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Relazione di apertura della
assemblea nazionale della Rete28aprile della Cgil
Milano - 14 marzo 2008
Ora anche la Conferenza episcopale benedice la concertazione tra i
due schieramenti politici, tra sindacati e imprese, come via per
migliorare i salari e contenere i prezzi. Eppure meglio di altri
dovrebbero sapere che errare è umano, perseverare nell’errore è
diabolico. La catastrofe dei salari, il peggioramento generale delle
condizioni di lavoro, la precarietà e l’insicurezza sociale, il
precipitare dell’Italia nel 23esimo posto nell’Ocse (i cui paesi
sono 30, per cui tra un po’ le nostre buste paga usciranno dalla
serie A), la crisi di futuro dei giovani e di tutti coloro che sono
sempre più esposti alle incertezze e alle angherie del mercato,
avvengono non malgrado, ma anche a causa delle politiche di
concertazione di questi anni.
Alla fine dei tanto vituperati anni Settanta, nei quali il salario
era tutelato dalla scala mobile, dai contratti nazionali e dai
contratti aziendali, il sistema industriale ed economico italiano
era infinitamente più competitivo di oggi. Oggi dopo tanti anni nei
quali i salari italiani sono discesi, tutti parlano della fragilità
strategica del sistema italiano. Se fosse bastato il basso costo del
lavoro oggi l’Italia attirerebbe investimenti da tutto il mondo,
invece non è così e questo perché anni e anni di privatizzazioni e
politiche economiche e liberiste, che si sono sommate alle antiche e
persistenti inefficienze, ingiustizie, ruberie, hanno distrutto
valore per tutto il paese. L’equilibrio economico è stato garantito
proprio dai bassi salari e dall’alto tasso di sfruttamento del
lavoro. Il sistema economico italiano si è abituato alla povertà dei
lavoratori e ha scaricato su di essa tutte le proprie inefficienze e
contraddizioni. Così i lavoratori sono andati indietro nella
distribuzione del reddito mentre il paese declinava: il declino
dell’Italia è prima di tutto dovuto al declino della condizione
sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. Ben dieci punti di
reddito nazionale sono passati dai salari a tutti gli altri redditi,
questo mentre aumentava il numero complessivo dei lavoratori
dipendenti. Ma questa gigantesca redistribuzione della ricchezza non
è andata né in investimenti, né in ricerca, né in innovazione. Dove
sia andata si sa, ai profitti e alle rendite. Secondo Mediobanca le
prime trenta imprese italiane hanno realizzato cinquanta miliardi di
profitti, in gran parte investiti in finanza. I salari sono
sprofondati e la crescita tanto propagandata non c’è stata.
Per questo il primo punto della nostra piattaforma è: basta con
quella moderazione salariale che da più di vent’anni caratterizza
tutte le politiche, tutte le svolte e controsvolte, tutti i gruppi
dirigenti, del sindacato italiano. Quando diciamo basta con la
moderazione salariale diciamo, contemporaneamente, no allo scambio
salario-produttività, flessibilità, merito eccetera. Cioè no
all’idea che per migliorare i salari i lavoratori debbano ancora
peggiorare la loro condizione, fare più sacrifici, lavorare di più.
Insomma: stare peggio per stare meglio, tornare al cottimo. Chi, nel
sindacato, lamenta la caduta dei salari e però propone di ridurre il
peso del contratto nazionale, di legare il salario all’andamento
delle aziende o alla produttività del lavoro, chi pensa, assieme al
ministro del Tesoro e a tanti altri, a destra e a sinistra, che con
la “devolution” della contrattazione avremmo più salari, non solo
ripropone diabolicamente l’errore strategico che ha portato alla
distruzione della scala mobile e, da allora alla caduta del potere
d’acquisto delle retribuzioni, ma soprattutto ripropone ancora una
volta la politica dei due tempi. Questa politica è stata alla base
delle scelte e anche della caduta del governo Prodi. Essa è stata
come sempre giustificata dalla necessità di risanare ed essere
competitivi ed è stata spesso accompagnata con la teoria e la
pratica, da parte sindacale e non solo, del meno peggio: risaniamo
prima e accontentiamoci, altrimenti chissà cosa succede. Ci si è
accontentati ed il peggio sta arrivando: una crisi economica
mondiale che per alcuni economisti somiglierà a quella del 29 che
vedrà l’Italia tra i paesi più esposti e deboli, questo in presenza
di salari da fame.
I profitti crescono, i conti dello stato si risanano e quelli delle
famiglie vanno in default, questa è la sostanza dei processi
economici di questi anni.
A tutto questo si risponde, incredibilmente anche da parte
sindacale, che prima dovrà crescere la torta globale dell’economia e
poi il lavoro potrà avere una fetta più grande. Questa visione
tradisce la rinuncia assoluta alla redistribuzione della ricchezza.
