maggioranza
di etnia Albanese: “ Un segretario dell’esecutivo del
partito comunista del Kosovo, Beci Hoti, afferma che i
nazionalisti Albanesi hanno un piano di azione in due punti,
primo, insediare quella che loro definiscono come una
repubblica Albanese etnicamente pura, secondo, fondersi con
l’Albania in modo da costituire la Grande Albania. Il signor
Hoti, un Albanese, esprimeva inquietudini rispetto alle
pressioni politiche che costringono i Serbi ad abbandonare
il Kosovo: oggi, quello che importa di più è stabilire un
clima di sicurezza e creare fiducia.”
E, sette mesi dopo la visita di Milosevic in Kosovo, a sua
volta David Binder riferiva sul New York Times (1novembre
1987): “I Kosovari di etnia Albanese nell’ambito del governo
hanno manipolato i fondi pubblici e le regolamentazioni per
impossessarsi delle terre appartenenti ai Serbi. Monasteri
slavo-ortodossi sono stati attaccati e sono state calpestate
e stracciate le bandiere. Sono stati avvelenati pozzi e i
raccolti sono stati incendiati. Ragazzi slavi sono stati
pugnalati e alcuni giovani di etnia Albanese sono stati
incoraggiati dai più vecchi a stuprare le ragazzine Serbe.
In un’intervista, uno dei nazionalisti più radicali fra i
Kosovari di etnia Albanese ha dichiarato che il loro
obiettivo è la costruzione di una 'Albania etnicamente pura,
comprendente la Macedonia occidentale, il Montenegro
meridionale, una parte della Serbia meridionale, il Kosovo e
la stessa Albania'.
Man mano che gli Slavi se ne scappano per sfuggire alle
violenze prolungate, il Kosovo va trasformandosi in quello
che i nazionalisti di etnia Albanese reclamano da tanti anni
e, con una particolare insistenza, dopo i tumulti sanguinosi
del 1981 scatenati dai Kosovari Albanesi a Pristina, una
regione 'etnicamente pura' dal punto di vista Albanese.”
In effetti Pristina ha costituito il primo esempio di
“purificazione etnica” nella Jugoslavia dopo la Seconda
Guerra Mondiale. È per questa natura che l’evento ha preso
posto nelle pagine del New York Times e di altri mezzi di
informazione occidentali, e le vittime della “pulizia
etnica” erano i Serbi!
Il culto del “ricordo” è divenuto una religione del nostro
tempo, ma certi ricordi sono da meno di altri. Negli anni
Novanta, risultava evidente che il New York Times aveva
dimenticato completamente ciò che era stato scritto nelle
sue pagine sul Kosovo negli anni Ottanta. Perché? Forse
perché, nel lasso di tempo, il blocco sovietico si era
dissolto e l’unità di una Jugoslavia indipendente e non
allineata non corrispondeva più agli interessi strategici
degli Stati Uniti.
Ritorniamo alla presenza di Milosevic a Kosovo Polje, il 24
aprile 1987.
Avveniva un incidente, quando la polizia locale (sotto la
direzione della Lega dei comunisti, dominata dagli Albanesi)
attaccava i Serbi che si erano riuniti per protestare contro
l’assenza di protezione legale. È divenuta celebre la frase
spontanea che Milosevic a questo riguardo aveva pronunciato:
“Nessuno vi dovrà più colpire!”
Se Milosevic avesse avuto l’intenzione di comportarsi da
“estremista nazionalista”, avrebbe potuto avvantaggiarsi
dell’evento. Ma non si trovano tracce di queste intenzioni
attribuite a Milosevic da parte di Cohen.
Nel suo discorso pronunciato in seguito ai delegati locali
del partito – e che è disponibile pubblicamente – Milosevic
alludeva a questo “increscioso incidente” e prometteva
un’inchiesta. Quindi proseguiva, insistendo sul fatto che
“noi non dovremmo permettere che le disgrazie della gente
siano sfruttate da certi nazionalisti, che qualsiasi persona
onesta è tenuta a combattere. Noi non dobbiamo dividere le
persone in Serbi e in Albanesi, ma dovremmo piuttosto
separare, da una parte, le persone ragionevoli che si
battono per la fraternità, l’unità e la parità etnica e, da
un’altra, i contro-rivoluzionari e i nazionalisti.”