Al lavoro si assegna sempre la stessa percentuale, sempre lo stesso
pezzetto della torta, sempre le stesse briciole. Chi propone la via
del salario-produttività per aumentare i salari ha accettato, in
realtà, la catastrofe attuale e si prepara solo ad amministrarla per
una minoranza di lavoratori. Questa posizione è oggi il nostro primo
e principale avversario nel sindacato e nella politica. Noi siamo
per l’aumento delle retribuzioni per tutte e tutti. Noi non pensiamo
che i salari sono bassi perché la ricchezza non cresce, ma crediamo
invece, alla luce dei fatti, che la ricchezza complessiva non cresce
perché è mal distribuita e perché i salari sono troppo bassi. Noi
siamo per il trasferimento di una quota dei profitti e delle rendite
ai salari e pensiamo che questo può produrre un diverso modello
economico e sociale di sviluppo del paese, più giusto e più
avanzato.
Noi diciamo no alla monetizzazione della salute e della vita delle
persone per avere qualche euro in più. Per questo riteniamo che la
linea del sindacato sulle flessibilità debba essere ribaltata
rispetto alle pratiche fin qui seguite. Siamo contrari alla politica
dello scambio tra condizioni di lavoro e salario ed è per questa
ragione che abbiamo detto di no anche all’accordo dei
metalmeccanici, che pure è diverso da quelli di altre categorie. Si
deve partire dalla condizione di lavoro, dal suo miglioramento, per
adattare ad essa le esigenze di flessibilità delle imprese. Possiamo
aumentare i turni, ma ci vogliono forti riduzioni di orario di
lavoro e maggiori libertà per i lavoratori. Si possono avere più
qualità ed efficienza, ma ma allora non ci deve essere la precarietà
e l’organizzazione del lavoro deve fondarsi sulla libertà, la
dignità, la salute e la professionalità, della lavoratrice e del
lavoratore. E su alti salari. Le lavoratrici e i lavoratori devono
riconquistare potere e prestigio sociale, questa è la condizione per
far uscire l’Italia dalla crisi in cui sta sprofondando.
Invece un nuovo brutale autoritarismo, nel nome del merito e
dell’efficienza, sta aggredendo diritti e libertà fondamentali. In
tutti i posti di lavoro crescono prepotenza e sopraffazione, assieme
al paternalismo e all’aziendalismo più becero. Il posto di lavoro
fisso non viene affatto abbandonato dalle imprese, ma diventa il
premio finale che viene concesso a chi si dimostra fedele e
ubbidiente. Così la precarietà svela la sua reale funzione. Essa non
è uno strumento di flessibilità, come dicono le aziende, ma uno
strumento di dominio sulla personalità e sulle libertà di chi
lavora. E’ uno strumento per imporre a chi lavora di accettare
condizioni, di subire sopraffazioni, che se fosse più garantito, non
accetterebbe. Nello stesso tempo, come mostra con chiarezza
l’inchiesta condotta dalla Fiom, l'aggressione della precarietà e
della globalizzazione, si riversa anche su chi lavora tutelato dal
sindacato e dallo Statuto. In Germania hanno contato il numero delle
delocalizzazioni effettivamente realizzate rispetto a quelle
minacciate. Sono una minima parte, meno di una su cento. Ma sono
bastate in molti casi come elemento di ricatto e pressione per
tutti. Se non accetti di peggiorare le tue condizioni di lavoro
chiudo, e questo basta.
Anche là dove non c’è il rischio delocalizzazione, nel commercio e
nei servizi, il ricatto della flessibilità, sotto altre forme,
distrugge i diritti. Per questo in ogni luogo di lavoro bisogna
trovare la via per lottare contro la flessibilità, contro il disegno
delle imprese di ottenere la piena disponibilità, a buon mercato,
della forza lavoro. Non c’è una flessibilità buona, neppure quando
si usano parole inglesi per nascondere la realtà, ultima la
flexsecurity, c’è la crisi e le aziende ci provano di nuovo con il
via libera ai licenziamenti. Per questo dicamo un NO con tutte le
nostre forze. La precarietà e la flessibilità del lavoro sono la
maledizione che distrugge la libertà e la dignità di chi lavora.
Come tutte le disgrazie, non toccano tutti allo stesso modo. Le
donne vengono colpite di più sia per il doppio carico di lavoro che
ancora hanno, sia perché tutto il sistema economico e produttivo
impone ad esse ritmi e condizioni non sostenibili.
I migranti subiscono il doppio sfruttamento della precarietà, della
persecuzione sul permesso di soggiorno, delle discriminazioni. Nulla
è davvero cambiato per essi in questi anni eppure sono una parte
determinante della classe operaia. Se non vivessero in una
condizione di apartheid di fatto, oggi i migranti sarebbero alla
testa di molte lotte per i diritti sociali e del lavoro, avrebbero
cambiato intere zone industriali, come fecero i migranti del
Mezzogiorno in Fiat. La repressione verso i migranti è quindi una
forma precisa di oppressione verso il lavoro. Organizzare i migranti
contro questa oppressione è oggi compito fondamentale di qualsiasi
disegno solidale e di classe.
Tutto il sistema di lavoro dei servizi e delle strutture pubbliche
viene a sua volta sottoposto alla pressione dei costi e dei conti.
Questo si accompagna all’autoriciclaggio sfacciato di una burocrazia
borbonica, che si ammanta di super efficienza manageriale e che si
attribuisce emolumenti da multinazionale. Il commissario al governo
del Comune di Roma ha mandato una circolare in cui chiede ai top
manager comunali di accontentarsi della massima retribuzione
prevista dallo stato, e cioè 274 mila euro annui, per ragioni di
austerità. Intanto appalti, subappalti, cooperative di comodo,
privatizzazioni dei servizi, non solo distruggono l’essenza stessa
del servizio pubblico, ma introducono nuove e brutali forme di
sfruttamento e di precariato.
Questo intreccio tra autoritarismo, nuovi e vecchi privilegi,
distruzione dei servizi e dell’efficienza sociale del pubblico, oggi
si ammanta dell’ideologia del merito e della lotta contro i
fannulloni. Non difendiamo certo i venti addetti stampa del
presidente della Regione Sicilia o il gruppo di impiegati mai visti
nell’ufficio di Bolzano, ma sappiamo che la campagna contro i
fannulloni non c’entra nulla con questi abusi. Essa è contro il
lavoro pubblico che manda avanti lo stato e i servizi e,
soprattutto, contro quello privato che è sempre più sfruttato. Essa
usa a pretesto il caso limite, per colpire nel mucchio, per ridurre
i diritti, se non fosse così la Confindustria non se ne sarebbe
appropriata.
Per queste ragioni vogliamo qui sintetizzare la nostra posizione
sulla contrattazione dichiarando che l’aumento dei salari reali, il
miglioramento delle condizioni di lavoro, la lotta alla precarietà e
alla flessibilità, la riconquista di un sistema di servizi pubblici
e di garanzie sociali adeguati, vengono prima di tutto, sono le
nostre compatibilità e sono in totale conflitto con le scelte
attuali delle imprese e con la politica economica dominante.
Sappiamo che c’è un sistema che si è abituato a scaricare tutto sul
lavoro. In Europa la Banca Europea strangola i debitori e aumenta i
tassi di interesse, proclama la sua ossessione per l’aumento dei
salari e mostra come suo unico interesse quello per la distruzione
del sistema sociale europeo. La Banca Europea lavora per distruggere
l’Europa sociale dei diritti nel proposito di far somigliare sempre
di più l’Europa agli Stati Uniti. In questo mostrano tutta la loro
miopia, visto che il sistema americano è oggi profondamente in crisi
e alla vigilia di una recessione. Dobbiamo essere consapevoli che
l’Unione Europea costruita attorno allo strapotere della Banca
Europea è avversaria dei diritti dei lavoratori e dello stato
sociale in tutto il continente.
Vogliamo ancora ribadire, contro le sbornie liberiste e mercatiste,
la centralità del pubblico, delle politiche economiche indirizzate
dai governi, dei servizi pubblici e dello stato sociale. Anni e anni
di privatizzazione hanno distrutto ricchezza del paese senza
produrre alcunché. Beni strategici come le autostrade o i telefoni
sono finiti ai privati che non hanno in alcun modo migliorato la
competitività dei servizi, intascando però laute rendite. Anche la
storia della ThyssenKrupp viene da li. Domani si annuncia lo stesso
per le Ferrovie, con i treni di lusso in mano al presidente della
Confindustria e quelli pendolari fermi nei binari morti. La sanità
viene progressivamente smantellata dal doppio regime
privato-pubblico, per cui per cui ciò che resta del pubblico lo
pagano con le loro tasse lavoratori e pensionati che, però devono
pagare la visita se c’è davvero bisogno, se vuoi superare tempi di
attesa biblici. La scuola è stata umiliata da una finta efficienza e
dalla ridicola e costosa competizione innestata con le scuole
private. Ovunque il servizio pubblico è peggiorato ed è costato di
più, non per colpa dei lavoratori, ma per far spazio alle
privatizzazioni che non hanno risolto nulla. Ci chiediamo se serie
aziende pubbliche e non uno scandaloso sistema di appalti sul quale
sta indagando la magistratura, avrebbero davvero lasciato Napoli e
la Campania in balia dei rifiuti. Facendo di tutta l’erba un fascio
e sostenendo che il pubblico è sempre inefficiente si è distrutto il
servizio pubblico e si è sostituito ad esso il monopolio e la
speculazione privata. Sì, per noi un punto centrale è tornare a un
pubblico efficiente, e anche qui c’è il conflitto che possono
innestare quei milioni di lavoratori e lavoratrici dei servizi
pubblici che vorrebbero contemporaneamente migliorare la loro
condizione e far funzionare il sistema e che subiscono invece le
pressioni di una burocrazia che oscilla tra la dipendenza dai
partiti e quella dalle imprese e dal mercato. Confermiamo l’impegno
nostro a costruire una piattaforma complessiva sul terreno dello
stato sociale, dei diritti di cittadinanza, delle garanzie di
reddito e di lavoro,sulle pensioni, la sanità , la scuola. Su questo
la Rete costruirà un’apposita iniziativa, riprendendo il confronto
avviato con gli economisti antiliberisti.
Sappiamo perfettamente che ripartire dalla condizione di lavoro dei
salari significa anche proporre un’altra politica economica in
Italia e in Europa, significa misurarsi con il modello economico
liberista che, per quanto in evidente affanno, resta egemonico nella
politica e nella cultura. Partire dalle condizioni reali del lavoro
significa costruire un altro punto di vista rispetto a quello
dell’impresa e del mercato, significa respingere la priorità data
alla competitività rispetto a una crescita giusta, significa non
accettare gli equilibri sociali esistenti che sono la causa
dell’erosione continua dei diritti delle lavoratrici e dei
lavoratori. Dopo più di vent’anni di accettazione subalterna delle
compatibilità, il bilancio sociale dei lavoratori è totalmente in
rosso. Questo significa per noi che anche il bilancio sindacale è
negativo e occorre cambiare radicalmente linea.