Una volta ancora mi ritorna in mente Aldous Huxley : “I
fatti non cessano di esistere perché li si ignora.”
Ma Huxley ha anche dichiarato : “Grande è la verità ma, da
un punto di vista pratico, più grande ancora è il silenzio
sulla verità. Semplicemente per il fatto di non menzionare
certi argomenti (…), i propagandisti totalitari hanno
influenzato l’opinione pubblica ben più efficacemente di
come avrebbero potuto fare ricorrendo alle denunce le più
eloquenti.”
Il 12 febbraio, a Ginevra, il Ministro Russo per gli Affari
Esteri, Sergueï Lavrov, ha tentato di trasmettere ai
giornalisti le sue gravi preoccupazioni rispetto al modo in
cui gli Stati Uniti hanno affrontato il problema del Kosovo:
“Qui si sta parlando del sovvertimento all’incontrario di
tutti i fondamenti e di tutti i principi del diritto
internazionale che, in quanto pilastri dell’esistenza
dell’Europa, sono stati ottenuti ed instaurati al prezzo di
enormi fatiche e nel dolore, con tanti sacrifici e tanto
sangue.
Nessuno è in grado di presentare piani precisi o di azione
nel caso di una reazione a catena, quella di future
dichiarazioni di indipendenza unilaterali. Stiamo
verificando che gli Stati Uniti e i loro alleati nella NATO
hanno l’intenzione di muoversi in una maniera disinvolta in
una questione di importanza fondamentale. Tutto questo
risulta semplicemente inammissibile ed irresponsabile.
Sinceramente, non arrivo a comprendere i principi che
guidano i nostri colleghi Americani e nemmeno quelli degli
Europei che hanno adottato questa posizione”.
Roger Cohen liquida queste considerazioni con qualche parola
: “L'orso russo si sta agitando.”
E aggiunge: “La Russia sta lanciando alte grida. Ma ha
puntato su un cavallo sbagliato.” Allora, non esistono
questioni gravi, non esistono questioni di principio.
Solamente “boatos” e la posta in palio.
Ancora, Cohen scrive: “ Milosevic ha gettato i dadi del
nazionalismo che induce al genocidio ed ha perso!”. Questa
affermazione non è solamente falsa, costituisce anche una
metafora grottesca. Milosevic ha cercato di sopprimere un
movimento secessionista armato (UCK), sostenuto segretamente
e in modo efficace dalla vicina Albania, dagli Stati Uniti e
dalla Germania, cosa che ha deliberatamente provocato per
reazione l’assassinio, e dei Serbi, e degli Albanesi fedeli
al governo. Sull’esempio degli Americani in analoghe
circostanze, Milosevic ha troppo confidato sulla superiorità
militare, trascurando le finezze diplomatiche. Comunque, lo
stesso Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per i
crimini nella ex Jugoslavia, sponsorizzato dalla NATO, aveva
dovuto abbandonare tutte le accuse di “genocidio” in Kosovo
contro Milosevic, per la semplice ragione che non esiste
l’ombra di una prova per suffragare questo genere di accuse.
Milosevic non è più di questo mondo e la Russia è tanto
lontana. Ma che dire dei Serbi che vivono ancora nella parte
storica della Serbia chiamata Kosovo? Cohen si fa carico di
questo problema con poche parole: “Un buon numero dei
120.000 Serbi del Kosovo possono fare fagotto.”
Come faceva rimarcare Aldous Huxley, “lo scopo del
propagandista è quello di fare dimenticare ad un gruppo di
persone che altri gruppi di persone sono costituiti da
esseri umani.”
E, dopo questo, andate voi a dire a quelli di fare fagotto!
Un caso “unico”
La Russia ha messo in guardia contro il fatto che
l’indipendenza del Kosovo avrebbe ingenerato un precedente
pericoloso, e quindi un incoraggiamento per altre minoranze
etniche a seguire l’esempio degli Albanesi e a reclamare la
secessione e uno Stato Indipendente. Gli Stati Uniti hanno
disprezzato queste preoccupazioni, affermando in maniera
netta che il Kosovo costituisce un caso “unico”.
Ebbene sì, il Kosovo costituisce un caso unico, e persino è
l’unico riconosciuto dagli Stati Uniti,…fino a quando si
presenterà il prossimo “caso unico”. Dal momento in cui i
criteri del diritto internazionale sono stati gettati nella
spazzatura, ci si è dovuti confrontare solo con “casi
unici”, uno dopo l’altro.
Questa “unicità” messa in evidenza dagli Stati Uniti non è
nient’altro che una montatura propagandistica, che poggia
sulla pretesa “unicità” della repressione da parte di
Milosevic di un movimento secessionista armato, che, in
effetti, non aveva assolutamente nulla di unico. Si trattava
della procedura seguita abitualmente lungo tutto il corso
della storia e in tutto il mondo, in tali circostanze.
Deplorevole, certamente, ma assolutamente non unica.
Comunque dalle caratteristiche nemmeno confrontabili
rispetto alle operazioni contro-insurrezionali interminabili
e molto più sanguinose messe in atto in Colombia, nello Sri
Lanka o in Cecenia, per non parlare dell’Irlanda del Nord,
della Tailandia o delle Filippine. E, al contrario delle
operazioni anti-insurrezionali portate avanti in Iraq e in
Afghanistan, che hanno procurato un numero incomparabilmente
maggiore di morti civili, questa procedura veniva applicata
da un governo nel pieno diritto, democraticamente eletto dal
paese, e non da una potenza straniera.
Questo carattere “unico” è una astrazione propagandistica.
Effettivamente il Kosovo è unico, come lo è qualsiasi posto
al mondo. Ma per delle ragioni che non hanno nulla a che
vedere con il pretesto avanzato dagli Americani, per
impadronirsi del Kosovo e trasformarlo in un avamposto
dell’Impero.
Per capire ciò che rende unico un posto, è necessario
interessarsene.
Io non mi sono più recata in Kosovo dopo la guerra della
NATO del 1999. In una certa occasione, nell’agosto 1997, ho
percorso la provincia a mie proprie spese, in una Skoda
sgangherata, giusto per vedere. Percorrere il Kosovo in
automobile poteva presentare qualche rischio, in parte a
causa del grande numero di cani morti che ingombravano le
strade, ma soprattutto per la indecente abitudine da parte
dei conducenti locali di sorpassare i veicoli più lenti da
ogni lato della strada, e in curva. Nel nord del Kosovo,
proprio all’uscita dalla cittadina di Zubin Potok, questa
mania si è concretizzata attraverso una delle sue
inevitabili conseguenze: uno scontro frontale – con feriti
gravi– che ha bloccato la strada a due corsie per delle ore,
durante le quali le ambulanze e la polizia tentavano di
porre rimedio alla situazione.
Nell’impossibilità di proseguire il mio viaggio verso
Pristina, sono ritornata a Zubin Potok ed ammazzavo il tempo
sulla terrazza ombreggiata di un ristorante ai bordi della
strada. Ero la sola cliente e l’unico cameriere, un uomo
giovane, alto ed elegante, che si chiamava Milomir, aveva
accettato con piacere il mio invito a sedersi con me e a
chiacchierare, mentre io sorseggiavo un bicchiere dopo
l’altro di un delizioso succo di fragole.
Milomir era felice di scambiare due parole con qualcuno che
conosceva bene la città francese di Metz, che aveva visitato
quando era studente, e di cui si ricordava non senza
commozione. Amava la lettura e viaggiare, ma, nel 1991, si
era sposato e oramai aveva due figliolette da mantenere. Le
prospettive di lavoro erano limitate, anche se era andato
all’università, tanto che non aveva avuto altra scelta che
quella di rimanere a Zubin Potok. Quanto all’Europa, anche
se era arrivato ad ottenere un visto, (cosa impossibile per
i Serbi), non poteva esprimersi in nessuna lingua
dell’Occidente se non nella sua lingua madre, il
serbo-croato. Aveva studiato il russo (amava la letteratura
russa) e l’albanese come le sole lingue straniere. Aveva
studiato l’albanese per essere in grado di comunicare con la
maggior parte degli abitanti del Kosovo. Ma questa
comunicazione risultava faticosa. Milomir era un grande
sostenitore di una società bilingue e valutava con favore
che tutta la gente del Kosovo dovesse apprendere sia il
serbo che l’albanese, cosa che disgraziatamente non
avveniva. Tutte le nuove generazioni di Albanesi si
rifiutavano di imparare il serbo, preferendogli l’inglese.