La Confindustria, con la sua normale aggressività, ha posto un
preciso ultimatum. O si accetta la sua ricetta autoritaria e
paternalista, fatta sostanzialmente propria dai due principali
partiti che si contendono le elezioni, o la si contrasta
apertamente. In mezzo non c’è più niente. O si diventa fino in fondo
un sindacato di mercato, aziendalista e burocratico, che accetta
tutto il quadro di compatibilità delle imprese e dei conti pubblici
e che ritaglia un po’ di assistenza e un po’ di guadagno per chi è
più fortunato o sta nelle aziende migliori. O si ricostruisce una
logica e una pratica di solidarietà di classe, che non può che
portare a una nuova stagione di conflitti sociali.
Qui c’è subito lo scandalo: il conflitto, la lotta, l’antagonismo
tra le classi, sono residui del passato. Il candidato leader del
Partito Democratico condanna la lotta di classe, naturalmente quella
dei lavoratori perché quella dei padroni è evidentemente ammessa. Il
moderno è la collaborazione tra imprese e lavoro, è la favola di
Menenio Agrippa, vecchia di tremila anni, ma improvvisamente
ridiventata moderna. Purtroppo anche il sindacato, anche la Cgil in
questi anni ha subito l’ideologia per cui il conflitto sociale è
solo un fatto negativo destinato a essere sconfitto. E’ deprimente
che nella Cgil di Di Vittorio, quella che ha educato il bracciante a
non togliersi il cappello quando passa il padrone, quella che ha
fatto crescere il paese attraverso una gigantesca mobilitazione
sociale, sia diventata ideologia corrente l’idea che la lotta non
paga. In particolare le giovani generazioni che entrano precarie nel
mondo del lavoro rischiano di subire tutti i danni, anche culturali,
dell’ideologia della pacificazione sociale. Qui si ci sarebbe
bisogno di un’autentica formazione sulla capacità e
sull’intelligenza del conflitto. Quando la situazione è bloccata,
solo la lotta costruisce. Solo la lotta permette di misurare davvero
ciò che è compatibile e ciò che non lo è, ciò che è irraggiungibile
e ciò che invece non viene raggiunto semplicemente perché non ci si
prova neppure. Bisogna provarci a ricostruire un potere dei
lavoratori e un livello di salari decenti. Senza lotta questo non è
possibile, perché chi ha incamerato il 10% di reddito nazionale
dalle nostre tasche non vi rinuncerà tanto facilmente. Ma proprio
per questo le lavoratrici e i lavoratori hanno bisogno, oggi più che
mai, di lotta di classe.
Da quanto sinora detto si deduce facilmente che respingiamo tutto
l’impianto del documento, ancora provvisorio, di Cgil, Cisl, Uil
sulla contrattazione. Esso prosegue sulla via indicata dal
protocollo sul welfare: la scandalosa riduzione dei costi dello
straordinario e il privilegio fiscale per il salario variabile, ai
danni della grande maggioranza delle lavoratrici e di lavoratori.
Esso porta al progressivo smantellamento del contratto nazionale e
non rilancia affatto la contrattazione in azienda, ma propone solo
più spazi all’unilateralità del padrone, alla concorrenza tra
lavoratore e lavoratore, azienda per azienda, territorio per
territorio. Noi abbiamo una proposta alternativa: una stagione di
piattaforme per i rinnovi dei contratti nazionali con richieste
salariali largamente sopra l’inflazione presunta, programmata,
realistica, comunque la si voglia chiamare. Ed e’ una necessità, che
una parte del salario goda di una garanzia di tutela automatica
contro l’inflazione. E che si arrivi un salario minimo per precari e
disoccupati, ad un reddito sociale garantito.
Proponiamo una generalizzazione di vertenze aziendali sul salario e
sulle condizioni di lavoro che liberino i lavoratori dai più pesanti
ricatti sulla produttività e sulla flessibilità. Una stagione di
vertenze che si ponga l’obiettivo di recuperare in cinque o sei anni
la quarta settimana, almeno per cominciare a risalire dalla frana
del potere d’acquisto. Per questo noi non accetteremo più
piattaforme contrattuali che non propongano aumenti reali e
proporremo nelle consultazioni che per tutta questa fase di recupero
salariale si chiedano aumenti uguali per tutti. Dobbiamo praticare
una assoluta intransigenza sulla condizione del lavoro, sulla salute
e sulla sicurezza. Ora che la Confindustria ha mostrato tutta
l’ipocrisia della sua posizione, contrastando il Testo Unico sulla
sicurezza, possiamo dire con più forza che è l’attuale
organizzazione del lavoro che uccide alla ThyssenKrupp, a Molfetta,
in tutta Italia.
Non è accettabile che Cgil, Cisl e Uil trattino su un documento che
non solo finora non viene sottoposto alla consultazione, ma che non
ha alternative. Noi chiediamo ai gruppi dirigenti del sindacato di
organizzare una consultazione finalmente trasparente e democratica,
condotta esclusivamente tra i lavoratori visto che si tratta di
contrattazione, con la possibilità che essi scelgano tra due
ipotesi. Da un lato la “devolution” contrattuale, dall’altro la
nostra proposta, che punta al rafforzamento del contratto nazionale
come via per migliorare anche la contrattazione e il potere nei
luoghi di lavoro. Siamo convinti che una consultazione paritaria tra
le due ipotesi porterebbe a dei pronunciamenti non previsti dal
gruppo dirigente. In ogni caso la chiediamo nella Cgil.
La necessità di una consultazione sul sistema contrattuale che non
riproduca le distorsioni e gli autoritarismi di quella sull’accordo
del 23 luglio del 2007, ripropone la questione centrale della
democrazia sindacale. Essa va affrontata almeno sotto tre aspetti:
diritto delle lavoratrici e dei lavoratori interessati a votare
sulle piattaforme e sugli accordi con referendum, organizzati in
maniera che sia garantita la trasparenza delle procedure di voto, la
partecipazione e il controllo di entrambe le posizioni. Basta con le
consultazioni dove i gruppi dirigenti ai vari livelli sono gli unici
ad aver diritto di parola, di controllo, di organizzazione del voto.
Diritto delle lavoratrici e dei lavoratori ad eleggere
rappresentanze in tutti i luoghi di lavoro senza privilegi per
nessuno. Abolizione della quota di 1/3 e diritto per tutte le
organizzazioni e le associazioni di lavoratori di presentarsi alle
elezioni con pari dignità. Nuove forme di organizzazione dei
lavoratori nei reparti, nel territorio, nelle filiere della
produzione dell’ appalto.
Diritto alla partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori
nelle scelte del sindacato, attraverso forme di consultazione, di
inchiesta, di elaborazione di piattaforme e rivendicazioni. Basta
con le piattaforme e gli accordi catapultati sulla testa delle
persone.
In questi anni l’attività sindacale, compresa quella nella Cgil, ha
subito una profonda burocratizzazione: è stato il modo di
sopravvivere all’attacco della globalizzazione, ma il prezzo pagato
è un sindacato che sempre più spesso ha una vita interna fondata sul
comando e che sta progressivamente rinunciando a promuovere la
rappresentanza e partecipazione democratica. La lotta
antiburocratica è centrale per noi, perché oggi il sindacato di
mercato e aziendalista può mantenere una funzione politica forte
proprio attraverso l’estensione di funzioni burocratiche e di
servizio, dagli enti bilaterali, ai fondi pensione, ai fondi
sanitari. E’ una sorta di funzione sussidiaria del sindacato
rispetto allo stato sociale, nella quale la riduzione dei diritti
dei lavoratori viene compensata da una crescita delle funzioni della
burocrazia sindacale. E’ questo fenomeno che spiega il paradosso
italiano per cui al peggiore andamento dei salari e dei diritti del
mondo occidentale corrisponde un’apparente crescita della forza
organizzata del sindacato. In altri paesi i lavoratori sono andati
indietro e il sindacato con essi, in Italia i lavoratori sono andati
indietro e il sindacato ha aumentato visibilità e iscritti. Questo è
lo scambio vero della concertazione. Quello tra arretramento dei
diritti e burocratizzazione delle funzioni sindacali. Non sappiamo
se questo scambio potrà continuare a durare o se, a un certo punto,
il sistema economico e le imprese non lo riterranno più conveniente.
Ma in ogni caso questo scambio per noi non è più accettabile. Per
questo la lotta sulle condizioni di lavoro è anche lotta per
cambiare il sindacato, per ricostruire la catena della
partecipazione, per affermare un altro punto di vista rispetto a
quello del mercato, dell’impresa, delle compatibilità economiche.
I due anni di governo di centrosinistra sono stati profondamente
negativi per il sindacato e per i lavoratori. Non solo perché i
risultati non sono venuti e si è aggravata la crisi dei salari e
delle pensioni. Non solo perché la legislatura si chiude e tutte le
leggi della destra sul mercato del lavoro e sui diritti, dalla Legge
30 alla Bossi-Fini, sono ancora lì. Non solo perché non c’è stata
alcuna redistribuzione della ricchezza, nessun ricco ha pianto. Ma
anche perché questi anni hanno distrutto speranza e fiducia. È cosi
che si è creata la possibilità di un ritorno al governo della destra
peggiore d’Europa. La sindrome del governo amico ha fatto più danni
che una sconfitta sindacale sul campo. Essa ha inquinato
profondamente il rapporto tra sindacato e lavoratori. Ha reso
sospette le mobilitazioni avvenute contro la politica del governo
berlusconi, ha creato un senso di inaffidabilità e sfiducia
nell’organizzazione sindacale. E, alla fine, ha fatto danni allo
stesso governo di centrosinistra, che se avesse avuto di fronte un
sindacato capace di scioperare su leggi finanziarie ingiuste, forse
avrebbe trovato la via per non crollare ingloriosamente. La Cgil in
particolare è oggi vittima di questa sindrome. Cisl e Uil avevano
firmato il Patto per l’Italia e possono quindi sostenere che sono
amici verso qualsiasi governo che non sia esplicitamente