La cittadina di Zubin Potok era situata nelle vicinanze
della diga costruita sul fiume Ibar, alla fine degli anni
Settanta, per ricavarne energia idro-elettrica. Io arrivavo
da Novi Pazar e avevo costeggiato il lago artificiale creato
dalla diga, e per 35 km avevo cercato invano un posto
piacevole per fermarmi. Pensavo che avrebbero dovuto esserci
dei villaggi lungo il fiume Ibar, prima della costruzione
della diga, e quindi domandai a Milomir informazioni a
questo riguardo. Sì, mi rispose, il lago artificiale aveva
sommerso una ventina di vecchi villaggi, la cui popolazione
era etnicamente mescolata, ma a maggioranza Serba. Le
autorità comuniste albanesi di Pristina avevano reinsediato
i Serbi, circa diecimila persone, al di fuori del Kosovo,
attorno alla città di Kraljevo.
Si trattava solo di un piccolo esempio dei provvedimenti
amministrativi assunti per ridurre la presenza della
popolazione Serba durante il periodo precedente a Milosevic,
quando gli Albanesi dirigevano la provincia attraverso il
sotterfugio della locale Lega dei comunisti.
Milomir non si commiserava, ma rispondeva con grande
semplicità alle mie domande. Lui non si recava troppo di
frequente (prendendo l’autobus, dato che non possedeva una
vettura) nella città importante più vicina, Mitrovica, per
il timore di essere aggredito dagli Albanesi. Molto
semplicemente, tutto questo faceva parte dell’esistenza, in
un’epoca in cui, secondo i mezzi di informazione
Occidentali, gli Albanesi del Kosovo erano terrorizzati
dalla repressione dei Serbi.
Finché noi si chiacchierava, è spuntato un suo amico e la
conversazione si era indirizzata sulla politica. Era in
corso una campagna elettorale per la Presidenza. I due
giovani desideravano conoscere quale fra i candidati
reputassi migliore per la Serbia, agli occhi del mondo.
Milomir era un estimatore di Vuk Draskovic e il suo amico
per Vojislav Kostunica. Nessuno dei due avrebbe immaginato
di votare per Milosevic o Seselj, il dirigente nazionalista
del partito Radicale.
Zubin Potok, attualmente
Io non ho alcuna idea dove siano andati a finire Milomir,
sua moglie, le sue due bambine, ed anche il suo amico.
Zubin Potok è la municipalità più ad ovest nel Kosovo
settentrionale, con una popolazione predominante Serba. Da
Internet, ho appreso che la popolazione della municipalità
di Zubin Potok (compresi i villaggi circostanti) è quasi
raddoppiata dopo il mio passaggio. Attualmente rasenta i
14.900 abitanti, compresi i 3.000 Serbi profughi interni
(originari da altre regioni del Kosovo, dove la maggioranza
Albanese li ha cacciati dopo l’arrivo della NATO), i 220
rifugiati Serbi provenienti dalla Croazia e 800 Albanesi.
L'Assemblea locale è dominata da una maggioranza
schiacciante del Partito Democratico di Serbia, di
Kostunica, ma comprende anche due rappresentanti degli
Albanesi del Kosovo.
Fino a questo momento, le scuole, gli ospedali, e gli altri
servizi pubblici, e in definitiva tutta l’economia locale,
hanno continuato a funzionare grazie in gran parte ai
sussidi di Belgrado. La dichiarazione Albanese di
indipendenza del Kosovo sta creando una crisi, vista la
pretesa che sia posto un termine alla concessione vitale di
questi aiuti, anche se un “Kosovo indipendente” si dimostra
incapace di rimpiazzarli. Per di più, gruppi di nazionalisti
Albanesi dichiarano che Zubin Potok “è Albanese” e che deve
essere “liberato dalla presenza Serba”. Questo si può vedere
su You Tube, e questi Albanesi utilizzano come simbolo la
Statua della Libertà e minacciano i Serbi attraverso musiche
rap in Albanese.