antisindacale. La Cgil no: al congresso si è affidata al
centrosinistra proponendo il patto di legislatura. Poi ha vissuto
alla giornata, arrivando a motivare il sì all’accordo del 23 luglio
2007 con il no alla crisi al governo, teorizzando che le richieste
sindacali dovevano necessariamente tenere conto non solo delle
compatibilità economiche, ma anche di quelle politiche. Di fronte ai
fenomeni di casta della politica oramai insopportabili e
intollerabili per la grande maggioranza dei lavoratori, il sindacato
confederale avrebbe potuto rappresentare un argine positivo verso la
sfiducia e la rassegnazione, purché si fosse profondamente distinto
e allontanato dai meccanismi del sistema politico. Invece non è
stato così. C’era bisogno d’indipendenza e invece si è ridotta
l’autonomia. Oggi la caduta di autonomia si traduce nel
collateralismo che c’è di fatto tra la parte preponderante del
gruppo dirigente dentro la Cgil e il Partito Democratico. Un
collateralismo fondato non solo sul sostegno alle candidature dei
dirigenti sindacali, ma soprattutto sull’egemonia culturale che il
riformismo del Partito Democratico esercita sul gruppo dirigente
della confederazione. Già si parla della necessità di riprodurre a
livello sindacale il processo che ha portato alla fusione tra Ds e
Margherita, cioè si propone, senza dirlo, di costruire la
confederazione sindacale affine al Partito Democratico, che
naturalmente affermerà con sdegno la propria autonomia, salvo poi
essere collaterale e coincidente praticamente con tutte le scelte
fondamentali di quel partito. Vogliamo dirlo anche qui senza
equivoci: siamo nati come Rete per l’indipendenza sindacale, che
vuol dire indipendenza dai padroni, dai governi e anche dai partiti
politici. In concreto questo oggi vuol dire lotta per l’indipendenza
della Cgil dal Partito Democratico. Siamo contrari ad un processo
costituente che porti a un sindacato unico, egemonizzato dalla
cultura del Partito Democratico, qualcuno ha chiamato questo
processo la costruzione della “grande Cisl”. Noi contrasteremo a
fondo questo processo nel nome dell’interesse dei lavoratori, che
hanno bisogno di un sindacato che pratichi il conflitto sociale e la
solidarietà di classe. Lo faremo anche a nome della storia della
Cgil, della quale ci sentiamo fino in fondo parte, della quale
rivendichiamo identità e cultura. Lottiamo per l’indipendenza della
Cgil a livello nazionale e a livello locale. Anche perché spesso
nelle regioni e nelle province ci sono cadute di autonomia gravi.
Basti pensare al vuoto assoluto della Cgil Campania di fronte alla
catastrofe dei rifiuti e alla totale identificazione del suo gruppo
dirigente con le giunte di centrosinistra.
A questo punto sorge la domanda. Quest’impegno per cambiare la
piattaforma sindacale per la democrazia e l’indipendenza, per
fermare la deriva moderata e concertativa verso il sindacato unico
di mercato che possibilità reali ha di ottenere dei risultati? Non
intendiamo rispondere a questa domanda con affermazioni di principio
o di tipo sentimentale. Sappiamo perfettamente che la Cgil, così
com’è oggi, non è in grado di procedere ad alcuna vera autoriforma.
Per questo noi proponiamo un percorso che organizzi il contrasto e
l’opposizione alla deriva in atto. Questo è l’obiettivo concreto
della Rete: promuovere e partecipare alla costruzione dentro la Cgil
di una forza di massa, che unisca oggi tutte e tutti coloro che in
questi anni si sono opposti alla concertazione e al moderatismo
sindacale. Sappiamo che nel mondo del lavoro questi anni di
arretramento hanno prodotto in tante realtà un adattamento, un
arrangiarsi, sentimenti di rassegnazione, che per ora non portano
alla lotta. Ma sappiamo anche che quando una parte consistente di
lavoratori si mette in moto, anche se non è maggioritaria essa è in
grado di spostare coscienze ed equilibri e di modificare i rapporti
di forza. Questa forza può incidere profondamente nella vita della
Cgil e fermare il processo di unificazione delle pratiche, delle
culture, delle rivendicazioni con Cisl e Uil. Non siamo antiunitari,
l’unità sindacale degli anni Settanta, fondata sui Consigli di
fabbrica, la partecipazione e la democrazia, è un modello per noi.
L’unificazione ideologica degli apparati sotto la cultura del
Partito Democratico, invece, no. Per questo lavoriamo perché nella
Cgil ci sia una forza organizzata tale da poter imporre un’altra
agenda nelle scelte dell’organizzazione. Per questo non si può più
parlare semplicemente di dissensi, ma bisogna organizzare
l’opposizione, un’opposizione che arrivi nei luoghi di lavoro, che
sia in grado ovunque di essere visibile e riconoscibile come
strumento per cambiare le cose.
Questo percorso di organizzazione dell’opposizione in Cgil per noi
si dovrà perfezionare con la presentazione al prossimo congresso,
che sarebbe saggio fare presto visto tutto quello di cui si discute,
di una mozione globalmente alternativa alle posizioni dell’attuale
maggioranza confederale. Non intendiamo riproporre lo schema degli
emendamenti prima di tutto perché le differenze sono oggi troppo
ampie dentro la Cgil per essere ridotte a questo o a quell'emendamento,
e, in secondo luogo, perché vogliamo organizzare una forza
partecipata e di massa, come può avvenire solo attraverso la mozione
alternativa.
Questa è una decisione che assumiamo già sin d’ora e sulla quale
iniziamo un percorso di organizzazione, provincia per provincia,
categoria per categoria, costituendo a questo scopo ovunque l’Area
programmatica Rete28Aprile. Questo lo faremo ovunque perché è
indispensabile per organizzarci, ma ovviamente, nel realizzarla,
terremo conto delle differenze politiche e delle scelte dei gruppi
dirigenti, in primo luogo della differenza che c’è tra la
maggioranza della Fiom e quella che dirige gran parte
dell’organizzazione.
Proponiamo la mozione alternativa a tutte e tutti coloro che non si
rassegnano al declino della Cgil. Ci rivolgiamo a coloro che si
richiamano alla storia della sinistra sindacale. Alle esperienze
territoriali, che di fronte alla centralizzazione della gestione
sindacale, rischiano di essere travolte, come è avvenuto nella
Camera del lavoro di Brescia. Proponiamo questa scelta a Lavoro
Società, che secondo noi ha esaurito la sua funzione di corrente
critica della maggioranza e, come dimostra tutto il clima interno
all’organizzazione, dovrà scegliere: o di là o di qua. Proponiamo
questa scelta all’attuale maggioranza politica che governa la Fiom,
che è anch’essa di fronte a un bivio. O rendere sempre più
ininfluenti i propri dissensi, oppure accettare la responsabilità di
rappresentare una parte di mondo del lavoro che non si rassegna. Se
la Fiom scegliesse, scontando anche una forte dialettica interna, di
schierarsi all’opposizione rispetto alla linea di concertazione
della Cgil, questo produrrebbe un fatto senza precedenti nella vita
del nostro sindacato e probabilmente permetterebbe risultati
impensati sul piano degli equilibri e dell’azione concreta. Oggi il
dissenso non basta più, c’è una parte non piccola
dell’organizzazione che oramai dà per scontato che ci sono un po’ di
rompiscatole a cui non va bene niente. Quello che oggi serve è
organizzare il dissenso in maniera che incida nella vita concreta
dell’organizzazione, non solo nei direttivi e nelle strutture, ma
nei territori e nei luoghi di lavoro. Lì un dissenso organizzato,
capace di arrivare alle tante lavoratrici e lavoratori che non ne
possono più, può fare la differenza.
Questo è l’obiettivo concreto della Rete: a tutte le altre forze
della sinistra sindacale diciamo con chiarezza che siamo disposti a
mediare su molte questioni, ma non sulla presentazione di un
documento alternativo al prossimo congresso, di cui è necessario
iniziare la preparazione già in questa fase. Anche perché pensiamo
che un documento alternativo oggi debba essere frutto di una
consultazione e di un’inchiesta tra le iscritte e gli iscritti, per
elaborare proposte, piattaforme, procedure e modalità di lavoro.
Vogliamo dire ai sindacati di base, con i quali partecipiamo al
movimento e al patto contro la guerra e a diverse iniziative, in
particolare contro la precarietà e per la democrazia sindacale, che
è giusto riconoscere reciprocamente e con maturità la differenza dei
percorsi. Noi riteniamo che sia interesse dei lavoratori, oggi, che
dentro il sindacato confederale, dentro la Cgil, ci sia
un’opposizione di massa in grado di produrre risultati politici e
contrattuali. Siamo convinti che in questo modo organizziamo forze
che altrimenti si disperderebbero. Nello stesso tempo rispettiamo le
scelte del sindacato di base, che ovviamente si fondano su un
giudizio diverso dal nostro sulle sedi della battaglia politica. Noi
non proponiamo un’adesione acritica e sentimentale alla battaglia
interna alla Cgil. Noi ci proponiamo di organizzare una forza di
massa in grado di pesare. Abbiamo molti terreni di iniziativa comune
che proponiamo di sviluppare. La lotta per la democrazia sindacale e
contro le leggi sulla precarietà del lavoro, sostenendo la legge
sulla rappresentanza e l’abrogazione della legge 30, del pacchetto
treu, della Bossi-Fini. Dobbiamo tutti investire sul protagonismo
dei delegati e delle Rsu, come è avvenuto in alcune vertenze. E poi
c’è tutto il campo dei movimenti per i diritti e contro il
liberismo, noi non rinunciamo all’idea i arrivare ad un forum
sociale italiano,completamente indipendente da partiti e governi.
Dobbiamo sentirci davvero parte della mobilitazione in atto per la
difesa dei diritti e della libertà delle donne, contro
l’intollerabile attacco conservatore e clericale. Consideriamo un
arretramento la scelta della Cgil di celebrare l’8 marzo insieme a
Cisl e Uil, sottraendosi così a una mobilitazione che deve avere il
senso di una risposta più diretta al durissimo attacco, anche da
parte clericale, alle conquiste e ai diritti delle donne. Che non
colpisce solo loro ma la libertà di tutti. La vergogna della battuta
di Berlusconi sulla lavoratrice precaria. Il familismo, anche quello
sociale che viene riproposto nella campagna elettorale dal 90% dello
schieramento politico, è sempre stato e sempre sarà un modo per
santificare (scusate la battuta) il ruolo subalterno della donna e
della donna che lavora.