L'Unione Europea sta per intervenire in modo da imporre la
legge e l’ordine. Ma l’“ordine” che pretende di assicurare è
quello stesso che vorrebbero imporre i nazionalisti
Albanesi.
Cosa potrà significate tutto questo per persone come Milomir
e la sua piccola famiglia?
Per Roger Cohen, la risposta è facile: “Fate fagotto!”
La Serbia, comunque sia, ospita già il numero più imponente
di rifugiati in Europa, le vittime delle “pulizie etniche”
in Croazia e in Kosovo. E i Serbi non possono ottenere ne’
visti ne’ lo status di rifugiati nell’Europa occidentale.
Sono stati etichettati come “cattivi soggetti”. Solo i loro
nemici possono essere catalogati come “vittime”.
Prima e dopo
Prima della guerra e dell’occupazione della NATO, il Kosovo
era tuttavia una società multietnica. L'accusa di
“apartheid” era molto semplicemente un elemento della
propaganda albanese, visto che i dirigenti Albanesi aveva
scelto di utilizzare questo termine, pesante di significati,
per descrivere l’effettivo loro boicottaggio dei Serbi e
delle istituzioni Serbe. Qualsiasi azione di polizia nei
confronti di un Albanese, qualsiasi fosse la ragione, che si
trattasse di ribellione armata o di un reato ordinario,
veniva descritta come una “violazione dei diritti dell’uomo”
attraverso la rete di comunicazioni Albanesi sui diritti
dell’uomo, finanziata dal governo degli Stati Uniti.
Si trattava di una situazione paradossale: i governi di
Serbia e Jugoslavia consentivano ad un “governo del Kosovo”,
separatista ed illegale, sotto la direzione di Ibrahim
Rugova, di tenere banco nel centro di Pristina e di ricevere
regolarmente i giornalisti stranieri per regalar loro
sproloqui maligni sul modo in cui il Kosovo veniva oppresso
da questi orribili Serbi.
Ma le leggi erano le stesse per tutti i cittadini, c’erano
Albanesi in seno al governo locale e nella polizia e, se si
verificavano casi di brutalità poliziesche (e qual’è il
paese dove non ce ne sono?), gli Albanesi, quanto meno, non
avevano nulla da temere dai loro vicini Serbi.
Invece, in quello stesso periodo, erano i Serbi che avevano
paura degli Albanesi. Bisognava essere lontani dal Kosovo
per credere seriamente che fossero gli Albanesi che vivevano
sotto la minaccia di una “pulizia etnica” (o addirittura di
un “genocidio”). Un progetto simile era molto semplicemente
e manifestamente fuori di proposito. Erano i Serbi ad avere
paura, che parlavano di inviare i loro bambini in posti
sicuri, ammesso che ne avessero avuto i mezzi, o che si
ripromettevano di restare coraggiosamente, “qualsiasi cosa
fosse avvenuta”.
Più tardi, nel marzo del 1999, quando la NATO cominciò a
bombardare il Kosovo, gli Albanesi fuggirono a centinaia di
migliaia e la loro fuga temporanea dal teatro della guerra
fu presentata come la giustificazione dei bombardamenti che
l’avevano provocata.
Allora, la stampa mondiale non si preoccupò minimamente di
parlare anche dei Serbi e di tutti gli altri che ugualmente
erano stati costretti a fuggire dai bombardamenti.
Nel 1987, in Kosovo, e in particolare a Pristina e a Pec,
avevo potuto osservare un comportamento di gruppo curioso,
che mi ricordo di avere visto solamente nei cortili per la
ricreazione delle scuole del Maryland della mia infanzia.
Una frotta di bambini si riunisce e, con l’aiuto di segni
diversi e di un minimo di parole, fanno sapere ad altri
esterni al gruppo di volerli escludere e dileggiare. Ho
visto degli Albanesi comportarsi nello stesso modo con dei
Serbi isolati, e specialmente con delle donne anziane.
Questa sorte di vessazioni veniva praticata senza violenza,
nel 1987, ma questo non fu più il caso dopo l’occupazione
del territorio da parte della NATO. La violenza fu
incoraggiata quando la NATO suggellò ufficialmente la sua
approvazione dell’odio degli Albanesi nei confronti dei
Serbi, e questa ufficialità, furono precisamente le bombe
della NATO a fornirla, nella primavera del 1999.
Sicuramente, ci saranno ben stati dei Serbi che odiavano gli
Albanesi! Ma nella mia esperienza limitata e data dal caso,
quello che mi colpiva era l’assenza di odio verso gli
Albanesi nei Serbi che ho incontrato. La presenza del
timore, sì, ma non dell’odio. E molte considerazioni mi
hanno lasciato perplessa. Ad esempio, suor Fotina, del
monastero di Gracanica, aveva una spiegazione molto
cristiana della cosa. “Noi cerchiamo di aiutare gli Albanesi
nel prendersi cura dei loro numerosi bambini, e purtroppo
loro si rivoltano contro di noi. Deve essere il modo con cui
Dio punisce noi Serbi per il fatto che ci siamo scostati dal
cristianesimo all’epoca del comunismo.” La suora biasimava i
suoi concittadini Serbi piuttosto che gli Albanesi.
Comunque, il… castigo divino non si è limitato solo ai
cristiani. Nel punto più meridionale del Kosovo vive una
antica popolazione denominata i Gorani, gli uomini delle
montagne, che sotto l’Impero Ottonano, come la maggior parte
degli Albanesi, si erano convertiti all’Islam. Ma la loro
lingua è il Serbo, e questo, per gli Albanesi, è
inaccettabile. Le valutazioni variano, ma tutti sono
concordi nel dire che per lo meno due terzi dei Gorani sono
dovuti scappare dopo “la liberazione” del Kosovo da parte
della NATO.
Le pressioni e le intimidazioni sono state esercitate in
forme diverse.
Certi Albanesi si sono installati nelle case temporaneamente
abbandonate dai Gorani, che erano emigrati in Austria e in
Germania per guadagnare il denaro che avrebbe loro
assicurato una pensione di vecchiaia.
Le autorità Albanesi, con la protezione della NATO, si sono
inventati i modi per privare i bambini Gorani
dell’insegnamento in lingua Serba.
Nella principale cittadina Gorani di Dragash, una banda di
Albanesi ha attaccato il centro sanitario e ha costretto gli
operatori medici alla fuga.
In seguito, lo scorso 5 gennaio, una potente esplosione ha
distrutta la banca di Dragash. Si trattava dell’ultima banca
Serba ancora autorizzata ad operare nel Kosovo meridionale,
che serviva soprattutto a trasferire le pensioni che
consentivano ai Gorani del posto di sopravvivere.
Come di abitudine, il crimine rimane impunito
Nel novembre 2007, David Binder, che scriveva sulla
Jugoslavia per conto del New York Times, prima di farsi
espellere in quanto sapeva e parlava troppo a riguardo, ha
redatto un articolo (Il contenuto dell’articolo di Binder
può essere letto su
http://www.balkanalysis.com) su una lunga inchiesta
commissionata dalla Bundeswehr, l’esercito Tedesco, sulle
condizioni nel Kosovo.
L’esistenza di questo rapporto prova che, per quanto si
pretenda pubblicamente che il Kosovo sia “pronto per
l’indipendenza”, i governi Occidentali sono assolutamente
consapevoli che questo non è il caso. Fra le altre cose,
Binder scrive:
“Gli autori ufficiali dell’inchiesta, Mathias Jopp e Sammi
Sandawi, hanno passato sei mesi ad intervistare 70 esperti e
a studiare sodo sulla letteratura attualmente disponibile
relativa al Kosovo per preparare il loro lavoro. Secondo la
loro analisi, le agitazioni politiche e gli attacchi della
guerriglia degli anni Novanta sono sfociati in cambiamenti
fondamentali che vengono individuati nel ‘mutamento delle
strutture sociali degli Albanesi Kosovari’. Ne è derivata
una ‘società da guerra civile’, in cui le persone sono
inclini alla violenza, senza grande istruzione e facilmente
influenzabili, dove è possibile fare enormi salti sociali
nell’ambito di una soldataglia raccogliticcia su due piedi.
Ci si trova in presenza di una società mafiosa, che poggia
sull’occupazione dello Stato da parte di elementi
criminali.”