Vogliamo partecipare al movimento contro la guerra, contro l’aumento
delle spese militari, contro gli impegni militari internazionali dei
governi italiani. La scandalosa vicenda del Kosovo, l’intervento in
Afghanistan, la missione in Libano che oramai avviene in un contesto
di totale subalternità del nostro paese alle scelte del cosiddetto
mondo occidentale, a partire dagli Stati Uniti, sono il segno che
bisogna ricostruire la mobilitazione per la pace e contro la guerra.
Dobbiamo ricominciare a mobilitarci per il diritto del popolo
Palestinese ad avere uno stato e contro la vergogna del muro che
chiude i territori palestinesi e contro l’assedio a Gaza.
Siamo al fianco dei movimenti popolari, dai No Tav ai No a Dal Molin,
che nei prossimi mesi saranno sottoposti a pensanti pressioni,
chiunque sia al governo.
L’indipendenza dei movimenti dalla politica è stato la nostra prima
scelta, le vicende di questi anni dimostrano quanto essa sia
indispensabile. Con il governo di centro sinistra si è acuita una
crisi dei movimenti che già c’era, ma che sicuramente poteva essere
affrontata in modi diversi e più positivi se non ci fosse la
sindrome del governo amico. Ora si tratta di ripartire, con tutte le
difficoltà del caso e mettendo in premessa che ogni collateralismo
deve essere cancellato. Quello con il Partito Democratico ma anche
quello con la Sinistra Arcobaleno e con qualsiasi forza politica
organizzata. L’indipendenza deve diventare un valore costituente di
tutti i movimenti e di tutte le organizzazioni sociali e civili che
oggi vogliono in Italia contrastare il liberismo, il mercato, la
guerra e la sopraffazione dei diritti. Anche per questo noi, che
lottiamo e lotteremo in totale contrapposizione alla destra di
Berlusconi abbiamo scelto in queste elezioni di non fare nessuna
dichiarazione di schieramento o di appartenenza. Le singole compagne
e compagni che appartengono alla Rete faranno le loro scelte come
cittadini, ma la Rete non fa alcuna scelta di voto.
Care compagne cari compagni, con questa assemblea la Rete dà l’avvio
al proprio percorso. Chiediamo a tutte e tutti coloro che vogliono
provarci, un impegno preciso in un certo senso a progetto….due anni
di costruzione collettiva fino al congresso e alla verifica
democratica che tutti assieme faremo. Per questo chiediamo la
rigorosa applicazione dello statuto che garantisce la libertà di
dissenso e di organizzazione dell’opposizione nella Cgil. Ci
proponiamo quindi:
1. Dopo le elezioni, entro la fine del mese di maggio, una
conferenza della Rete nel Mezzogiorno, a Napoli.
2. Un percorso di organizzazione della Rete in tutte le province e
in tutte le categorie, con la costituzione di coordinamenti che
definiscano portavoce sulla base del principio della verifica
democratica delle decisioni nelle assemblee e con i delegati.
3. La realizzazione a luglio della festa nazionale della Rete, in
continuità con l’esperienza positiva di Parma. Questo anche perché
non possiamo assolutamente rinunciare, per operare, a forme concrete
di autofinanziamento.
4. Un programma di formazione che approfondisca i temi della nostra
piattaforma, sia sul versante dell’economia, sia su quello dei
diritti e della contrattazione, sia su quello dello stato sociale.
5. Il potenziamento del sito come strumento non solo di
comunicazione ma anche di partecipazione, estendendone la funzione
di blog aperto.
6. La costruzione di un sistema di fogli di informazione da
diffondere nei luoghi di lavoro, come strumento di partecipazione,
di informazione, organizzazione e lotta.
Le proposte dettagliate di organizzazione della Rete sulla base dei
principi qui definiti, saranno gestite dal Gruppo nazionale di
Continuità.
Se riusciremmo a realizzare almeno una parte degli obiettivi che qui
ci prefiggiamo cambierà la vita della Cgil e anche le prospettive
per tante lavoratrici e lavoratori. Le riunioni hanno dimostrato che
la fase della depressione di quest’ultimo anno si è conclusa e che
quelli che sono con noi lo sono prima di tutto perché hanno voglia
di reagire e di darsi da fare. Oggi è in corso un tentativo finale
di cancellare anche il ricordo di quello che fu il Sessantotto. E’
una campagna reazionaria che ha anche obiettivi concreti, lo Statuto
dei lavoratori, i diritti e le libertà che furono il risultato di
quella stagione di contestazioni. C’è però qualcosa di più profondo,
c’è la voglia di mettere in riga, di ricostruire l’obbedienza, di
cancellare il diritto a dire no, a pensare con la propria testa. C’è
un’educazione alla rassegnazione e all’accettazione dello stato
delle cose esistenti. E’ questo il messaggio che si vuol mandare
alle nuove generazioni. C’è solo da ubbidire e da arrangiarsi. Chi
ancora usufruisce dei diritti conquistati negli anni Settanta ha il
dovere di non tenerseli per sé ma di tramandarli a chi viene dopo.
Questo è l’impegno politico e morale che ci muove, e che ci fa
andare controcorrente con determinazione e anche con la giusta
indignazione. Per questo: al lavoro e alla lotta.
Giorgio Cremaschi
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