Secondo la definizione degli autori, “le attività criminali
in Kosovo sono gestite da organizzazioni messe in piedi a
colpi di pacchetti di milioni di euro, che sono dotate di
esperienza di guerriglia e di capacità esecutive in campo
spionistico.” Essi citano un rapporto dei servizi di
intelligence Tedeschi in cui si prendeva atto dei
“collegamenti molto stretti fra i dirigenti di punta della
classe politica e quelli della classe criminale”; e fanno i
nomi di Ramush Haradinaj, Hashim Thaci e Xhavit Haliti come
dirigenti compromessi, “protetti sul piano interno
dall’immunità parlamentare e su quello estero dalle
legislazioni internazionali”.
Gli autori parlano anche, non senza disprezzo, del
Comandante dell’UNMIK, (la Missione delle Nazioni Unite per
il Kosovo), dal 2004 al 2006, Søren Jessen-Petersen, che
tratta Haradinaj come un “amico stretto e personale”. Lo
studio critica severamente gli Stati Uniti per avere
“incoraggiato l’evasione di criminali” in Kosovo e di
“impedire agli inquirenti Europei di operare”.
L’inchiesta fa nello stesso modo il punto sui “centri di
detenzione segreti della CIA” a Camp Bondsteel e denuncia
l’addestramento di natura militare, alla Statunitense, che
la famigerata agenzia DynCorp impone alla polizia Albanese
del Kosovo, con l’autorizzazione del Pentagono.
In una nota annessa, si cita un ufficiale non identificato
che avrebbe detto del Comandante Aggiunto (Statunitense)
dell’UNMIK: “Il compito principale di Steve Schook consiste
nell’ubriacarsi una volta alla settimana con Ramusj
Haradinaj”.
Chi se ne va e chi resta
Schook è stato trasferito dall’UNMIK, i cui compiti stanno
tuttavia per essere ripresi arbitrariamente dall’Unione
Europea. La “missione” dell’UE consiste in una sorta di
governo coloniale che, in compagnia della NATO, prevede di
governare un territorio Albanese di fatto ingovernabile. Ed
infatti, movimenti di patrioti Albanesi armati stanno già
preparando la loro prossima “guerra di liberazione” contro
gli Europei.
Quindi, dopo i Serbi, i Rom, i Gorani, anche gli Europei
saranno obbligati a “fare fagotto”? Solo gli Americani
sembrano sicuri di restare ! Installati con tutti i comfort
nella loro gigantesca base di Camp Bondsteel, gli
Statunitensi controllano le vie di comunicazione strategiche
dalla Serbia alla Grecia e, incidentalmente, forniscono alla
massa di Albanesi Kosovari disoccupati delle opportunità di
lavoro, in particolare in impieghi subalterni e pericolosi
al servizio delle forze americane in Iraq o in Afghanistan.
La realtà di questa sfacciata occupazione di un territorio è
sotto gli occhi di tutto il mondo. Su questo argomento ho
scritto io, ha scritto Binder, ha scritto Szamuely e
ugualmente l’hanno fatto tanti giornalisti e scrittori
Tedeschi. Anche i Russi, i Greci, i Rumeni, gli Slovacchi e
tanti altri sanno di che si tratta. Ma, in questo che è il
migliore dei mondi possibili, come viene presentato dal
Nuovo Ordine Mondiale, questa realtà non esiste in via
assoluta. La gente non sa nulla !
Lascio l’ultima parola a Aldous Huxley :
“Molto spesso, è possibile venire a capo dell’ignoranza. Noi
non sappiamo, perché noi non vogliamo sapere!”
18 febbraio 2008
Diane Johnstone è l’autrice di “Fools' Crusade:
Jugoslavia, Nato, and
Western Delusions – La Crociata degli Inganni: Jugoslavia,
Nato e Allucinazioni Occidentali” pubblicato da Monthly
Review Press.
testo originale in inglese, “Independence in the Brave New
World Order. NATO's Kosovo Colony, - Il Kosovo: una Colonia
della NATO nello Splendido Nuovo Ordine Mondiale”, a
http://www.counterpunch.org/johnstone02182008.html
traduzione ed adattamento in francese di Jean-Marie Flémal
per Investig'Action
segnalato da
http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2008-03-06%2006:32:32&log=attentionm
(Traduzione dal francese di Curzio Bettio di Soccorso
Popolare di Padova)
Diana Johnstone
fonte: chinino@tiscali.it